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E' ancora cinese il record delle esecuzioni, ma Pechino annuncia na "drastica riduzione".

Andrea Pira

Sabato 1 Agosto 2009


In cima alla lista dei paesi dove ancora è in vigore la pena di morte per numero di condanne eseguite, la Cina annuncia un cambio di rotta. Una drastica riduzione delle esecuzioni capitali. L'obbiettivo è arrivare ad un «numero estremamente piccolo» di condanne a morte, commutando molte di esse in pene detentive. A riferirlo il quotidiano ufficiale in lingua inglese China Daily, che cita le parole di Zhang Jun, vice presidente della Corte suprema del popolo, il più alto organo giudiziario della Repubblica popolare. «Dal momento che è impossibile per il paese abolire la pena capitale nella situazione attuale e nelle condizioni di sicurezza sociale – spiega Zhang - si compie un importante sforzo per fare un controllo stretto sull'applicazione della pena da parte degli organi giudiziari». Gli stessi organi giudiziari che, a detta del vice -presidente della Corte suprema, dovrebbero far ricorso alla pena capitale nel minor numero possibile di casi, limitandola ai «crimini più abominevoli, che potrebbero avere gravi conseguenze sul piano sociale». L'elenco dei reati capitali è però lungo. Sono ben sessanta i crimini per i quali è prevista la condanna a morte. Si passa dai reati violenti, come l'omicidio, lo stupro e il rapimento; a reati finanziari ed economici: corruzione, frode evasione fiscale. Non mancano le tipologie di reato più marcatamente politiche, legate al separatismo o alle minacce alla sicurezza nazionale. Quest'ultima tipologia è tuttavia limitata alla sola provincia dello Xinjiang. la regione a nordovest della Cina, abitata dalla minoranza musulmana e di origine turca degli uighuri. La provincia resta l'unica dove le condanne a morte vengono ancora eseguite per punire i reati politici. Non stupiscono perciò le parole di Li Zhi, segretario del Partito comunista di Urumqi, capoluogo dello Xinjiang. In risposta agli scontri interetnici tra gli uighuri e i cinesi han che, ai primi di luglio, hanno infiammato la città, provocando la morte di oltre 190 persone, in maggioranza cinesi han, Li aveva annunciato la pena di morte per i responsabili delle violenze. Sul numero delle pene capitali eseguite in Cina vige ancora il segreto di Stato. Secondo i dati in possesso di Amnesty International, nel 2008 le esecuzioni sarebbero state 1718 , il 72 percento delle condanne a morte eseguite nel mondo. Diverse le cifre fornite dall'associazione Nessuno tocchi Caino, impegnata nelle battaglie per l'abolizione della «morte di Stato». In occasione della consegna del premio “Abolizionista 2009”, assegnato dalla Ong a Gail Chasey, deputata del parlamento del New Mexico, per aver portato all'eliminazione della pena capitale nel suo Stato, Nessuno tocchi Caino ha presentato il suo rapporto 2009. La Cina è in cima alla classifica, ma il numero delle esecuzioni è ben maggiore rispetto le 1718 prospettate da Amnesty. Secondo il rapporto le condanne a morte cinesi sarebbero almeno 5000, l'87,3 percento del totale mondiale, seguita a grande distanza dall'Iran, che ne conta 346 e dall'Arabia Saudita, dove sono state eseguite 102 decapitazioni.. Il rapporto registra una «evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre dieci anni» un trend confermato nel 2008 e anche nei primi sei mesi del 2009. Novantasei i paesi totalmente abolizionisti, cinque attuano una moratoria delle esecuzioni. La Cina sembra non fare eccezione. Le condanne a morte emesse dai tribunali cinesi sarebbero via via diminuite fino ad arrivare al 30 percento in meno rispetto all’anno precedente. Dal 2007, ovvero da quando è entrata in vigore la riforma che prevede la revisione da parte della Corte Suprema delle sentenze di condanna a morte, si è verificata un significativa riduzione delle esecuzioni. La stessa corte riferisce di aver annullato il 15 percento delle condanne esaminate nel 2007 e il 10 percento di quelle presentate dalle corti inferiori nel 2008. Ma mentre le organizzazioni per la tutela dei diritti umani possono sorridere per questo passo avanti verso lo stato di diritto, Human rights in China, organizzazione con base negli Stati Uniti, denuncia il giro di vite di Pechino contro un gruppo di avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani. Le autorità cinesi avrebbero revocato almeno cinquanta licenze nelle ultime settimane. Tra gli avvocati colpiti molti erano impegnati in cause che vedono coinvolte le vittime dello scandalo del latte alla melanina lo scorso autunno, dissidenti, o attivisti per i diritti degli uighuri e dei tibetani. «Bisogna stare attenti» spiega Teng Biao, uno degli avvocati dello studio legale Gongmeng di Pechino, specializzato nella tutela dei diritti umani, la scorsa settimana vittima di una pequisizione da parte della polizia che ha sequestrato i computer e apparecchiature degli uffici. «È un chiaro segnale alle organizzazioni che si battono per i diritti umani e per l'interesse pubblico – continua Teng – Un colpo alla società civile».


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