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PANDEMIA ETNICA 15/7/09

Colloquio con la professoressa Marina Miranda

Andrea Pira

Mercoledi' 15 Luglio 2009

«La questione religiosa non è tuttavia il nucleo centrale della protesta uighura – spiega la professoressa Marina Miranda, professore associato di Storia della Cina contemporanea alla Facoltà di Studi orientali dell'Università “la Sapienza” di Roma – Oggi i problemi principali dello Xinjiang sono le disparità e l'ingiustizia sociale. La Cina ha una lunga tradizione di convivenza tra etnie differenti: l'impero Qing era un'entità plurinazionale e multietnica. Nel 1949 Mao fondò la Repubblica popolare cinese con una visione del rapporto tra le nazionalità basata sull'uguaglianza. Questi principi ispiratori sono oggi celebrati nel modello di “società armoniosa” propagandato dall’attuale leadership.
Da dove nascono allora disparità e ingiustizia sociale?
Se si prende come esempio la politica di apertura ad ovest, la campagna “Go West” lanciata nel 2000 dal governo cinese per favorire lo sviluppo delle regioni occidentali, bisogna notare come le minoranze non abbiano beneficiato della sua realizzazione. Sono state costruite infrastrutture e realizzati investimenti, con capitali però provenienti in massima parte da cinesi han. Sono loro ad averne tratto vantaggio. Un altro esempio significativo è la composizione demografica di Urumqi, il teatro delle violenze. Nella città, capoluogo di una provincia, lo Xinjiang, a maggioranza uighura, solo circa il 12% della popolazione appartiene a questa nazionalità, contro il 75% degli han.
È lo stesso per tutte le minoranze?
Effettuando un non facile accostamento tra la questione uighura e quella tibetana, si potrebbe dire che quest’ultima ha goduto di maggiore visibilità, una caratteristica che renderebbe – e lo dico utilizzando tutte le attenuanti del caso - la questione del Tibet forse “particolare” rispetto a quella di altre minoranze. La situazione nello Xinjiang, al contrario, si è aggravata dopo l'11 settembre. La lotta al terrorismo ha permesso di mettere in atto pesanti misure restrittive, che non hanno toccato la sensibilità della comunità internazionale. La questione uighura non è solo religiosa, è soprattutto sociale.
Non bisogna però credere che tutti i cinesi han siano ricchi ed intoccabili. In una ipotetica classifica degli oppressi figurano anche moltissimi han.
In che modo Pechino gestisce questa situazione?
A partire dagli anni Novanta ha preso piede un forte sentimento nazionalista. Basti pensare al successo del best-seller La Cina non è contenta, un libro che attribuisce all'Occidente la causa dei mali della Cina. Se fino agli anni Ottanta l'Occidente era quasi mitizzato, oggi invece si punta il dito contro i “nemici esterni” per cercare di distogliere l'attenzione dai problemi sociali. E a un “nemico esterno” corrisponde anche un “nemico interno”, spesso appoggiato dall'estero. Una convinzione rafforzata in questi giorni dalle manifestazioni in appoggio degli uighuri.
Pensa che le tensioni nello Xinjiang siano ormai terminate?
Forse bisognerebbe pensare a una sorta di “pandemia etnica”. È come un virus in incubazione, alimentato dallo sfruttamento. La situazione sembra apparire calma, ma è una calma apparente, che potrebbe riesplodere.

Immagine di 29cm su Flickr



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