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DOVE SONO I DIECIMILA UIGHURI SCOMPARSI?

Visita di Rebiya Kadeer, leader uighura in esilio, a Tokyo. La Cina protesta e convoca l'ambasciatore.

Andrea Pira

Mercoledi' 29 Luglio 2009


Diecimila persone sparite in una sola notte, a Urumqi, capitale della provincia cinese dello Xinjiang teatro degli scontri interetnici di inizio luglio fra uighuri e cinesi han. In visita a Tokyo, Rebiya Kadeer, sessantaduenne leader uighura in esilio, lancia l'allarme: «Dove sono finite queste persone? - si chiede la presidentessa del Congresso mondiale uighuro - Se sono morte, dove si trovano?» In conferenza stampa al Japan National Press Club, tutta in lingua uighura con traduzione in giapponese, la Kadeer parla del fallimento della politica cinese verso le minoranze nazionali, ma lascia uno spiraglio per un dialogo con Pechino. «Le politiche della Cina di maggiore autonomia del Xinjiang sono state soltanto un'illusione degli ultimi cinquanta-sessanta anni e quelle verso le minoranze etniche un fallimento – spiega nell'affollata sala al decimo piano del prestigioso club della capitale nipponica - l'unico modo per risolvere il problema è avere un dialogo con le autorità cinesi».

A Tokyo è ancora forte l'eco mediatica della due giorni di «dialogo strategico» tra la Cina e gli Stati uniti. La dissidente, che il 31 luglio sarà ascoltata dalla commissione Affari esteri della Camera dei Rappresentanti americana, si è detta «perplessa e delusa» per l'atteggiamento delle autorità americane dopo gli scontri. «La risposta degli Stati Uniti è stata un po' distante» spiega, aggiungendo di sperare in un cambio di atteggiamento dell'amministrazione Obama.

Le prima conseguenza della visita della Kadeer in Giappone è tuttavia uno scontro diplomatico tra Pechino e Tokyo. Nei giorni scorsi Cui Tiankai, ambasciatore cinese nella capitale nipponica, aveva espresso la «forte insoddisfazione» di Pechino per questa visita, che, riferisce l'agenzia stampa Xinhua, potrebbe creare seri problemi alle relazioni tra i due stati. Pechino continua ad accusare Rebiya Kadeer di essere la mente dei violenti scontri che hanno infiammato il capoluogo dello Xinjiang, provocando più di 190 morti, la maggioranza dei quali cinesi han. La Cina ha perciò deciso di convocare l'ambasciatore giapponese a Pechino. Il vice ministro degli Esteri, Wu Dawei, ha consegnato al diplomatico «una protesta seria», esprimendo «forte scontento» per 'ospitalità concessa ad una «una criminale».

Il Giappone non è però l'unico paese al centro delle polemiche. L'ambasciata cinese a Canberra ha protestato formalmente presso il governo australiano contro la programmata visita della Kadeer nella terra dei canguri. L'occasione è la prima mondiale di un documentario di cui è protagonista, che verrà presentato al Festival del cinema di Melbourne. 'The 10 Conditions of Lovè, del regista australiano Jeff Daniels, che intende incontrare rappresentanti dei circa 2.000 uighuri d'Australia, racconta la storia d'amore tra la Kadeer, una delle imprenditrici più ricche in Cina, con il marito attivista, ed esplora l'impatto sugli 11 figli della coppia della loro campagna per una maggiore autonomia e libertà religiosa per i 10 milioni di Uighuri in Cina.

Nei giorni scorsi il sito internet del Festival è stato bersagliato dagli hacker cinesi. Sulla homepage compariva infatti una bandiera cinese. Oggi la protesta formale di Pechino. Un episodio che rischia di alimentare le tensioni fra i due paesi, già alte in seguito all'arresto di un dirigente australiano del colosso minerario Rio Tinto, accusato di spionaggio e corruzione.



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