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AL QAIDA MINACCIA LA CINA 15/7/09

La rete terroristica minaccia ritorsioni verso Pechino per vendicare la morte dei musumani uighuri. Nel mondo musulmano montano le proteste, e le autorità cinesi pressano i governi di Turchia e Australia.

Andrea Pira

Mercoledi' 15 Luglio 2009

Nel silenzio quasi generale della comunità internazionale dopo le violenze tra uighuri e cinesi di nazionalità han, che la scorsa settimana hanno infiammato Urumqi, capoluogo della provincia cinese dello Xinjiang, si leva la voce di Al Qaida. Le vittime, salite a 192, la maggior parte delle quali sono cinesi han e non uighuri, gridano vendetta. La risposta arriva da un gruppo terrorista algerino. «Vendicheremo i musulmani uighuri» vittime «dell'oppressione» cinese annuncia Al-Qaida per il Maghreb Islamico, la filiazione nordafricana della rete terroristica fondata da Osama bin Laden che minaccia possibili attacchi contro gli interessi cinesi in Africa. A confermare la notizia è Stirling Assynt, un'impresa che si occupa di sicurezza e studia i siti web degli estremisti musulmani. «Siamo sicuri che le autorità algerine faranno il possibile per proteggere le società e i cittadini cinesi in Algeria» riferisce un responsabile dell'Ambasciata di Pechino in Algeria.

L'attenzione è alta, secondo i dati ufficiali sono almeno 30 mila i cinesi immigrati nel paese nordafricano, la più grande comunità straniera in Algeria. Una comunità in continua crescita, composta principalmente dalle migliaia di operai impegnati nei cantieri delle grandi opere lanciate da Algeri con il piano quinquennale di sviluppo 2004-2009.

Con molta probabilità non era questo che Rebiya Kadeer, sessantaduenne leader uighura in esilio negli Stati Uniti, voleva quando, subito dopo gli scontri e la proclamazione del coprifuoco ad Urumqi, aveva denunciato il silenzio dei paesi musulmani di fronte a quanto stava accadendo nello Xinjiang.

Intanto nel mondo musulmano aumentano le manifestazioni di solidarietà verso gli uighuri. Domenica alcuni esponenti religiosi iraniani di tendenza riformista e moderata hanno chiesto al governo di rompere il silenzio e protestare per le violenze. Anche in Indonesia, il paese con la popolazione musulmana più grande al mondo si leva un coro di proteste. A Jakarta, decine di musulmani indonesiani si sono scontrate con le guardie in difesa dell’ambasciata cinese. «Il governo cinese deve interrompere la persecuzione contro i musulmani e l'Indonesia non può stare a guardare» chiedono i manifestanti al presidente Susilo Bambang Yudhoyono.

Il tutto quando Pechino intima al governo turco, il primo ad aver preso posizione a favore degli uighuri, di ritrattare le accuse rivolte alla Cina dal primo ministro Tayyip Erdogan che aveva parlato di «genocidio». E dall'Australia, Richard Moore, direttore del festival internazionale del cinema di Melbourne, denuncia pressioni da parte delle autorità cinesi per ritirare il film «Ten condition of Love», incentrato sulla minoranza uighura e sulla figura di Rebiya Kadeer.



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