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LA RIVOLTA DEI GIOVANI UIGHURI 14/7/09

Sono i giovani i veri protegonisti delle proteste che da domenica infiammano lo Xinjiang. La dottoressa Elena Caprioni spiega il fenomeno

Andrea Pira

Martedi' 14 Luglio 2009
A una settimana esatta dai violenti scontri che hanno sconvolto Urumqi, la capitale dello Xinjiang, nell'ovest della Cina, opponendo uighuri – musulmani di origine turca - e cinesi immigrati di nazionalità “han”, per gli abitanti della città è arrivato il momento del lutto. La comunità “han” ricorda le sue vittime. Le pallottole, tuttavia, sono volate anche ieri. La polizia ha ucciso due uighuri ferendone un terzo. I tre – riferisce l'agenzia ufficiale Xinhua - avrebbero aggredito con coltelli e bastoni un quarto uomo. Gli agenti hanno sparato in aria alcuni colpi per disperdere il gruppo e, poichè l'avvertimento è stato ignorato, hanno aperto il fuoco sui tre. Per le autorità la situazione è sotto controllo, l'atmosfera rimane però tesa. Per le strade si susseguono le cerimonie pubbliche guidate da monaci buddhisti e si bruciano banconote ed altri pezzi di carta in modo da consentire alle anime dei morti di ritrovare più facilmente la via di casa. Intorno la città è blindata. In occasione del lutto sono stati vietati assembramenti e riunioni pubbliche. È il «muro d'acciaio» invocato da Zhou Yongkang, inviato da Pechino per ristabilire l'ordine ad Urumqi. Sale intanto il numero delle vittime degli scontri, le cifre ufficiali parlano di 184 morti, 137 dei quali di nazionalità “han”. Ma il bilancio potrebbe aumentare. Domenica un'esplosione in una fabbrica della città ha fatto temere il peggio, ma è stata subito esclusa l'ipotesi terrorismo.
«Lo Xinjiang è sempre stato una terra di incontro e di scontro tra la cultura cinese e quella uighura – spiega Elena Caprioni, dottore di ricerca in Storia, istituzioni e relazioni internazionali dell'Asia all'Università di Cagliari, specializzata in storia e cultura dello Xinjiang -. Dal 1949 ci sono state molte rivolte nello Xinjiang, basti pensare a quella del 1990 a Baren o a Gulja nel 1997. Pechino è poi riuscita a creare una situazione di stasi, nella quale uighuri e cinesi semplicemente non venivano a contatto tra di loro. Ma qualcosa è cambiato».
Che cosa?
«Sono entrati in scena i giovani uighuri. A differenza delle generazioni precedenti, loro non hanno paura. Chi ha vissuto sulla propria pelle la Rivoluzione culturale o la campagna “Colpire duro” - lanciata nel 1996 dall'allora presidente Jiang Zemin per contrastare le attività “secessioniste” - non ha mai agito violentemente contro gli han. Molti di loro hanno paura a parlare, temono di essere spiati e sorvegliati. Oggi, invece, a scendere per le strade sono i giovani, gli studenti e gli universitari che si sentono sostenuti dalla comunità internazionale e dalla diaspora uighura. E che sopratutto hanno una leader».
Appunto, Pechino accusa i leader uighuri in esilio di aver fomentato al protesta. Che ruolo ha la diaspora?
«Non credo che Rebiya Kadeer, leader della diaspora, abbia avuto un ruolo nelle proteste. Lei è consapevole del fatto che lo Xinjiang non potrà mai ottenere l'indipendenza dalla Cina. Quello che lei chiede a Pechino è autonomia e per ottenerla ha scelto la strada del dialogo, non le manifestazioni violente. Quanto accaduto a Urumqi si deve alla volontà dei giovani. Sono figli della globalizzazione, che non hanno paura di recuperare l'identità uighura. La causa degli incidenti non penso sia però da ricercare in una richiesta di autonomia, ma nella rabbia dovuta alla uccisione di due operai uighuri nel Guangdong, ingiustamente accusati di stupro».
Pensi che questa radicalizzazione dei giovani possa sfociare in forme di violenza o terrorismo, come ad esempio il Movimento islamico del Turkestan orientale (Etim)?
«Non vedo questo rischio. L'Etim è più un fenomeno generato dalla propaganda di Pechino. In passato il governo cinese accusava l'Etim di qualsiasi cosa accadesse nello Xinjiang, oggi, invece, punta il dito contro Rebiya Kadeer. Sebbene la religione sia un elemento centrale della cultura uighura, ovvero in quanto uighuri si è anche musulmani, l'islam professato nello Xinjiang è una forma di religiosità moderata. Non penso possa sfociare nel fondamentalismo».
I giovani uighuri non sono però più soggetti ad un processo di sinizzazione?
«Non potrà mai esserci una sinizzazione totale. I giovani dello Xinjiang, come i giovani di tutto il mondo, hanno accesso a internet, possono comunicare con il mondo esterno e informarsi. Molti di loro hanno l'opportunità di studiare a Shanghai e Pechino, alcuni anche all'estero. Si sentono in contatto con il mondo. I loro genitori sapevano che, in caso di violenze e proteste, il governo avrebbe potuto isolarli completamente dal mondo, oggi questo non è più possibile. I giovani si sentono perciò più forti».
Pechino ha difficoltà nel gestire le minoranze nazionali?
«Bisogna distinguere caso per caso. Ma molti problemi nascono dalla non applicazione della Costituzione, che garantisce libertà e diritti alle minoranze».


Uscito su il Riformista

Immagine di chenyingphoto



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