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LA DEMOLIZIONE DI KASHAGAR 12/7/09

Mitica città-oasi. è la migliore espressione della cultura tradizionale islamica in Asia centrale.Pechino vuole radere al suolo il suo antico centro storico, culla della cultura uighura

L'immagine è tratta da www.ease.com

Andrea Pira

Domenica 12 Luglio 2009

I muri degli edifici della Città Vecchia di Kashgar sono segnati dal carattere cinese“chai”, demolire. Il cuore della capitale culturale degli uighuri, la minoranza turcofona e musulmana che abita la Regione autonoma dello Xinjiang, all'estremo ovest della Cina sta per scomparire, spazzata via dai bulldozer. Kashgar è «l'esempio meglio conservato di città tradizionale islamica in Asia centrale», scrive lo storico e architetto George Michell nel suo saggio «Kashgar, città-oasi sull'antica Via della Seta cinese». Ma oggi il destino della Città Vecchia è simile a quello dei “centri storici” di altre città cinesi, da Pechino a Lhasa. I minareti, le torri, gli stretti vicoli e le case di fango e paglia di Kashgar come gli “hutong” della capitale, il labirinto di viuzze e piccole case a un piano che caratterizza il centro di Pechino. Demoliti per far spazio a “nuovi” centri storici, moderni e turistici. D'altra parte l'architettura cinese, caratterizzata dall'utilizzo di materiali deperibili come il legno, non è mai stata concepita come ricordo del passato. Ed è in questa tradizione che si colloca il progetto di ricostruzione di Kashagar. Un piano da 400 milioni di dollari, che comporterà la demolizione di almeno l'85% della Città Vecchia. Il governo motiva la decisione con la necessità di sostituire le vecchie abitazioni con nuove case, costruite secondo i moderni sistemi antisismici - nell'ottobre 2008 un terremoto di magnitudo 6.8 ha colpito una zona a qualche centinaio di chilometri dalla città - così da mettere al sicuro la popolazione. Almeno tredicimila famiglie dovranno lasciare le loro abitazioni, trovando riparo nei nuovi e moderni palazzi della periferia.
Ma nel caso di Kashgar la demolizione del antico centro urbano porta con sé significati diversi. Non è solo la modernità che avanza, è il simbolo della distruzione di una cultura, quella uighura, che considera la città la sua culla.
Annessa all'impero cinese sotto la dinastia Qing, intorno alla seconda metà del Settecento, e per questo chiamato Xinjiang, Nuova frontiera, la regione è stata da allora scossa da pulsioni autonomiste. Con la caduta dell'impero cinese nel 1912, il Turkestan orientale, come gli uighuri chiamano la propria terra, ha conosciuto per ben due volte l'indipendenza: la prima nel 1933; la seconda nel 1944. Un'esperienza dalla vita breve, che nel 1949 venne presto reincorporata nella neonata Repubblica popolare cinese di Mao Zedong, per diventare nel 1955 Regione autonoma.
Fino agli anni Sessanta la regione era abitata quasi esclusivamente da uighuri, circa il 75% della popolazione, mentre pochi erano i cinesi “han”, solo il 6 percento. Una situazione che ha portato gli uighuri a rifiutare il proprio stato di “minoranza nazionale” all'interno delle Repubblica popolare cinese. La massiccia immigrazione di cinesi “han”, iniziata negli anni Ottanta e proseguita poi con la campagna “per lo sviluppo dell'Ovest”, ha modificato gli equilibri demografici della regione. Dei 18 milioni di abitanti censiti nel 2000, il 45% è uighuro, mentre il 40% è di nazionalità “han”. La regione ha assistito ad un progressivo processo di “sinizzazione”, percepito come una minaccia dell'identità e della cultura uighura. Senza dubbio le differenze culturali, religiose, storiche e linguistiche sono più marcate rispetto ad altre minoranze nazionali della Cina. Ed è l'impossibilità a trattare queste differenze che viene denunciata dai leader uighuri. Rebiya Kadeer, in esilio negli Stati Uniti parla di ritorno agli anni della Rivoluzione culturale. Denuncia le limitazioni all'uso della lingua uighura, allo studio della storia del suo popolo. Chi si dedica a questi argomenti rischia di essere accusato di separatismo. Lo stesso utilizzo del termine Turkestan orientale può essere pericoloso. In questo contesto di scontro tra centro e periferia, tra cultura cinese e uighura, non stupisce perciò il radicalizzarsi di alcune posizioni. Sono soprattutto i giovani a riscoprire una forte identità, motivati dalle difficoltà ad accedere ai posti di lavoro se non si conosce bene il cinese, o dall'impossibilità di poter professare liberamente la propria fede, l'islam.
La demolizione di Kashgar, città simbolo per il Turkestan orientale perciò sembra rappresentare la distruzione della cultura uighura.


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