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Il regime chiude le moschee nel giorno santo dei musulmani. Il popolo uighuro sfida le restrizioni e riesce ad aprirne un paio. Nuovi scontri e la sera scatta il coprifuoco mentre migliaia di persone tentano la fuga da Urumqi occupata dall'esercito

Andrea Pira

Sabato 11 Luglio 2009


Le stazioni dei treni e degli autobus sono prese d'assalto. Migliaia di persone tentano la fuga da Urumqi, la capitale dello Xinjiang, teatro dei violenti scontri tra uighuri e cinesi di nazionalità “han” che domenica hanno provocato ufficialmente 156 morti. Dalla principale stazione della città, afferma un dirigente, sarebbero già partite diecimila persone, sopratutto han. Nella notte a Urumqi è rientrato in vigore il coprifuoco. Le truppe pattugliano le vie della città. Ieri, durante il venerdì di preghiera, giorno sacro per i musulmani, gli agenti delle forze di sicurezza presidiavano le mosche della città. «Alcune, vicine alle zone delle violenze, sono rimaste chiuse su suggerimento degli imam – spiega all'agenzia stampa Xinhua un dirigente dell'Ufficio affari religiosi del governo municipale di Urumqi - nei momenti di difficoltà i musulmani pregano a casa». La folla radunata davanti alla Moschea bianca di Urumqi, quattrocento, forse mille persone, sembra però contraddire la versione ufficiale. E forse proprio la pressione dei fedeli ha spinto le autorità a un piccolo passo indietro, permettendo l'apertura di alcuni luoghi di culto. «Non vogliamo incidenti – riferisce all'Associated Press un poliziotto di guardia davanti una moschea – Abbiamo deciso di aprire le porte a causa della folla». Alla fine della preghiera la polizia ha però disperso una piccola manifestazione di un centinaio di uighuri radunati davanti la moschea, arrestando cinque o sei persone. Si tratta dell'unico vero incidente verificatosi ieri ad Urumqi. Ma è un incidente dal forte significato simbolico. Per gli uighuri, minoranza musulmana di origine turca, la questione religiosa è parte integrante della loro battaglia per una maggiore autonomia da Pechino. La Costituzione della Repubblica popolare cinese garantisce formalmente la libertà religiosa ma, nella pratica, i fedeli hanno grosse difficoltà a professare il proprio credo. Sopratutto i musulmani, che dopo l'11 settembre convivono con la minaccia di poter essere accusati di fondamentalismo o di avere legami con Al-Qaida. Per loro le limitazioni alla libertà di culto sono molte: dalle difficoltà ad accedere ai visti per poter andare in pellegrinaggio alla Mecca, a quello per celebrare la festa del Ramadan. La preghiera del venerdì perciò sono state un banco di prova per testare la capacità del governo di arginare la rabbia degli uighuri.

A Urumqi intanto è giunto Zhou Yongkang, membro del comitato permanente del Politburo del Partito comunista, inviato dal presidente Hu Jintao a controllare di persona l' evolversi della crisi. Nella prima tappa della sua missione di Zhou ha visitato due università, tra cui quella islamica, e soprattutto i feriti ricoverati in alcuni ospedali. Pechino vuole mostrarsi vicina alla gente di Urumqi e le autorità hanno annunciato indennizzi per i familiari dei «civili innocenti» uccisi nelle violenze. Circa ventinovemila dollari, più altri 1500 messi a disposizione dal governo municipale di Urumqi per i funerali.

«Gli han non possono essere separati dalle minoranze e le minoranze non possono essere separate dagli han» ricorda da Pechino il presidente cinese Hu Jintao, che aveva anticipato il suo rientro in Cina, abbandonando il G8 dell'Aquila prima dell'inizio del vertice proprio a causa della crisi nello Xinjinag. Hu ha affermato che la «stabilità» deve essere mantenuta ad ogni costo nella regione, puntando il dito contro quelli che definisce i «tre mali nemici della Cina»:l' estremismo, il secessionismo ed il terrorismo. Il rifermento è a Rebiya Kadeer,sessantaduenne leader uighura in esilio negli Stati Uniti, che Pechino accusa essere la mente delle proteste. Isolata da una comunità internazionale intimorita da uno scontro frontale con la Cina proprio durante il vertice G8 dell'Aquila, la Kadeer, simbolo della protesta dello Xinjiang, ha trovato nella Turchia del primo ministro Tayyip Erdogan un valido alleato. Il governo di Ankara, l'unico ad essersi appellato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché affronti la questione, ha concesso un visto di ingresso alla dissidente uighura, dopo che in passato le era stato rifiutato in due occasioni. Tuttavia nel braccio di ferro con Pechino la Kadeer è inciampata in un piccolo errore. Intervistata dall'emittente Al Jazeera, aveva mostrato ai telespettatori una foto che avrebbe dovuto ritrarre le truppe cinesi schierate per le strade di Urumqi durante gli incidenti di domenica. Oggi la rettifica del WUC: la foto non sarebbe stata scatta ad Urumqi ma farebbe riferimento alle proteste verificatesi un mese prima a Shishou, nella provincia dell'Hubei. «Mi scuso, non era nelle nostre intenzioni mostrare la foto sbagliata» dice Alim Seytoff della Uighur American Association. Un errore però subito ripreso dai siti internet cinesi e dal quotidiano ufficiale China Daily, che hanno colto l'occasione di accusare la Kadeer.

Oggi su il Riformista.



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