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Le forze di sicurezza presidiano Urumqi, capitale dello Xinjiag. Secondo i leader uighuri in esilio negli scontri sono morte 800 persone

Andrea Pira

Giovedi' 9 Luglio 2009

Gli agenti delle forze speciali marciano lungo le strade di Urumqi, presidiando le vie della capitale dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. La città è sotto coprifuoco dopo i violenti scontri che domenica hanno provocato, ufficialmente, la morte di 156 persone. Ma le vittime potrebbero essere molti di più denunciano i leader uighuri in esilio:dagli Usa Rebiya Kadeer parla di 400 morti, o addirittura 800 come afferma Erkin Alptekin in una conferenza stampa a Montecitorio. La situazione «è sotto controllo» annuncia il sindaco della città, Jerla Isamudin, intervistato dall'emittente di stato Cctv. Ma la calma è solo apparente. Gli scontri tra la popolazione uighura, musulmana e turcofona, e i cinesi di nazionalità “han”, maggioranza nel paese, ma minoranza nello Xinjiang, sembrano non volersi placare, sebbene le autorità abbiano deciso la linea dura. Sono più di1400 le persone arrestate con l'accusa di aver preso parte alle violenze e per molti di loro la condanna decisa dal governo potrebbe essere la pena di morte. «Coloro che si sono macchiati di gravi crimini – annuncia Li Zhi, capo del Partito Comunista di Urumqi - saranno puniti con il massimo della pena». La città intanto è presidiata dalle forze paramilitari, ma la situazione rimane tesa e continuano i pestaggi, i linciaggi e gli scontri. Nel quartiere musulmano centinaia di uighuri con armi improvvisate sono scesi in strada e hanno affrontato le forze dell’ordine, che fin dalle prime ore del mattino presidiavano il confine con il quartiere cinese. Il corrispondente della France Press (Afp) racconta di aver assistito, richiamato dalle urla, al pestaggio di un uomo, uno uighuro, da parte di una ventina di cinesi “han” nelle vicinanze della piazza del Popolo, il cuore della città. L'uomo si sarebbe salvato grazie all'intervento dei militari che, accorsi sul luogo in tenuta antisommossa, hanno disperso la folla senza però effettuare nessun arresto. In un secondo episodio, continua il giornalista del Afp, un gruppo di “han” intento a leggere sui giornali degli scontri dei giorni scorsi, ha cominciato a inseguire tre uighuri, accanendosi su uno di loro, mentre la folla intorno gridava «picchiate!, picchiate!».
L'aggravarsi della situazione nello Xinjiang ha spinto il presidente cinese Hu Jintao ad anticipare il suo rientro a Pechino, abbandonando il G8 dell'Aquila prima del inizio del vertice e lasciando a capo della delegazione cinese il membro del Consiglio di Stato Dai Bingguo. «Una decisione inusuale afferma, in un'intervista ad Al Jazeera, Victor Gao, direttore della China National Association of International Studies, ma motivata dalla gravità della situazione e dalla necessità che il presidente Hu possa – esercitare il suo ruolo di guida e riportare la calma nello Xinjiang».
La comunità internazionale intanto non si sbilancia. È un «affare esclusivamente interno» fanno sapere da Mosca fonti del ministero degli esteri russo. Da Washington la Kadeer, accusata da Pechino di essere l'ispiratrice delle proteste, denuncia il silenzio degli stati musulmani di fronte alla «brutale repressione» Solo la Turchia protesta ufficialmente con Pechino. I giornali turchi parlano di «massacro cinese», e da Ankara il primo ministro Tayyip Erdogan si appella al Consiglio di Sicurezza dell'Onu affinché affronti la questione che, dice, ha ormai «preso la dimensione di atrocità»

Anche sui quotidiani locali del gruppo Espresso/Repubblica

Immagine di reurinkjan



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