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Colloquio con Rebiya Kadeer, leader degli uighuri in esilio

Andrea Pira

Giovedi' 9 Luglio 2009
«È una pratica comune del governo cinese. Accusano me per ogni protesta nel Turkestan orientale e Sua Santità il -Dalai Lama per quanto avviene in Tibet». Rebya Kadeer, presidente del Congresso mondiale uighuro e leader della diaspora uighura in esilio, si difende. Pechino l'accusa di essere l'ispiratrice delle violenze che domenica hanno provocato 156 morti e oltre 800 feriti ad Urumqi, capitale della regione autonoma dello Xinjiang, chiamata Turkestan orientale dagli uighuri, nel nord ovest della Cina. Difende lei e difende soprattutto la sua gente, che chiede solo diritti e giustizia «Non sono criminali, gli uighuri che protestavano sventolavano la bandiera della Cina, questo dovrebbe far capire la natura pacifica delle manifestazioni»

Recentemente a Roma per presentare la sua autobiografia La guerriera gentile, edita da Corbaccio, Rebiya Kadeer parla dello Xinjiang. Sorseggia del tè e si esprime uighuro, con l'ausilio dell'interprete.

Anche la scelta della lingua è un segno di opposizione al governo di Pechino?

«Il governo non ci è permette di parlare la nostra lingua, ne studiare la nostra storia. La situazione non sembra migliorare rispetto al passato Stiamo assistendo ad un ritorno agli anni della Rivoluzione culturale, quando non potevamo esprimere la nostra cultura. Veniamo trattati come terroristi solo perché musulmani ed etichettati come criminali. I prigionieri uighuri vengono torturati e sottoposti a lezioni di rieducazione politica. Gli viene fatto il lavaggio del cervello.


La situazione che lei descrive è simile a quanto viene denunciato in Tibet. Perché la questione uighura non ha la stessa notorietà di quella tibetana?

Penso esitano due cause principali. La prima è certamente l'Islam. La nostra religione è attualmente guardata con sospetto dalla comunità internazionale. Inoltre la Cina è riuscita ad isolarci dal resto del mondo, ha creato un muro intorno al Turkestan orientale e alla nostra causa. Cinquant'anni fa , quando il Dalai Lama è andato in esilio, la comunità internazionale ha potuto conoscere la situazione tibetana. Quando invece i nostri leader sono andati a Pechino per trattare con Mao, il loro aereo è misteriosamente precipitato, lasciando il mio popolo senza una guida. Siamo in una prigione dalla quale non possiamo scappare perché il governo ritira i nostri passaporti.


Un isolamento che sembra essere aumentato dopo gli attentati dell'11 settembre, tra i gruppi terroristici legati ad Al-Qaeda figura anche il Movimento islamico del Turkestan orientale. Qual'è la sua opinione al riguardo?

Ho a cuore la libertà del mio popolo, e mi batterò perché gli uighuri possano avere diritti e giustizia. La mia sarà un'opposizione dura al governo di Pechino, ma sempre nel rispetto della non violenza e della pace.


Gli uighuri non hanno beneficiato delle riforme economiche portate avanti da Pechino?

Senza dubbio l'economia è migliorata e sul piano materiale sono stati fatti molti progressi, questo è innegabile. Gli uighuri tuttavia hanno beneficiato in minima parte di questo progresso. A trarne vantaggio sono soprattutto gli immigrati cinesi di nazionalità "han", sempre più numerosi. L'immigrazione forzata di lavoratori cinesi nello Xinjinag ha fatto si che ormai gli "han" siano quasi maggioranza nella regione. Per gli uighuri non c'è lavoro, soprattutto per chi non parla il cinese. Molte ragazze sono inoltre costrette a trasferirsi nelle provincie meridionali della Cina, con il miraggio di trovare un lavoro, per poi essere sfruttate nei bordelli e nelle sale da gioco.


Che futuro vede per il Turkestan. È pronta a trattare con le autorità cinesi?

Io spero in una reale libertà per gli uighuri. Non credo nella possibilità di trattare con Pechino. Gli Stati uniti hanno spinto per i colloqui tra la Cina e il Dalai Lama, ma tutto si è risolto un nulla di fatto. Noi protesteremo pacificamente e faremo sapere a tutto il qual è la vera situazione nel Turkestan orientale.



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