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CINA: LA RIVOLTA MUSULMANA 6/7/09

A Urumqi nello Xinjiang repressa nel sangue la protesta degli uighuri per la morte di due membri della minoranza musulmana. Pechino accusa i leader autonomisti. La città è sotto coprifuoco

Andrea Pira

Lunedi' 6 Luglio 2009


Si è trattato di un massacro. I 140 morti e gli 800 feriti, vittime delle violenze di domenica a Urumqi, capitale delle Regione autonoma dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina, non permettono di catalogare l'accaduto tra le migliaia di “incidenti di massa” che si verificano ogni anno nel Regno di mezzo. Urumqi è ora sotto coprifuoco totale, dopo la repressione della manifestazione di protesta contro l'uccisione di due operai uighuri, morti negli scontri con degli operai cinesi di nazionalità Han, nella città di Shaoguan nella provincia meridionale del Guangdong, dopo che i due erano stati accusati di aver violentato una ragazza, accuse poi rivelatesi false.

Una manifestazione che ha portato sulle strade di Urumqi tra le 1.000 e le 3.000 persone, bloccando il traffico cittadino e provocando l'intervento della polizia. Da qui in poi le notizie si fanno incerte. Secondo quanto riportato dall'agenzia stampa Xinhua, circa 700 uighuri si sarebbero abbandonati alle violenze, bruciato veicoli, eretto barricate e attaccato negozi e abitazioni di «cittadini innocenti», probabilmente immigrati cinesi. Accuse supportate dalle immagini televisive trasmesse dall'emittente di stato Cctv; immagini nelle quali si vedono giovani uighuri che distruggono automobili, tirano pietre contro un bersaglio non visibile, e danno l' assalto ad un autobus.

Pechino parla di complotto e accusa apertamente la leader uighura in esilio Rebya Kadeer, presidentessa del Congresso mondiale uighuro, di aver fomentato la rivolta con lo scopo di promuovere la secessione dello Xinjiang dalla Repubblica popolare. Immediata la smentita della Kadeer, che dal suo esilio negli Stati uniti rimanda indietro le accuse e definisce "pacifica" la manifestazione. «I testimoni hanno sostenuto che un numero sconosciuto di uighuri sono stati presi a bersaglio e uccisi dalle autorità cinesi - si legge in un comunicato del Congresso mondiale uighuro, che citando la Kadeer continua – Gli uighuri sventolavano le bandiere della Cina. questo dimostra la natura pacifica delle manifestazioni con le quali chiedevano semplicemente giustizia e diritti civili. Non si tratta di “fuorilegge”».

Le violenze di domenica sono le più gravi dopo l'attentato del agosto 2008, a pochi giorni dalle Olimpiadi di Pechino, costato la vita a sedici poliziotti nella città di Kashgar e rivendicato da un sedicente Partito islamico del Turkestan.

Regione di confine ricca di materie prime, e perciò strategica per gli interessi di Pechino, lo Xinjiang, detto anche Turkestan orientale, è abitato da una minoranza musulmana di origine turca. Le rivolte nella regione sono datate oltre mezzo secolo. La popolazione uighura rivendica maggiore autonomia dal governo centrale e a partire dai primi anni Novanta, gruppi musulmani come il Movimento islamico del Turkestan orientale sono responsabili di attacchi terroristici.

E mentre a Urumqi il coprifuoco sembra riportare una calma apparente, il presidente cinese Hu Jintao sbarca a Roma per partecipare al vertice del G8 in programma a L'Aquila dall'8 al 10 luglio. Una visita che il presidente Hu ha iniziato da turista, visitando i Fori imperiali, per poi incontrare oggi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il premier Silvio Berlusconi. Nei colloqui odierni molta economia e pochi, se non nessun accenno alla rivolta di Urumqi, escluso un breve riferimento di Napolitano al rispetto dei diritti umani. «Lo sviluppo e il progresso economico e sociale che si sta realizzando in Cina apre nuove prospettive e nuove esigenze in materia di diritti umani», non manca di sottolineare il Capo dello Stato, che tuttavia subito dopo sottolinea il pieno rispetto del principio di un'«unica Cina» da parte dell'Italia.

E nel silenzio quasi generale si alzano solo poche voci di condanna, o per meglio dire biasimo. Da Ginevra il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, invita Pechino ad «assumere le misure necessarie per proteggere la vita e la sicurezza della popolazione civile, proteggere la proprietà e le libertà di parola, assemblea e di stampa». Mentre a Istanbul centinaia di uighuri sfilavano per le vie della città turca chiedendo al governo di Ankara di intervenire contro Pechino.



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