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LA GUERRIERA GENTILE DEGLI UIGURI 24/5/09

Rebiya Kadeer, guida riconosciuta del movimento uiguro mondiale, parla della situazione nel Turkestan orientale, estrema provincia occidentale della Repubblica popolare cinese

Andrea Pira

Domenica 24 Maggio 2009
«Da molto tempo ho la sensazione che un giorno il Turkestan diventerà un paese libero». Rebiya Kadeer è convinta che un giorno tornerà nella sua patria. Sessantuno anni, sette trascorsi in prigione per essersi opposta al governo cinese, dal 2006 in esilio negli Stati Uniti, Rebya Kadeer è la guida riconosciuta del movimento uiguro mondiale. Candidata al premio Nobel per la pace, premio Rafto per i diritti umani nel 2004, si batte per affermare la libertà della sua terra, il Turkestan orientale, l'estremo occidente della Repubblica popolare cinese, in mandarino Xinjiang, la nuova frontiera,. Un territorio grande cinque volte e mezzo l'Italia, ricco di petrolio, oro, uranio, strategico per le ambizioni della Cina.
“La guerriera gentile”, così è intitolata anche la sua autobiografia pubblicata in Italia da Corbaccio, scritta in collaborazione con la giornalista tedesca Alexandra Cavelius. Una dissidente sorridente ed affabile. I capelli raccolti in due trecce, indossa il tipico copricapo uiguro. Seduta su un divanetto in un albergo a pochi metri da piazza del Popolo a Roma, parla della vita nella sua terra: «è un ritorno agli anni della Rivoluzione culturale. Non possiamo parlare la nostra lingua, non possiamo studiare la nostra storia e la nostra cultura. Veniamo definiti terroristi. I prigionieri vengono torturati, costretti a lezioni di politica e sottoposti al lavaggio del cervello». Una situazione dalla quale è difficile fuggire perché «agli uiguri viene spesso ritirato il passaporto». Parla nella sua lingua, solo rare volte utilizza termini cinesi per facilitare il lavoro dell'interprete. Un modo per rimarcare quanto Pechino sia diversa e distante dallo Xinjinag. Una regione solo sfiorata dalla crescita economica della Cina. «Non c'è dubbio. La situazione economica è certamente migliorata, ma i vantaggi sono tutti a favore degli immigrati cinesi. Ormai, dopo anni di immigrazione forzata, i cinesi di etnia Han sono la maggioranza . Per gli uiguri non c'è lavoro, soprattutto per quella parte della popolazione che non parla cinese». Per le autorità è un modo di garantire una maggiore integrazione delle periferie, che nella realtà rafforza il controllo di Pechino sulla regione.
La situazione nel Turkestan orientale è quasi sconosciuta. Sebbene simile a quella tibetana non gode della visibilità di quest'ultima. Isolati dal resto del mondo, gli uiguri sono bollati come terroristi. Una strategia diventata ancora più semplice dopo l'11 settembre. «Una delle cause dell'isolamento del nostro popolo è l'Islam. Nella comunità internazionale la religione mussulmana viene spesso guardata con sospetto». La Cina può quindi utilizzare la retorica della guerra al terrore per contrastare le richieste degli uiguri, sbandierando lo spauracchio di quelli che definisce i tre pericoli: fondamentalismo, separatismo e terrorismo. Paradossalmente gli Stati Uniti, oggi il principale sponsor della Kadeer nella comunità internazionale, sono anche il paese che, assecondando le richieste di Pechino, ha iscritto il Movimento islamico del Turkestan orientale (ETIM) tra le organizzazioni terroristiche legate alla rete di Al-Qaeda.. La paura degli attacchi terroristici ha avuto il suo culmine nell'estate del 2008. In occasione delle Olimpiadi di Pechino, la rilevanza dell'evento e un attentato contro dei poliziotti nella città di Kashgar, rivendicato da un sedicente Partito islamico del Turkestan, ha permesso alla Cina un giro di vite securitario nei confronti delle minoranze. Nonostante tutto Rebiya Kadeer non si arrende. «Non mi interessa quello che fa o dice l'America. Molto spesso gli Stati Uniti e l'Europa, in particolar modo la Germania, hanno un atteggiamento ambiguo. É vero, appoggiano la nostra causa e la nostra battaglia per i diritti, ma allo stesso tempo assecondano le richieste della Cina. Io ho a cuore la libertà degli uiguri e continuerò a battermi in modo non violento per raggiungere questo obbiettivo»
Una causa destinata a vivere nell'ombra di quella tibetana. Per i pochi a conoscenza della situazione nello Xinjinag la Kadeer è la Dalai Lama degli uiguri, il Turkestan come “l'altro Tibet”.
La poca notorietà non è però dovuta esclusivamente a fattori religiosi. Esiste anche una motivazione storica. Rebiya Kadeer sorseggia una tazza di tè e spiega: «L'esilio del Dalai Lama ha permesso all'opinione pubblica mondiale di conoscere la situazione tibetana a partire dagli anni Cinquanta. Noi non abbiamo avuto questa possibilità. Quando nel 1950 i principali leader uiguri furono invitati a Pechino per trattare con Mao, il loro aereo è sfortunatamente precipitato. Con gli uiguri rimasti senza guida la Cina ha potuto creare senza problemi una barriera intorno al Turkestan, isolandolo dal resto del mondo». Oggi il movimento uiguro sembra aver finalmente ritrovato una guida autorevole, capace di far sentire la propria voce anche fuori dalla Cina.
Di umili origini ha iniziato a lavorare come lavandaia, un'attività che lascia presto per dedicarsi al commercio. Pelli d'agnello, legna, tappeti, vestiti. Partita da un piccolo bazar di Aksu arriva ad Ürümqi, il capoluogo dello Xinjiang, ampliando i suoi contatti nelle capitali economiche del paese: Canton e Shanghai. Negli anni Ottanta apre il “Bazar delle donne”, un attività nata per dare lavoro alle ragazze povere del vicinato. Imprenditrice affermata si lancia nel mercato immobiliare e diventa così miliardaria, simbolo del nuovo corso della Cina denghista. La ricchezza le apre le porte della politica. Diventa un esempio del successo delle riforme economiche avviate a partire dagli anni Ottanta.. Viene scelta come delegata dello Xinjiang all'Assemblea nazionale del popolo, il parlamento cinese. Si batte per i diritti delle donne, racconta la condizione delle ragazze uigure «costrette a trasferirsi nelle grandi città del sud della Cina per essere fruttate».Invitate ad andare a lavorare in Cina, vengono reclutate in hotel e ristoranti, per finire spesso nei bordelli. Nel 1995 partecipa alla Quarta conferenza mondiale sulle donne dell'ONU a Pechino, dove, dice è affascinata dalle oratrici tibetane che dal palco parlavano dei problemi del proprio popolo. E lei, dai banchi dell'Assemblea nazionale denuncia i problemi della sua gente: l'impoverimento dei contadini, la situazione scolastica e il trattamento riservato ai prigionieri politici. Nel 1999 viene arrestata con l'accusa di aver rivelato segreti di Stato per aver tentato di inviare alcuni ritagli di giornale al marito Sidik Rouzi, poeta ed intellettuale uiguro, esule negli Stati Uniti. Rilasciata nel 2005, su pressioni americane, vola negli USA ricongiungendosi alla sua famiglia.
Rebiya Kadeer guarda con speranza al futuro. Non crede nella possibilità di trattare con il governo di Pechino e ha ben presenti gli insuccessi tibetani. «Non serve. Gli Stati uniti hanno spinto per i colloqui tra la Cina e il Dalai Lama, ma tutto si è risolto un nulla di fatto». Vuole continuare a fa sentire la propria voce. E in questo 2009 le occasioni non mancheranno. A giugno ricorre infatti il ventesimo anniversario del massacro di piazza Tiananmen, un ventennale che Pechino ancora non sa bene come gestire. E soprattutto ad ottobre durante il sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese, proclamata da Mao il 1 ottobre 1949. Rebiya Kadeer annuncia manifestazioni di protesta, se possibile, in comune con le altre forme di dissidenza a Pechino. «Sarà un modo per far conoscere al mondo la causa uigura, per spiegare cosa succede nello Xinjiang, ma anche in Tibet, in Mongolia e nei confronti delle altre minoranze» dice sicura di sé.
Nel futuro del Turkestan Rebiya Kadeer vede «una reale libertà», giudica questo obbiettivo difficile, ma, come ama ripetere, citando una antica favola uigura: «nessun ostacolo è insuperabile, nessun traguardo troppo alto». É molto fiduciosa. «Nella vita mi sono sempre fatta guidare dall'istinto: se avevo la sensazione di farcela, raggiungevo il mio obbiettivo. E per questo continuo a confidare nel mio istinto».


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