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Considerate l’ampiezza e l’urgenza delle sfide, i più ottimisti speravano che i due G8 sull’agricoltura e sull’ambiente avrebbero rappresentato un primo passo in avanti significativo. Niente di tutto ciò è successo. (Illustrazione di Charlie Sullivan)

Luca Chinotti*

Giovedi' 21 Maggio 2009

Agricoltura e clima sono un binomio inscindibile dalla notte dei tempi. Ma con l’accelerare dei cambiamenti climatici, lo sguardo che i coltivatori rivolgono verso il cielo per scrutare i suoi umori è sempre più preoccupato. Se da una parte gli agricoltori sono in difficoltà per le bizze del clima, dall’altra i governi si sono dimostrati incapaci di azioni coraggiose per tenere sotto controllo la temperatura e aiutare, in questo modo, anche chi sopravvive col lavoro nei campi. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove la desertificazione sottrae ogni anno terreni fertili, l’acqua scarseggia sempre di più e le catastrofi naturali in aumento cancellano in pochi minuti mesi di lavoro. Di fronte a uno scenario che non invita all’ottimismo, era lecito aspettarsi qualcosa di più dalle due riunioni ministeriali del G8 sull’agricoltura e sull’ambiente del mese scorso. I ministri dell’Agricoltura si sono dati appuntamento a Cison di Valmarino dal 18 al 20 aprile, dove a fare gli onori c’era l’italiano Luca Zaia. Mentre quelli dell’ambiente si sono riuniti a Siracusa la settimana successiva, sulla punta estrema dell’isola di Ortigia cara alla ministra Stefania Prestigiacomo. I suggestivi panorami marini che si godono dal castello di Maniace, sede del G8 verde, non sono stati però sufficienti per ispirare le delegazioni. Come poco ha potuto il Prosecco offerto a profusione a Cison di Valmarino. Le due ministeriali avevano l’obbiettivo di trovare soluzioni concrete o almeno creare delle dinamiche di negoziazione serie su due problemi - fame e cambiamenti climatici - che causano povertà e uccidono. Se non si agisce rapidamente, la crisi alimentare e quella climatica diventeranno incontrollabili e colpiranno un numero sempre più grande di persone, generando a catena instabilità politica e di sicurezza che colpiranno anche i paesi sviluppati. La fame tocca già oggi quasi un miliardo di persone, mentre le catastrofi legate ai cambiamenti climatici colpiscono 250 milioni di persone. In assenza di interventi decisi, questi numeri sono destinati ad aumentare in modo drammatico.
Considerate l’ampiezza e l’urgenza delle sfide, i più ottimisti speravano che i due G8 sull’agricoltura e sull’ambiente avrebbero rappresentato un primo passo in avanti significativo, come indicato dai ministri italiani prima dell’inizio dei lavori. Società civile e osservatori si aspettavano decisioni concrete contro la fame e i cambiamenti climatici, concertate non solo tra i paesi del G8, ma anche tra i paesi in via di sviluppo invitati al tavolo delle discussioni.
Niente di tutto ciò è successo. Oltre a non offrire soluzioni concrete, i ministri non sono riusciti a fare avanzare delle negoziazioni internazionali in grado di spingere gli Stati verso politiche efficaci. In modo completamente surreale, in entrambe le ministeriali si è però preteso che dei grandi passi in avanti fossero stati compiuti. Sfortunatamente, i testi degli accordi raccontano un'altra storia: vecchie posizioni ripetute e impegni mai rispettati ma ribaditi per l’ennesima volta, nessun programma per migliorare la vita delle popolazioni più vulnerabili.
Lo stallo attuale è conseguenza di due fattori principali: la crisi della governance globale e la visione di corto termine dei decisori. La crisi della governance globale fa sì che si fatichi a generare consensi su politiche adeguate alle sfide dell’oggi. Il G8 non è più rappresentativo e non controlla più la stragrande maggioranza delle risorse e del PIL mondiale come qualche decennio fa. Se i paesi che devono negoziare sono venti, la decisione diventa più difficile e spesso meno incisiva. In secondo luogo, i politici hanno un orizzonte sempre più limitato e non riescono o non vogliono capire le implicazioni di lungo termine della loro (in)azione. Esiste una via d’uscita? Solo coalizioni di dimensioni veramente mondiali sono in grado di proporre soluzioni costruttive e realizzabili. I governi delle maggiori economie del mondo dovranno mettere a frutto le prossime ministeriali del G8, soprattutto quella sullo sviluppo e quella sulla finanza - oltre al summit finale dell’Aquila - per decidersi finalmente ad agire. La società civile ed il settore privato, dal canto loro, avranno il compito cruciale di spingere i propri paesi ad agire in modo ambizioso. In gioco c’è la sopravvivenza di miliardi di persone.

*Esperto di agricoltura e cambiamenti climatici



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