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Mordi e fuggi di Berlusconi in terra libica. Mentre LOndra fa passi vanti

Emanuele Giordana

Mercoledi' 11 Febbraio 2004
Sotto il sole del deserto della Sirte un amabile Silvio Berlusconi scende dalla scaletta dell’aereo per il suo blitz in terra libica. “L’Italia è amica Il passato è lontano” dice al gruppo che è stato inviato ad accoglierlo. E pare davvero bizzarro che nel paese che fu colonia italica e dove l’Italia, oltre a costruire le strade, passò per le armi gli Omar al-Mukhtar che difendevano l’indipendenza del paese nordafricano, inizi la sua visita con uno “scurdammoce ‘o passato” e non semmai, come qualche storico gli ha consigliato, chiedendo ammenda di un passato non ancora dimenticato. Ma evidentemente Berlusconi preferisce tastare altre corde al leader libico nel giorno in cui, piaccia o meno a Palazzo Chigi, nel menù delle relazioni internazionali, la prima notizia non è certo quella che il premier italiano è andato a Tripoli.
La notizia che corre sugli schermi delle agenzie di stampa di tutto il mondo, dalla Bbc ad Al Jazeera, è che il ministro degli Esteri libico Mohamed Abderrahmane Chalgam è stato a Londra. E che a Londra ha incassato da Tony Blair la promessa di un incontro col colonnello. L’ufficio stampa di Palazzo Chigi fa di tutto, mentre Berlusconi morde e fugge la terra libica (in serata c’è un altro mordi e fuggi con Abu Ala), per far filtrare l’idea che l’Italia è la “cerniera” tra la Libia e il mondo. Ma i giochi, invece, sembrano altrove. Preparati e serviti su tutt’altri tavoli. Forse Berlusconi, più realista del re, e che la Libia sembra aver dimenticato da almeno un anno (come suggerisce Del Boca nell’intervista a fianco), traghettandone la gestione dal ministero degli Esteri a quello degli Interni, non si è accorto che anche Washington ha cambiato atteggiamento. E infatti ecco l’altra notizia del giorno correre come un lampo nei flash d’agenzia: gli americani ristabiliranno relazioni diplomatiche con la Libia. Pia speranza di Tripoli? Non sembra, anche se la notizia arriva da Londra per bocca di Chalgam. La conferma è in carne ed ossa. E’ quel diplomatico statunitense, come verifica la Reuters con un funzionario Usa, che sta lavorando negli uffici della rappresentanza diplomatica del Belgio. Avanguardia di altri official che, entro il mese, dovranno arrivare. E forse riaprire gli uffici chiusi nel 1980 dall’ultimo ambasciatore di Washington a Tripoli.
L’Italia sembra dunque perdere terreno anche sul fronte della Sirte, nei deserti petroliferi di un partner difficile ma sempre, in qualche modo, protetto, anche nei tempi più duri. Come quando, ricordava sempre Del Boca ieri mattina a Radio3, Andreotti mandò a Reagan il libretto verde del colonnello. Nemmeno i siti in lingua araba danno tanto spazio al viaggio del premier italiano e a un’Italia la cui assenza è stata riempita dalla sottile strategia britannica che, pur con mille distinguo (Blair vuole essere certo che la Libia manterrà l'impegno di smantellare il proprio arsenale di armi di distruzione di massa, scriveva ieri il Financial Times), sta però preparando un incontro “il più presto possibile”, pur se non è dato sapere né come né dove.
In questo scenario, dove i grandi big giocano la parte dei protagonisti, l’Italietta berlusconiana fa una magra figura. E sembra non riesca ad arraffare neppure i contratti milionari ottenuti dal flemmatico Aznar, che a metà settembre ha ottenuto per la Repsol la licenza per nuove ricerche petrolifere. Ha strappato allo statuario colonello libico soltanto una strada litoranea, un’opera però, ha detto il premier, “da far tremare i polsi”. Paradosso nei paradossi, fanno sfigurare l’Italia proprio i suoi alleati prediletti: Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti.
A mettere assieme tutti i tasselli del puzzle di questo viaggio frettoloso, verrebbe da pensare che sia stato organizzato in fretta e furia per rilanciare un ruolo che l’Italia ha perso e per evitare che la piazza mediatica restasse appannaggio del solo Blair. C’è ovviamente solo da sperare il contrario. Che la visita fosse, come ha spiegato Frattini al Corriere, il logico proseguimento di quel viaggio di Berlusconi che “tre anni fa (ma non era nell’ottobre del 2002? ndr) andò da Gheddafi e disse: Io ti propongo la strada per avvicinarti all’Occidente”.
Invece ecco un sorpasso in corner da parte di Tony, José Maria e George. Che fine avrà fatto la notizia, filtrata sui giornali americani, che Roma sarebbe potuta essere al centro del grande incontro di riconciliazione tra il colonnello, Londra e gli Usa? Se non era una velina di palazzo, una pia speranza, Berlusconi batta un colpo. Sennò, davvero, è da credere che il premier abbia solo affrontato le annose e mai risolte questioni dei risarcimenti, della bonifica, dei danni alle aziende italiani e dei visti non concessi. Cose che fanno imbufalire gli elettori di An che sulla Libia hanno il dentino avvelenato. Certo, resta la litoranea. Roba da far tremare i polsi.

Questo articolo è uscito sull'edizione odierna de il manifesto



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