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ALLISON SCHULNIK, L'URLO E LA MATERIA 20/04/09

Una mostra romana presenta l'opera pittorica della giovane artista americana: homeless e clown, donne ed orchi, imprigionati sotto strati ossessivi di colore. Umanissimi a dispetto della loro mostruosità (Nell'immagine: Big Monk Head di A.Schulnik- Courtesy 1/9 gallery)

Attilio Scarpellini

Lunedi' 20 Aprile 2009
I suoi fiori sono concrezioni ossessive di colori, dolenti rilievi materici sbalzati su una tela stuccata di bianco: da lontano sembrano macchie accese, squillanti di rosso, da vicino comunicano la stessa sensazione di fatica, di tormento – la stessa sensazione fisicamente sgradevole di tutte le visioni di Allison Schulnik, dove forma e materia sono sospese in una transizione continua che fa traballare la capacità di distinzione dello sguardo. Letteralmente, nelle tele come Albino dove la figura, bianca sul bianco, è soltanto un grado ulteriore della stratificazione del colore, un rilievo plastico, una proiezione fantasmatica dello sfondo. Tematicamente, perché non si sa bene cosa la pittrice di San Diego ospitata dalla galleria romana Unosunove (in condominio con un’installazione site specific del collettivo Artist Anonymus) effettivamente dipinga: uomini o animali, homeless o pagliacci, mitiche creature preumane o evoluzioni di una fantasmagoria postumana che è alla portata di ogni sguardo, a cominciare da quello dell’artista che, dal suo studio in una zona industriale di Los Angeles, affonda quotidianamente nella desolazione della metropoli. Di certo, è l’umano, e non il bestiale ( o l’arborescente, il senso misteriosamente vegetale che emanano alcuni dei suoi orchi), il punto di inquietudine, di squilibrio delle sue metamorfosi: nelle labbra cerchiate dall’urlo della donna dipinta accanto a una tigre (Girl with animal), negli occhi smarriti e dolcissimi, unico punto acquoso della visione ghiacciata di Albino, persino nella ferocia allucinata di Big Monk, dove l’umano si direbbe definitivamente perduto, resta invece visibile il dolore di una mutazione che si sta disperatamente compiendo al contrario: dalla parola al grido inarticolato, in una regressione naturale che è visibilmente il culmine di un’alienazione culturale, una specie di Notte dell’Epifania alla rovescia. Ma ovunque, nel roteare mostruoso degli occhi sporgenti o nelle bocche ridotte a cavità scure perennemente spalancate, l’ “alienità” della Schulnik sembra comportarsi come il famoso automa giocatore di scacchi di Kleist che al suo interno nascondeva un nano: pesanti ed informi stratificazioni di materia pittorica (e non: tra le emulsioni detritiche dei fiori sul petto di Hobo clown si scoprono frammenti di plastica colorata) proteggono e nel contempo martoriano, avvolgono e ricoprono in un eterno inverno, la nuda vita di un’umanità ricacciata ai margini del mondo. E’ il “sacro segno di mostri” raccontato dall’omonimo spettacolo di Danio Manfredini, quando nelle sconsolate parole delle vecchia (interpretata dallo stesso regista) si scopre che i matti, da poco liberati dalla legge Basaglia, non hanno però un luogo in cui tornare, perché in ogni luogo del vivere comune sono percepiti come il fuori luogo: nessun filo, nessun discorso, nessuna dialettica, lega più la follia a una società che, dopo averla reclusa, chiede solo di non guardarla più in faccia. Il massimo dell’apertura e il massimo della reclusione – la de istituzionalizzazione totale e l’istituzione repressiva – in questo senso, coincidono: l’isolamento, nel suo alternare la segregazione più radicale e l’esposizione più crudele, diviene il destino corporeo della diversità. Nessuna cittadinanza protegge l’escluso, respinto al confine tra la natura e la città, vita di scarto, e per lo più immersa tra gli scarti, homo sacer, nel senso in cui la tradizione classica designava la nuda vita, priva di ripari nella legge – e che già non ne ha più nella natura - dell’individuo “uccidibile a piacere”, cioè segnato e sovraesposto ai suoi simili. La fantasmagoria deforme della Schulnik scontorna le sue figure in uno spazio vuoto, uniforme che però non ha nulla di aperto: è opaco, duro, soffocato – uno spazio dolente e muto dove la teatralizzazione espressionista dell’urlo stampato sui volti degli spettri che lo popolano ricade su se stessa, implode. Proprio come le esistenze che agonizzano sotto le sembianze di una pittura leggendaria, sotto strati e strati di plastiche e di giornali, gonfiandosi nella mostruosa dismisura di un’emarginazione divenuta altra pelle, altro corpo, altra natura. Corpi imprigionati dalla materia sociale che li comprime, orchi e mutanti che si addormentano nel vicolo sotto casa: solo la scintilla di uno sguardo, di tanto in tanto, rompe le maglie della gabbia, affiora in superficie, facendo esplodere lo scandalo della loro (della nostra) somiglianza.


La mostra di Allison Schulnik è alla galleria Unosunove arte contemporanea, Via degli Specchi 20, Roma, fino al 23 maggio
Per la definizione di Homo Sacer si veda l’omonimo libro di Giorgio Agamben pubblicato da Einuadi



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