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UKIYO,IL MONDO FLUTTUANTE PERDUTO 11/4/09


“Vivere solo l’istante presente, dedicarsi completamente al piacere dato dal contemplare la luna, la neve, i fiori di ciliegio e le foglie rosse dell’acero; cantando canzoni, bevendo vino, divertendoci semplicemente a fluttuare, fluttuare; senza preoccuparci affatto della povertà che abbiamo davanti, rifiutando di farci scoraggiare, come una zucca che scorre insieme alla corrente del fiume: questo è quello che chiamiamo ‘mondo fluttuante’”. Viaggio a margine della mostra romana di Hiroshige. (nella foto 'Donna con piovra' di Hokusai)

Junko Terao

Sabato 11 Aprile 2009


Era l’inizio del secolo scorso quando lo scrittore Nagai Kafu passeggiava nostalgico nei vicoli dello shitamachi di Tokyo, la parte bassa della città intorno al fiume Sumida. Lì cercava i rimasugli di Edo – come si chiamava prima che diventasse la capitale dell’arcipelago nel 1868 - e delle sue atmosfere, ormai relegate a scorci circondati dalle ciminiere della città tutta proiettata verso il futuro. Cercava quello che la modernizzazione selvaggia iniziata con la restaurazione Meiji stava spazzando via per sempre: il ricordo del ‘mondo fluttuante’, che per gli oltre due secoli di governo feudale Tokugawa (1600-1867) è stato fulcro, orizzonte e fonte d’ispirazione della nuova cultura urbana. Un mondo “di piaceri temporanei, di teatri e ristoranti, di palestre di lotta libera e di case d’appuntamento, popolato di attori, ballerini, cantanti, cantastorie, buffoni, cortigiane, addette ai bagni pubblici e venditori ambulanti, cui si mescolavano depravati figli di ricchi mercanti, dissoluti samurai e giovani traviati”. A giudicare da quello che la letteratura, la poesia, il teatro, la pittura e le stampe dell’epoca ci hanno tramandato, la descrizione dello storico G.B.Sansom, per quanto venata di moralismo (ma era pur sempre il 1952), doveva avvicinarsi molto alla realtà del mondo dell’ukiyo, il ‘mondo fluttuante’ che ruotava attorno ai quartieri di piacere. Ma non erano solo i mercanti ‘depravati’ o i ‘giovani traviati’ a trastullarsi nei paradisi dell’edo(n)ismo, nei porti franchi del piacere come lo Yoshiwara a Edo e Shimabara a Kyoto, città nelle città circondate da mura. Qui le autorità, per arginare la prostituzione dilagante, avevano relegato i bordelli in cui lavoravano donne con regolare licenza e intorno a questi erano nate varie attività e luoghi di divertimento. In un’epoca di grande controllo sociale, in cui il bakufu imponeva regole anche per il comportamento, l’abbigliamento e le attività di svago alle diverse classi sociali, i quartieri di piacere erano la valvola di sfogo per tutti i chonin, gli abitanti delle città. Varcata la soglia dello Yoshiwara, ogni regola cadeva, le differenze sociali svanivano e ci si poteva mescolare in una sorta di perenne realtà carnevalesca, in cui solo il denaro faceva la differenza. E proprio l’arricchirsi dei mercanti e degli artigiani durante i 200 anni di chiusura all’esterno e di relativa pace è alla base della nascita della cultura urbana. Il periodo Edo (o Tokugawa) coincide con il riscatto della classe dei mercanti, relegati per secoli da una concezione di matrice neo-confuciana al gradino più basso della scala sociale. Il commercio all’interno del paese aumenta e i mercanti si arricchiscono, le città esplodono, si assiste a un’urbanizzazione senza precedenti, grandi masse si trasferiscono dalla campagna alle città - Edo, Kyoto e Osaka in particolare -, la cultura, fino ad allora appannaggio dell’aristocrazia della corte imperiale prima e della classe dei samurai poi, diventa popolare, nasce e vive per le strade, diventa intrattenimento per tutti. E’ l’epoca d’oro del joruri (il teatro di marionette) e del kabuki, della letteratura in kana (l’alfabeto sillabico, più comprensibile dei kanji, caratteri cinesi) e della poesia haiku, della pittura e delle stampe ukiyo-e. E’ l’epoca, soprattuto, in cui il significato del termine ukiyo viene ribaltato. Dalla concezione negativa della fugacità di ogni cosa, come indicava il termine di origine buddhista, si passa a una visione opposta, che esalta, invece che denigrare, l’aspetto terreno dell’esistenza: la vita dura poco, bisogna goderne il più possibile. Su questo slittamento fiorisce la cultura dei chonin. Posta l’effettiva illusorietà dell’esistenza in questo mondo, dovendo comunque trascorrervi del tempo, perché non lasciare che la vita scorra senza preoccuparsi troppo del poi, approfittando invece dei piaceri che offre? Il primo a codificare questo salto semantico è Asai Ryoi, autore dell’Ukiyo monogatari (Racconti del modo fluttuante, 1660): “Vivere solo l’istante presente, dedicarsi completamente al piacere dato dal contemplare la luna, la neve, i fiori di ciliegio e le foglie rosse dell’acero; cantando canzoni, bevendo vino, divertendoci semplicemente a fluttuare, fluttuare; senza preoccuparci affatto della povertà che abbiamo davanti, rifiutando di farci scoraggiare, come una zucca che scorre insieme alla corrente del fiume: questo è quello che chiamiamo ‘mondo fluttuante’”. E allora avventure amorose, grandi bevute e gesta erotiche di onnivori prìncipi del piacere, come il protagonista di Koshoku ichidai otoko (vita di un libertino) di Ihara Saikaku, Yonosuke, divenuto leggenda perché “nella sua vita ha avuto relazioni con tremilasettecentoquarantadue donne e si è divertito con settecentoventicinque ragazzi”. Sesso, denaro e divertimento: intorno a questi tre elementi ruotava la cultura dei chonin, materialista e spesso dissacrante ma capace, allo stesso tempo, di straordianaria raffinatezza. Non solo le stampe di Hiroshige e Hokusai, ma anche gli shunga (stampe erotiche) di Utamaro o i ritratti di attori kabuki di Sharaku sono esempi di arte sublime. Con l’avvento del Meiji l’incantesimo si rompe, l’orizzonte si allarga ben oltre i confini della città, lo sguardo si rivolge oltreoceano e l’Occidente (e il puritanesimo) viene accolto in maniera sciaguratamente acritica. Nella visione negativa di Kafu, che si struggeva per il disfacimento del Giappone, ritorna la concezione pessimistica dell’ukiyo. Per lui che ha vissuto in prima persona lo stravolgimento non restava altro che il rimpianto, ma per Nobuyoshi Araki, grande interprete contemporaneo dell’ukiyo (la celebre “Donna con piovra” di Hokusai che ritrae una pescatrice di awabi in preda al piacere mentre è posseduta da una piovra gigante non può non averlo ispirato) che alla stampa policroma ha sostituito la fotografia in un passaggio più che naturale, è possibile continuare oggi a esaltare il ‘mondo fluttuante’. Che nella capitale odierna sopravvive a Shinjuku, nel quartiere a luci rosse di kabukicho, per Araki “la vagina di Tokyo che spero non scompaia mai perché la città e la vita hanno bisogno dell’osceno”.


Anche sul numero di Alias, inserto culturale del manifesto, di questa settimana



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