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Il NONO PIANO DI JESSICA DIMMOCK 8/4/09

Un reportage su un gruppo di eroinomani newyorkesi riporta in luce il sommerso della condizione metropolitana ma non resiste alla tentazione di forzare esteticamente lo sguardo con la complicità dei suoi soggetti

Attilio Scarpellini

Mercoledi' 8 Aprile 2009
La prima immagine di Jesse mostra una ragazza sorridente dai capelli sciolti, l’ultima la vede di spalle, come se uscisse di scena, smagrita e spettrale, leggermente fuori fuoco. Ma la prima immagine è solo quella di una foto appesa al muro, la fotografia di una fotografia, una specie di istantanea segnaletica che mantiene nel presente la ferita di un passato verso il quale non esistono più punti di accesso: Jessie non ritroverà più Jesse, la somiglianza di una si stacca dal volto dall’altra e si libra come un angelo sul romanzo fotografico di Jessica Dimmock, dove non esistono punti di fuga e l’invisibile non ha mai un luogo, uno spazio in cui apparire. Il Ninth floor, il nono piano del palazzo di Lower Manhattan occupato da un gruppo di giovani eroinomani, è una scena univocamente umana, uno squarcio di inferno dimenticato al centro della città a un tempo intimo e osceno: intimo perché la droga è un principio di prosciugamento dell’esterno, di agonico ripiegamento dell’essere su se stesso, e del corpo nella propria sparizione; osceno perché dove non c’è un fuori non può più esserci un dentro, ogni corpo e ogni volto, la superficie delle pelli tatuate, le bocche dischiuse in un urlo inebetito, senza suono – come quella di Rachel fotografata accanto al manifesto di Dracula – gli atteggiamenti e le pose che stigmatizzano la ritualità del buco, e il suo cinismo, tutto assume il rilievo di un abnorme paesaggio. “L’atmosfera all’interno – come ha raccontato la fotografa - era ovattata, lenta, sfuggente e malata, mitigata da un contagioso silenzio”.
Scattate nell’interno, calate nei momenti di una vita chiusa nel ritmo monotono, concentrazionario, della tossicità, dove persino il sesso e la violenza sembrano degli epifenomeni di un immaginario confiscato dalla droga, queste immagini che sono il frutto di una complicità tra il fotografo e i suoi soggetti, vengono da uno sfondo divorato: natura o città, respiro nell’aperto o immersione storica nella relazione, si comprimono in un raggio di sole che filtra da una tenda rossa, nelle macerie accatastate del Ninth floor dopo lo sgombero, nell’indifferenza della folla di una strada di New York che avvolge Jesse ormai uscita dalla “casa”, ma senza toccarla, mentre l’obiettivo della Dimmock continua a seguirla (più che a inseguirla) come il personaggio di un film che, fatalmente, andrà a finire male. Che Ninth Floor sia divenuto anche un film di immagini, trasmesso in video nella sala del Valle Giulia Project Room che ospita la mostra organizzata dall’associazione Nove ( e sponsorizzata da Contrasto), non stupisce: il montaggio e la messa in scena sono gli strumenti privilegiati della scrittura fotografica della Dimmock che oltre a scontornare due storie dagli esiti opposti – quella di Jesse e quella di Rachel e Dionn – dal brulicante intreccio di destini che si annida nell’ edificio “stretto ed elegante di fronte al celebre Flatiron di Manhattan”, costruisce in modo performativo ciascuna delle immagini che compongono il suo racconto. In questo senso, Ninth Floor, più che un documento strappato alla vita quotidiana dei giovani tossicodipendenti di New York è una teatralizzazione costruita con il loro aiuto: da soggetti ad attori, Jesse, Mike, Rachel, Dionn , o Joe Smith – vecchio residuato della scena artistica metropolitana che per iniettarsi eroina ha bisogno degli altri – sono insieme se stessi e l’immagine della loro condizione, come se attraverso l’obiettivo della macchina fotografica potessero guardarsi a loro volta, passando dall’altro lato dello specchio degradato in cui sono segregati. In alcuni dei loro gesti, nella stessa scelta di restituire la loro esistenza in movimento, c’è una icasticità, persino un senso plastico – le foto che ritraggono Mike e Jesse seminudi avviluppati su un letto in quella che non si sa se sia una lotta o un amplesso sono esemplari al proposito – che eccedono i confini di una “drammaturgia spontanea della realtà” (ammesso e non concesso, ovviamente, che una simile drammaturgia esista sul serio). Col risultato di produrre qua e là uno sgradevole effetto da fermo immagine, o da still life, perché la ricerca del movimento – come quella della vita, del pathos – si ribalta nel suo contrario: la fissità di un’estetica che a forza di visioni, di memorabili colpi d’occhio (e pugni nello stomaco), svuota il visibile del suo mistero. Per vedere qualcosa, insomma, bisognerebbe essere un po’ meno ricattati dalla presunzione di aver visto tutto e di aver dato a vedere anche l’invedibile – ci sarebbe bisogno, alla lettera, di una maggiore discrezione. Le sottolineature della Dimmock, dal suo uso accurato ( e talvolta latouriano) della luce al fuori fuoco, enfatizzano la crudezza del gesto - ecco Jesse che si buca anche in ospedale – ma, estetizzando il degrado, finiscono col dar luogo a una sorta di anti-climax dove la pietà uccide se stessa. Di questa discesa tra gli esclusi e i sommersi di una pratica sociale che non ha mai smesso di correre nelle vene otturate delle metropoli moderne, resta soprattutto un’intenzione narrativa portata caparbiamente fino in fondo. E, per usare le parole di Jessica Dimmock, il “contagio” che ispira le sue immagini e poi fatalmente le soffoca: talvolta, come diceva il Lenz di Buchner, “si vorrebbe avere un volto di Medusa per poter tramutare in pietra un simile gruppo” Ma la Medusa va sempre distanziata agitando uno specchio.

Al Valle Giulia Project Room di Roma fino al 19 aprile

questo articolo è uscito sull'ultimo numero della Differenza (www.differenza.org)



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