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MOSTRA: LE VITE INVISIBILI DI BELGRADO dal 23 al



STORIE STRAORDINARIE DI VITE INVISIBILI mostra di fotografie di Mario Boccia, Belgrado, Palazzo Italia, Kneza Milosa 56 dal 23 al 28 marzo 2009

Sabato 28 Marzo 2009
dalla brochue della mostra:

Preferisco chiamarli con il loro nome

di Mario Boccia

23 febbraio 2009. Torno a Belgrado esattamente dopo dieci anni. Tutto puo’ sembrare diverso o uguale a prima. L’obiettivita’ e’ un concetto filosoficamente debole. La forma di ogni cosa cambia con il modificarsi della luce e del punto di osservazione, lo sguardo che decifra segni, attraverso le lenti della macchina fotografica, e’ guidato da un’intenzione consapevole. La realta’ oggettiva puo’ essere una scelta.

La differenza piu’ grande che sento e’ intima: questa volta non sono qui per vendere cronache di guerra, come allora. Cercare di far bene un lavoro che prevede di essere sul posto per testimoniare avvenimenti non e’ mai bastato a togliermi una sensazione di disagio dal fondo dello stomaco-coscienza. Quello del giornalista non e’ un mestiere per cinici, diceva Ryszard Kapuscinski, che ha percorso i sentieri battuti dagli ultimi della terra, ovunque. Chi e’ cinico puo’ fare carriera in un mondo distratto, ma sicuramente fara’ male il giornalista. Per esprimere il residuo di pieta’ che rimane fuori dagli articoli o incrostato sul fondo della retina, intraducibile e non sintetizzabile in uno scatto, lui ha riempito block notes di poesie.

Per istinto, in ogni guerra testimoniata, ho raccontato le storie delle persone che la subivano, privati della possibilita' di scegliere e ai margini della cronaca ufficiale. Quest’ultima, anche quando non e’ “per sempre coinvolta”, come cantava Fabrizio De Andre’, predilige raccontare la storia con la “S” maiuscola, intesa come cronaca politico-militare-diplomatica, piuttosto che la vita della maggioranza delle persone. Eppure e’ li’che si deve tornare per ricostruire le macerie provocate dal mondo “sopra”, perche’ e’ dal basso che rinasce la vita (almeno fino a quando sara’ possibile).

Dieci anni dopo, sono di nuovo in Serbia per un incarico che ha il carattere di una sfida positiva: realizzare una mostra fotografica, in un locale prestigioso, come Palazzo Italia, sede dell’Ufficio della Cooperazione Italiana a Belgrado sulle vite “straordinare e invisibili” di persone “diverse” o generalmente considerate tali.

Un lavoro che si colloca in modo naturale sulla linea di quanto ho cercato di fare negli ultimi diciotto anni qui e in tutta l’area balcanica. I protagonisti del reportage sono i piu’ indifesi tra i deboli, ostacolati da barriere fisiche spesso insormontabili e isolati da forti pregiudizi culturali che attraversano i confini degli stati (nessuno escluso).
Del resto, in un epoca buia, ma non cosi’ remota, nel cuore dell’Europa moderna e’ stata pensata e pianificata la loro eliminazione fisica nei lager.

Oggi, nella gran parte del mondo, sono generalmente privati di diritti civili e sociali fondamentali, come istruzione, casa, lavoro, diritto di voto. Se la loro famiglia non puo’ (o non vuole) occuparsene, trascorrono la vita rinchiusi in istituti, nascosti agli sguardi sensibili di quelli che si ritengono “normali”. Cosi’ diventano “invisibili”.

Ovvio che un istituto ben gestito e’ meglio di uno gestito male, ma non e’ difficile provare a fare meglio, nella direzione di una de-istituzionalizzazione e inclusione sociale - sono queste le parole chiave nel titolo del grande progetto di cooperazione che il Governo italiano finanzierà nei prossimi due anni, rispondendo a una richiesta del Ministero serbo del lavoro e delle politiche sociali. Questa mostra, con il suo film documentario di Emanuele Cicconi e Jelena Rosić, è momento di sensibilizzazione culturale in preparazione del progetto, insieme a una conferenza internazionale e alla proiezione di alcuni film italiani sul tema. La mostra girerà anche in altre città della Serbia nei prossimi mesi.

Partendo da Roma, ero curioso e preoccupato. La condizione emotiva tipica di chi si avvicina a un territorio sconosciuto. Non potevo immaginare quanto questa esperienza avrebbe cambiato i miei pregiudizi culturali verso persone che consideravo oggetto di una doverosa e dignitosa assistenza. Figli di un dio minore. Quando un pregiudizio e’ forte, si perde la coscienza di averlo, fino a sentirsi parte della soluzione e non del problema. Nel corso del viaggio ho conosciuto persone speciali che percepiscono la realta’ in un modo particolare e possono aggiungere molto all’esperienza di chi li incontra.

Darko non ha un idea precisa del tempo che passa. Prende la calcolatrice per calcolare gli anni buttati in un istituto per disabili mentali e quelli vissuti fuori. Il conto e’ facile. Lui ha quaranta anni a sei e’ entrato e da meno di tre ne e’ uscito. Non e’ mai stato a scuola. Ora vive con tre amici e due amiche di una casa famiglia. grazie all’impegno di una delle organizzazioni che lavorano sulla de-istituzionalizzazione in Serbia. Quattro giorni a settimana esce di casa per andare a lavorare in un parcheggio con autolavaggio, con le chiavi di casa in tasca. Parla del lavoro e dei problemi di tutti i giorni, della sua vita e della sua ragazza. Non ha desideri individuali ma collettivi, per tutti i suoi compagni di appartamento. Sorride salutandoci. Non riesco a capire come sia stato possibile. Trent-anni e’ una vita rinchiusa. Te li danno per un omicidio senza attenuanti. E’come un ergastolo.

Ho visto uomini e donne fare teatro, praticare uno sport bello come il rugby, organizzare feste da ballo, lavorare come commesse, cameriere, lavare macchine. Con Dragana ho comunicato in inglese, italiano, spagnolo e portoghese (imparati dalle telenovelas). Bata mi ha raccontato sogni, incubi terrificanti e tante vite vissute nei dettagli, da protagonista, solo con l’immaginazione. Ho visto tante medaglie vinte alle gare para-olimpiche, mostrate con l’orgoglio di chi ha ricevuto un riconoscimento di esistenza in vita, oltre la soddisfazione di avere vinto una gara. Sono stato ospitato in case accoglienti, ho gustato caffe’, dolci, ascoltato musica e sfogliato album di fotografie, tra ricordi felici e tristi. Ho visto una collezione di francobolli, ordinata meticolosamente, e sono stato fotografato da un telefonino. Ho assistito a incontri di auto-coscienza collettiva e osservato su una mappa geofisica, il percorso dell’ultima scalata sopra i 6.962 metri del monte Aconcagua fatta da Danijela in Argentina. Lei e’ un’atleta straordinaria senza mani e senza piedi. Se fosse rimasta in Istituto come avrebbe potuto raccontare il “silenzio senza uccelli” di quelle montagne altissime, dove non sarei mai in grado di arrivare?

Nel rispetto di quanto e’ rimasto nascosto nell’animo di ciascuno di noi, spero di essere riuscito a restituire la forza della loro dignita’ attraverso le immagini. E’ una ricchezza che i soldi non possono comprare ed e’ sempre piu’ rara.

Rileggendo quello che ho scritto mi rendo conto che non riesco a trovare una definizione per cercare di spiegare a chi legge chi sono i protagonisti di questo reportage.

Disabili? Differentemente sensibili? Diversi da che?
Cercare una parola per definirli come gruppo omogeneo, come se fossero un’etnia o una nazione, mi fa paura.

Una categorizzazione di disabilita’ puo’ dividere delle persone, discriminarle e determinare il loro destino, come la casualita’ di essere nati al di qua o al di la di un fiume, una valle o una montagna sulla stessa terra.

Tanto piu’ ho visto delinearsi ragionamenti, anche apparentemente colti e pacati, fondati sulla dicotomia “noi-loro”, tanto piu’ devastanti e crudeli sono stati i conflitti e le ingiustizie che ne sono seguiti. Per quello che conta, non voglio commettere lo stesso errore.

Alla fine del viaggio, mi accorgo che non posso chiamare queste persone in altro modo che con il loro nome, come loro fanno con me. Tra noi siamo reciproci davvero.


La mostra fotografica si inserisce nella settimana di iniziative di sensibilizzazione intorno al tema della disabilità e diritti umani promossa a Belgrado dal Governo Italiano, Ministero degli Affari esteri – Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo nel marzo 2009, con il patrocinio del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali della Repubblica di Serbia.



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