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Attivista, romanziere e saggista - autore di oltre 100 opere -, teorico dell'antimilitarismo e difensore dei diritti civili fino alla fine: la vita e l'impegno di Oda Makoto, in particolare nel movimento contro la guerra in Vietnam, sono raccontati nel suo ultimo romanzo, uscito postumo e pubblicato in Italia da DeriveApprodi.

Junko Terao

Lunedi' 16 Marzo 2009


Che cosa avrebbe detto Oda Makoto – lo scrittore pacifista, difensore dei diritti civili e padre del movimento giapponese contro la guerra in Vietnam, scomparso nel 2007 – del recente viaggio in Asia di Hillary Clinton, prima tappa Tokyo, e di quello del premier nipponico Aso Taro alla Casa Bianca, primo capo di stato straniero ricevuto da Obama? Come avrebbe commentato i due eventi di chiara portata simbolica, che parlano della volontà della nuova amministrazione americana di rinverdire il legame con il fedele alleato in Asia orientale, piuttosto trascurato negli ultimi anni?
Oda aveva avversato pubblicamente, fin da subito, il primo frutto dell’alleanza nippo-americana post-occupazione sancita nel 1960 dal rinnovo del Trattato di sicurezza (Ampo): la guerra in Vietnam, contro la quale riuscì nell’intento mai più replicato in Giappone – almeno nei numeri – di radunare masse di cittadini in un movimento pacifico contro l’establishment.
Probabilmente, oggi, Oda farebbe quello che ha fatto per buona parte della sua vita: scenderebbe in piazza. Per difendere la costituzione pacifista e ribadire, ad esempio, che ogni nuovo impegno giapponese per il sostegno alle truppe Usa in Afghanistan è un ulteriore strappo al fiore all’occhiello, ripetutamente calpestato, del Giappone democratico. Oltre che tenace uomo d’azione - accoglieva le portaerei americane di ritorno dal Vietnam a bordo di barche di legno e armato di megafono, invitando i soldati a disertare – Oda è stato un teorico dell’anti-militarismo e uno scrittore generosissimo, con più di cento tra saggi e romanzi pubblicati. Di questa incontenibile produzione letteraria fino ad oggi non esistevano traduzioni in italiano. Solo recentemente è uscito, per i tipi di DeriveApprodi e grazie all’impegno del centro di documentazione Semi sotto la Neve di Pisa, che ne ha curato la pubblicazione, il suo ultimo romanzo, Ichigo Ichie. Ogni incontro è irripetibile (ma il titolo originale è Owaranai tabi, lett. Il viaggio infinito), arrivato nelle librerie giapponesi nel 2006. In un certo senso la scelta più azzeccata, dovendo privilegiare un titolo tra tanti come sua prima opera da tradurre in italiano: è una summa del suo pensiero sulla guerra e sul meccanismo vittima-aggressore a cui nessuna dei belligeranti può sfuggire. Il romanzo contiene, per ammissione dell’autore, tutti i suoi precedenti, con una buona dose di autobiografismo – il protagonista maschile è chiaramente lui – e l’intento, nemmeno troppo velato, di tramandare ai posteri la memoria di un’epoca.
La storia d’amore tra il giapponese Tsuyoshi e l’americana Alice inizia alla fine degli anni Sessanta, in piena contestazione pacifista – i due si conoscono in occasione della grande manifestazione di Washington del 15 novembre ’69 - e dura, con dieci anni di pausa e l’oceano Pacifico in mezzo, fino alla morte di lui nel terremoto di Kobe del ’95. A raccontarla sono i due protagonsiti che, costretti a sospenderla per anni, - lui, sposato con figlia, lei, fidanzata con un soldato prigioniero dei vietcong, decidono che non è cosa, ma la vedovanza di entrambi e la complicità del caso li riavvicineranno – annotano su dei quaderni per filo e per segno ogni attimo trascorso insieme. Dopo la morte di Alice per crepacuore subito all’indomani dell’11 settembre, sono le figlie ormai adulte a scoprire, attraverso quegli scritti, l’amore segreto, la storia della guerra in Vietnam e quella di chi la contestava. Un espediente, il diario, che serve a Oda per fare salti temporali incrociati che vanno dalla guerra di aggressione giapponese in Asia fino ai giorni nostri. Un periodo lungo abbastanza da abbracciare tutto l’arco della vita di Oda/Tsuyoshi, compresi i ricordi dell’infanzia a Osaka sotto le bombe americane e quelli del periodo trascorso da borsista negli Usa tra il’58 e il ’59, un periodo in cui per i giapponesi era ancora molto difficile andare all’estero. Di quest’esperienza e del viaggio di ritorno in Giappone partendo dalla libertaria e multietnica New York, attraverso il sud degli Stati Uniti razzista, il Messico, l’Europa, l’India e l’Asia, con solo pochi dollari in tasca, avrebbe poi raccontato in Nandemo miteyarō (lett. Voglio vedere tutto!), uscito nel ’61 e subito diventato bestseller, da molti definito l’”On the road” del Sol Levante, vera e propria bibbia per almeno due generazioni di giapponesi che partivano alla scoperta del mondo.
C’è spazio anche per questo dentro Ichigo ichie, vera opera conclusiva e “all inclusive” – è insieme romanzo, saggio teorico, saggio storico, autobiografia – dell’intellettuale engagé che per mezzo secolo ha rappresentato la coscienza critica del Giappone smemorato: un paese che sotto l’ombra del fungo atomico aveva nascosto il suo passato di aggressore, cucendosi addosso alla perfezione il ruolo di vittima. Ma Oda sapeva ribaltare con efficacia il punto di vista miope offerto dalla storiografia revisionista ufficiale. Per esempio sollevando la scomoda questione degli hibakusha (le vittime dell’atomica) coreani e cinesi, fino a pochi anni fa dimenticati nelle celebrazioni di rito, che si trovavano a Hiroshima e Nagasaki nei giorni dei bombardamenti nucleari, tradotti lì con la forza dall’esercito nipponico e costretti a lavorare nelle fabbriche di armi.
La duplice identità del Giappone, ad un tempo vittima e aggressore, gli è parsa fin troppo evidente davanti alle prime immagini del Nord del Vietnam bombardato dai B-52 americani decollati dalle basi giapponesi, nel febbraio del ’65. Dentro il fumo nero che avvolgeva Hanoi appena colpita poteva esserci Osaka, la sua città, bombardata dai B-29 statunitensi con “benzina gelatinizzata”, prototipo del napalm, vent’anni prima. Oppure Chongqing o Nanchino, colpite dalle Aquile imperiali dell’esercito nipponico alla fine degli anni Trenta, le cui immagini aveva visto da bambino - era nato nel ’32 - nei cinegiornali. Sul senso di questi déjà vu si basava il messaggio, semplice ma efficace, del movimento iniziato da Oda insieme ad altri amici scrittori, che in poco tempo riuscì a radunare masse di “disobbedienti”. Era il Giappone degli anni Sessanta in cui si stava risvegliando una coscienza critica che non accettava la complicità del governo di Tokyo nella guerra americana in Vietnam. La forza e il successo del Beheiren – acronimo dell’equivalente giapponese di “alleanza di cittadini per la pace in Vietnam” – erano racchiusi nel termine “alleanza”, scelto per rimarcarne il carattere spontaneo, basato sull’iniziativa individuale dei partecipanti e non sull’appartenenza a un’organizzazione politica o a gruppi strutturati.
Nel panorama della “nuova sinistra” extra partitica, nata dopo le contestazioni violente del 1960 contro l’Ampo, il Beheiren irrompe portando nuove modalità di contestazione, alternative allo scontro diretto e violento con le forze dell’ordine. E’ il 6 novembre 1965 quando Oda Makoto, insieme ad altri compagni, raduna un centinaio di giornalisti a Tokyo per un “annuncio importante” e mostra loro un filmato in cui quattro soldati americani leggono un comunicato contro la guerra “che viola i principi su cui si fonda il nostro paese”: sono i primi disertori dell’esercito a stelle e strisce, scappati dall’Intrepid, la portaerei da poco rientrata in Giappone dal Vietnam, che il Beheiren aiuta a nascondersi e a lasciare l’arcipelago verso la neutrale Svezia, via Mosca. Un risultato sbalorditivo, messo a segno grazie a una rete che supera i confini nazionali. Negli Stati Uniti, grazie ai contatti con i movimenti locali e a generose sottoscrizioni, il Beheiren compra intere pagine del New York Times e del Washington Post per pubblicare appelli contro la guerra.
Agli “Intrepid four”, come poi sarebbero diventati famosi i primi quattro disertori, ne seguono altri, così come seguono nuove fantasiose ed efficaci iniziative di successo. Come l’acquisto in massa di singole azioni delle aziende giapponesi produttrici di attrezzature militari per poi avere accesso alle riunioni degli azionisti e inscenare spettacolari contestazioni.
Finita l’esperienza del Beheiren sono seguite per Oda altre battaglie civili: contro la discriminazione dei burakumin, i discendenti dei fuoricasta, o della minoranza coreana; per il risarcimento dei cittadini privi di assicurazione colpiti dal terremoto del ’95 che nelle zone di Osaka e Kobe fece oltre seimila morti. Le aree più colpite furono i quartieri poveri di burakumin e coreani, e gli aiuti statali non erano previsti in caso di calamità naturali. Oda è riuscito ad ottenere una legge ad hoc per le vittime di future catastrofi. Gli ultimi sforzi prima di morire li ha spesi per salvaguardare l’articolo 9, la clausola “pacifista” della carta nipponica, simbolo estremo di un ideale sepolto che per alcuni fa ancora la differenza.


Uscito sul numero di Alias, inserto del manifesto, del 14 marzo



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