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ALEXANDER LANGER NEL NOSTRO DESERTO 12/03/09

Il teatro Arditodesio di Trento ha portato a Roma Profeta tra gli stupidi, lo spettacolo dedicato al leader ambientalista scomparso nel 1995. Un monologo ferito dove un sorprendente Andrea Brunello riporta in vita non solo una figura profetica e inascoltata ma la cultura(anch'essa rimossa) da cui il suo impegno scaturiva

Attilio Scarpellini

Giovedi' 12 Marzo 2009
“Cosa si prova ad arrivare al punto di non-ritorno?” Italo, il macellaio ipercinetico interpretato da Andrea Brunello, se lo chiede continuando ad andare su e giù nel suo pollaio, sotto lo sguardo indefinibile (attonito? intimorito?) della sua gallina. Ma in Alexander Langer. Profeta tra gli stupidi, lo spettacolo che il teatro Arditodesìo di Trento (ex Teatro di Bambs) ha appena smontato dal palcoscenico del Rialto Santamborgio di Roma, i punti di non ritorno sono due. Uno è quello in cui sarà la biosfera a smettere di sopportare le angherie di una stupidità umana accecata dal mito della crescita indeterminata e del tutto indifferente alle conseguenze delle proprie azioni. L’altro è quello della sopportazione individuale, del peso di una responsabilità assunta da uno per conto di tutti: la stanchezza del profeta che, ferito e isolato dalla noncuranza in cui cadono i suoi appelli, crolla in mezzo agli stupidi ed esce di scena “più disperato che mai”, come il leader ambientalista Alexander Langer che il 3 luglio del 1995 si impicca ad un albero di albicocco a Pian dei Giullari. Suicidio della terra (attraverso gli uomini), suicidio del singolo (attraverso gli altri) :è tra questi due poli che si gioca l’andirivieni di uno spettacolo inesausto che, nella sua parabola in controluce, mette in scena il tormento della ragione costretta nel recinto della stupidità divenuta regola e regime morale, una sorta di transvalutazione di tutti i valori che trasforma ogni evangelico uomo di buona volontà in un sociopatico, ogni profeta in un fallito. La verità, diceva Kierkegaard, è sempre perseguitata, forse perché non può fare a meno di perseguitare gli altri con il suo scrupolo, con la folle e soave insistenza del Francesco d’Assisi che, più volte evocato sulla scena di Brunello come nume tutelare dell’impegno impossibile di Alexander Langer – che non a caso parlava di conversione ecologica - si ripresenta al Papa dopo essersi rotolato nel fango con i maiali: tra gli stupidi è più spesso il profeta o il santo a fare la figura del giullare, del guitto, dell’idiota. Ne sa qualcosa, del resto, il povero Italo che, sopravvissuto a un suicidio di cui non riesce a spiegarsi le ragioni – dal momento che la sua esistenza è ai vertici del conformismo proprietario modello nord-est: moglie, casa, suv, superlavoro ed evasione fiscale – ha incontrato Langer grazie ad un libro trovato casualmente in ospedale e ne ha ereditato l’inquietudine spirituale senza riuscire culturalmente a governarla, in forma di ossessione. Da uomo semplice che sopravvive a se stesso e all’inautenticità del suo angusto orizzonte morale diventato di colpo intollerabile: drammatica e derisoria vox clamantis di un profeta che delira in un pollaio stretto tra due case, spostando la sua invettiva ora a destra, dalla parte della moglie, ora a sinistra, dalla parte del padre. Sta proprio in questa inspiegabilità, in questa opacità del gesto che decreta la fine di un patto tra il singolo e il mondo il segreto espressivo che scuote lo spettacolo di Brunello e Mirko Artuso (co-drammaturgo e regista) fino a farlo rotolare fuori dagli schemi formali della narrazione classica: in un monologo aperto, continuamente ferito dalle onde di una memoria che, benché recente, appare sorprendente, e quasi alienata nel deserto che c’è. Mostrandoci en passant di quale forza, residuale ma ineludibile , disponga il teatro quando, mettendosi di traverso rispetto al presente, contrastando la sua velocità di rimozione e di sparizione, rievoca fisicamente la turbolenza di quello che Walter Benjamin chiamava il “passato oppresso”. L’attore era secondo Artaud un catalizzatore di presenze inattuali, ed è nella possessione di Italo, solo con una gallina che non riesce più a sgozzare (un’al di là naturale che, con il suo pigolio incomprensibile, contrappunta la verbosità di una scena “umana, troppo umana”), che Brunello gioca la possibilità di una risorgenza non politica ma acutamente civile di un uomo e di un pensiero, di un mondo e di una cultura, che sono l’assoluto contrario del presente in cui riaffiorano. Ma lo fa, come dire, senza spostarsi dallo scandalo di quel corpo sconfitto, oberato, che oscilla dai rami di un albero: se il suo spettacolo non fosse a sua volta “più disperato che mai”, sarebbe un tradimento retorico. E invece è una resurrezione che respinge la sbrigativa tentazione della gloria in un’aura umana dove Langer, il profeta inascoltato, ci appare improvvisamente vicino ma con tutta la sua lontananza, domanda irrisolta, ferita aperta del presente che lo guarda, sempre e di nuovo, scomparire.
Passano e si aprono come squarci, le parole di Alexander Langer nella bocca del macellaio Italo: e sono le parole semplici, lineari di una predicazione che non ha mai ceduto un grammo della sua complessità, del suo rigore, al desiderio, quasi all’ansia, che la animava di essere compresa da tutti. Distillate da un italiano tradotto e forse purificato dal tedesco in cui nasceva – Langer era un sudtirolese, un uomo di frontiera congenitamente sospeso tra il locale e il globale che accettava l’identità e rifiutava l’identitario – cadono come gocce di rugiada su una terra riarsa. Così riarsa che invece di rigenerarsi al loro contatto immediatamente le assorbe e le cancella. Il deserto è qui e non è (solo) quello del surriscaldamento di un pianeta tradito dall’inganno di uno sviluppo compatibile – “una porcata!” – che ormai si scambia su un mercato di quote virtuali, è il deserto di una cultura che, rimuovendo la sua memoria, si appresta ad annullare il suo futuro. Lo spettacolo di Brunello e Artuso non si limita a ridisegnare la parabola di un profeta dell’ambientalismo italiano ed europeo, la staglia sullo sfondo di una cultura che è stata a sua volta travolta dalle “meravigliose sorti e progressive” del mondo globalizzato. Tanto che lo spettatore non può fare a meno di sentir risuonare in certi nomi lo stupore un po’ ipocrita per ciò che una volta era storia ed ora è soltanto leggenda. C’era una volta, ad esempio, Don Lorenzo Milani, il parroco di Barbiana che credeva nel potere di liberazione di un’istruzione che non discriminasse più: era un prete e un rivoluzionario (come Ivan Illich, il primo teorico della decrescita). C’era una volta un cristianesimo radicale che era quasi un passaggio naturale verso il socialismo ma che lasciava in alcuni, come in Langer, il sentimento acuto di una responsabilità di cura, di carità, nei confronti del mondo e degli altri, della natura e dell’uomo: l’idea che la mera giustizia, da sola, sia sempre un po’ schematica e fredda, talvolta violenta, se il dialogo e la persuasione non la correggono. C’era una volta un pacifismo che non riconosceva confini nella nonviolenza e una conversione ecologica che voleva andare al di là dell’angustia della rappresentanza. C’era una volta Alexander Langer…

questa recensione è uscita sull'ultimo numero de La differenza



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