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"Il presidente sudcoreano sta pericolosamente portando indietro l'orologio democratico". Intervista a Rosella Ideo, docente di storia politica e diplomatica all'università di Trieste e coreanista di Asia Maior.

j.t.

Domenica 15 Febbraio 2009

La polizia che usa il pugno di ferro verso i manifestanti e, soprattutto, l’impunità di cui sembra godere, sono sentori di un clima preoccupante in Corea del Sud. Che gli ultimi due capi della polizia nazionale siano caduti, uno dopo l’altro, in seguito ad episodi di violenza contro i cittadini in protesta non è affatto un buon segno per la giovane democrazia, e, dice al manifesto Rosella Ideo, docente di storia politica e diplomatica dell’Asia orientale e coreanista del think tank Asia Maior, si tratta di un fatto in linea con la presidenza in stile “imperiale” di Lee Myung-bak. «I fatti di Yongsan – continua Ideo - vanno collocati in un clima di generale regressione del processo democratico iniziata con l’elezione di Lee a presidente. Dopo essersi presentato come candidato “moderato” e di centro, Lee si è rivelato, di fatto, un ultra-conservatore, facendo sue le istanze dell’ala più estremista del suo partito, e sta portando avanti una serie di misure che, oltre a rovinare i buoni risultati raggiunti dalle politiche dei precedenti governi – prima fra tutte la distensione dei rapporti con Pyongyang – spostano pericolosamente indietro l’orologio democratico. Un esempio indicativo è il progetto di revisione dei libri di testo per le scuole, come succede in Giappone, per intenderci. Un tentativo di cancellare la storia o di tramandarne una lettura travisata. Mentre durante l’ultima presidenza, sotto la spinta dei protagonisti del grande movimento per la democrazia, era forte l’intenzione di indagare e spiegare cos’era stata la dittatura, perché fosse chiaro alle nuove generazioni, adesso la tendenza da parte del governo è di ridurre il movimento che ha portato alla fine del regime dittatoriale a semplici “disordini” e di giustificare i metodi della dittatura per il mantenimento dell’ordine pubblico».

La Legge per la sicurezza nazionale, le cui origini sono da rintracciare in quella per il mantenimento della pubblica sicurezza imposta durante l’occupazione giapponese, sembra un esempio lampante di retaggio del regime.

«Certamente, la legge è uno strumento liberticida usato per mettere a tacere chi critica il governo che le amministrazioni progressiste hanno cercato di abolire in passato. Tentativi falliti a causa dell’opposizione dei conservatori e del Grand national party di Lee in particolare. La legge prevede anche la pena di morte, su cui da parte dei governi progressisti c’era stata una sorta di moratoria. Oggi il partito di Lee sta spingendo per un ritorno e un rafforzamento della pena capitale».

I cittadini sanno comunque rispondere “a tono” e, a giudicare dalle frequenti e organizzatissime manifestazioni di massa contro il governo e le sue politiche, non si fanno certo intimidire. E’d’accordo?

«Sì, e c’è da dire che le proteste sono sempre meno spontanee e disordinate, ma ben organizzate dalle numerosissime associazioni civiche che nell’ultimo decennio si sono moltiplicate in maniera esponenziale, un fenomeno peculiare della società sudcoreana. Sono guidate in genere dal ceto dei professionisti e hanno coperto un vuoto politico facendo da cinghia di trasmissione tra i cittadini, che sempre meno si riconoscono nei partiti politici e si sentono rappresentati nel parlamento, e le istituzioni. Durante la presidenza di Kim Dae-jung, il governo ha riconosciuto le associazioni come interlocutori, permettendo loro di partecipare attivamente alle riforme».

L’efficienza dei cittadini nel realizzare manifestazioni di piazza, oltre allo scontento generale nei confronti del governo, si è palesata con la grande ondata di protesta del luglio scorso contro la ripresa delle importazioni di carne americana. Con il consenso di Lee in caduta libera e la crisi economica che sta macinando denaro e posti di lavoro, si prepara una nuova stagione calda?

«Non c’è dubbio, anche perché, ancor prima che arrivasse lo tsunami della crisi globale, Lee aveva dimostrato di non essere affatto all’altezza della situazione, nominando un ministro delle Finanze totalmente incapace che, infatti, si è dovuto dimettere. La situazione in Corea del Sud come altrove è molto critica, soprattutto perché ha un’economia essenzialmente basata sulle esportazioni e anche le possibilità di investire all’estero vacillano: mentre le aziende cinesi continuano la conquista dell’Africa, la Daewoo logistics ha recentemente rinunciato a un enorme piano di produzione di mais in Madagascar, che doveva servire a soddisfare il fabbisogno interno senza dipendere dalle importazioni. L’aborto di questo ingente investimento è solo l’ultimo segnale di una situazione finanziaria assai preoccupante. Quanto alla realtà economica, non dimentichiamo che le famiglie coreane sono fortemente indebitate e che i salari sono ancora al di sotto della media Ocse. Durante la crisi economica che ha investito l’Asia alla fine degli anni ’90, inoltre, l’allora presidente Kim Dae-jung aveva saputo aprire un tavolo di concertazione con i sindacati. Bisognerà vedere se Lee saprà e vorrà fare lo stesso».



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