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Lo sgombero di un sit-in di protesta a Seoul finisce in tragedia: sei le vittime dell'operazione mal gestita dalle forze dell'ordine, e scoppiano le polemiche sul pugno di ferro della polizia contro i manifestanti, tutt'altro che una novità in Corea del Sud. Le indagini assolvono i toto i poliziotti, il governo, per calmare l'opinione pubblica, sacrifica il numero uno della polizia della capitale, fresco di nomina a capo di quella nazionale, cerca di deviare l'attenzione dei media, e considera il caso chiuso. Ma le proteste continuano.(nella foto i familiari delle vittime chiedono giustizia)

Junko Terao

Domenica 15 Febbraio 2009
Seoul, distretto di Yongsan, poco dopo l’alba di un mese fa. Una quarantina di persone occupa il tetto di un edificio dismesso per opporsi a un piano di riqualificazione urbana che toglierebbe loro casa e attività commerciali senza adeguate compensazioni. Con sé i cittadini in protesta hanno molotov e materiale infiammabile. La polizia lo sa, ma interviene lo stesso calando sul tetto, tramite una gru, i suoi uomini in tenuta antisommossa dentro un container. Lo scontro è immediato, volano manganellate, gli squatter si difendono con bombolette di pittura spray, qualcuno appicca il fuoco, le fiamme divampano e scoppia l’inferno. Sei i morti, cinque squatter e un poliziotto. E’ il bilancio più tragico che si ricordi negli ultimi anni a Seoul in uno scontro tra forze dell’ordine e manifestanti. Nemmeno nell’ondata di manifestazioni di piazza del luglio scorso, quando i sudcoreani scesero per le strade in centinaia di migliaia contro il presidente Lee Myung-bak e la sua decisione di riprendere le importazioni di carne americana, c’era scappato il morto.
L’episodio ha riportato a galla le critiche alla polizia per i suoi metodi brutali e all’attegiamento“da imperatore”, come dicono i suoi detrattori, del presidente Lee nella gestione del potere. Un mese dopo “la tragedia di Yongsan”, come ormai tutti chiamano il drammatico episodio del 20 gennaio scorso, le polemiche continuano. Le accuse contro le forze dell’ordine sono volate subito, sia da parte dei pariti dell’opposizione che da parte delle organizzazioni di cittadini, che fin dal giorno dopo gli scontri hanno cominciato a organizzare marce e fiaccolate per chiedere chiarezza e giustizia, a cominciare dalla testa del capo della polizia di Seoul. Ad autorizzare l’azione di “sgombero” degli squatter che occupavano l’edificio è stato infatti Kim Seok-ki, capo della polizia della capitale sudcoreana ma anche fresco di nomina a capo della polizia nazionale. Il presidente Lee, appena due giorni prima, aveva presentato con orgoglio il nuovo ufficiale, chiamato a sostituire quello precedente cacciato proprio perché sotto accusa per i metodi brutali usati dai suoi uomini contro i manifestanti nel luglio scorso.
Una storia che si ripete, perfettamente in linea con la politica della “tolleranza zero” sbandierata da Lee. Ci sono volute tre settimane prima che Kim, strenuamente difeso dal governo nonostante fosse ormai al centro di una vera e propria bufera, lasciasse il suo posto e rinunciasse anche al nuovo incarico. Alla fine il presidente Lee ha sacrificato il capro espiatorio, sperando così di sopire la rabbia dell’opinione pubblica. “Me ne vado assumendomi la responsabilità morale di ciò che è accaduto”, ha fatto sapere Kim annunciando le sue dimissioni. Un gesto "per evitare di alimentare ulteriormente le polemiche a danno del governo, alle prese con la crisi economica”. Ma, ha aggiunto, non ha nulla da recriminare contro i suoi uomini, che hanno agito correttamente.
Era il massimo che potevano sperare i familiari delle vittime e le migliaia di persone che con loro scendono quasi ogni giorno in piazza in segno di protesta. Dovranno accontentarsi, dato che i risultati dell’indagine condotta nel frattempo dalla procura, pur giudicando “eccessivi” i metodi della polizia, hanno sollevato in toto le forze dell’ordine da qualsiasi responsabilità legale, e incriminato una decina di cittadini sopravvissuti al rogo come colpevoli per aver provocato l’incendio.
Un verdetto che ha lasciato scioccata e incredula l’opinione pubblica, non solo perché l’intervento della polizia aveva delle premesse dubbie – come il fatto, per esempio, che gli uomini in tenuta antisommossa sono entrati in azione appena ventiquattr’ore dopo l’inizio del sit-in, senza lasciare alcuno spazio al dialogo e ai tentativi di concertazione con gli squatter-, ma anche perché sembra che gli investigatori abbiano trascurato una serie di elementi importanti. A cominciare dalla presenza di guardie di sicurezza private, ingaggiate dalla polizia per supportare l’operazione, le quali, secondo alcuni testimoni, avrebbero appiccato il fuoco al terzo piano dell’edificio per riempire di fumo il tetto. Le forze dell’ordine, che inizialmente avevano negato di aver armato contractors, smascherate dalle intercettazioni telefoniche hanno dovuto infine ammettere che sì, le guardie private c’erano ed erano state chiamate appositamente. Gli investigatori, invece, pur avendo condannato alcune di queste guardie private per attività illegali, hanno negato che vi fosse un legame tra loro e la polizia. La loro presenza nelle aree soggette a piani di riqualificazione come Yongsan, del resto, non è nuova.
E’ noto che le compagnie di demolizione e quelle dei costruttori assoldano “scagnozzi” privati per minacciare gli abitanti e i negozianti che non vogliono andarsene. Per la maggior parte di loro significa lasciare le proprie attività commerciali a fronte di risarcimenti poco più che simbolici, pari a tre mesi di guadagno, come vuole la regolamentazione nazionale in proposito. E’ il caso, per esempio, dei quaranta asserragliati in cima all’edificio. Molti di loro sono negozianti della zona che, una volta costretti a chiudere bottega e a trasferirsi, rischiano di rimanere senza lavoro. Parecchie sono le denunce di intimidazioni, a volte anche violente, a carico dei contractors.
Ma i dubbi sulla validità delle indagini sono sorti ancor prima che queste iniziassero, quando Lee ha rilasciato dichiarazioni che già preventivamente assolvevano l’operato della polizia, quasi a suggerire agli investigatori una direzione da seguire. I partiti dell’opposizione – che per la prima volta dopo ventidue anni hanno creato un fronte anti-governativo insieme alle associazioni di cittadini, era dall’87 che non accadeva - chiedono che sia aperta un’inchiesta indipendente. Il governo sperava che il sacrificio di Kim sarebbe stato sufficiente a far considerare l’episodio archiviato, ma oggi si trova invece a fare i conti con la goffaggine dei suoi funzionari.
Nei giorni scorsi un parlamentare del partito democratico ha reso pubblico un messaggio di posta elettronica spedito da un membro dell’ufficio delle relazioni pubbliche del governo all’Agenzia nazionale di polizia. Nel messaggio c’era un consiglio, o meglio, una direttiva precisa: utilizzare il caso di un presunto serial killer arrestato nella provincia di Gyeonggi per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mezzi d’informazione dalla bufera che si è scatenata dopo i fatti di Yongsan. Detto, fatto: la polizia, in barba ai diritti umani del presunto omicida, che avrebbe ucciso una donna e sua figlia, ne ha mostrato il volto ai fotografi, dando in pasto il mostro alla stampa. Naturalmente il governo ha subito rigettato le accuse “infamanti”, salvo poi dover ammettere che la direttiva è effettivamente partita dall’ufficio governativo, ma “si è trattato di un’iniziativa privata di un funzionario”. Un tentativo disperato, quello del presidente Lee e della sua amministrazione, di risollevare la reputazione e il consenso, ormai in discesa inarrestabile mentre la crisi avanza e l’occupazione è in caduta libera, a colpi di diecimila posti di lavoro in meno al mese.


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