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DE CHIRICO TORNA IN FRANCIA DOPO OLTRE 25 ANNI 16/2/09

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La sua arte ha accompagnato quasi un secolo, ma di Giorgio De Chirico i più conoscono pochi anni di ingegno. Quelli delle tele metafisiche, degli anni fra il 1909 e il 1918, in cui molti videro l’anticipazione estetica del surrealismo. Ma l’artista italiano di origini greche, nato nel 1888, ha vissuto fino al vicinissimo 1978. E dipinto quasi fino alla fine

Tiziana Guerrisi

Lunedi' 16 Febbraio 2009

La sua arte ha accompagnato quasi un secolo, ma di Giorgio De Chirico i più conoscono pochi anni di ingegno. Quelli delle tele metafisiche, degli anni fra il 1909 e il 1918, in cui molti videro l’anticipazione estetica del surrealismo. Ma l’artista italiano di origini greche, nato nel 1888, ha vissuto fino al vicinissimo 1978. E dipinto quasi fino alla fine. Anche a questo De Chirico, attivo fino a 80 anni, oltre che a quello più noto, il museo d’Arte moderna di Parigi - città che lo accolse la prima volta nel 1911 – da oggi fino al 24 maggio dedica la retrospettiva “La fabbrica dei sogni”.
Un’esposizione insolita, forse irripetibile. Perché recupera uno sguardo globale sull’attività di De Chirico attraverso oltre mezzo secolo, e cerca di restituirne, nella sua globalità, l’andatura a volte sincopata, ma sempre personalissima. Perché è il risultato della disponibilità di decine di musei fra Europa, Asia e America a prestare per quattro mesi opere tanto preziose. Perché, anche grazie ai prestiti di collezionisti privati (parecchi italiani), la “Fabbrica dei sogni” consegna al pubblico 170 opere, fra quadri, sculture e realizzazioni grafiche. Alcune delle quali mai esposte prima. E, non ultimo, perchè De Chirico torna in Francia dopo oltre 25 anni dall’ultima mostra a lui consacrata a pochi anni dalla sua morte, nel 1983, al Centre George Pompidou di Parigi. Molto tempo per una città che, dopo Roma, giocò nella sua esistenza un ruolo così determinante.
A monte, il desiderio di recuperare uno sguardo completo su un artista che molti hanno amato e altri guardato con diffidenza dopo l’esplosione dei primi del Novecento. Che ne propone gli esordi della formazione a Monaco - che già tradiscono, in opere come “La lotta dei centauri” e in una serie di ritratti, quell’orizzonte mentale e onirico che sarà centrale negli anni a venire - fino alle tele degli anni Settanta, rinunciando all’idea di dover trovare una coerenza in un artista che, piuttosto, della libertà di ingegno ha fatto la cifra della sua arte: “nel mio lavoro - aveva spiegato all’Europeo un De Chirico ormai settantenne - non ci sono tappe, transizioni da uno stile all’altro, come a volte invece hanno affermato’’. Allora dipingeva ancora, e mancavano pochi anni alla sua fine. Ma per molti De Chirico è sempre rimasto quello dell’arrivo a Parigi nel 1911, dell’incontro con Guillaume Apollinaire - che lo presentò a Picasso, Derain, e Braque – e che lo segnò almeno quanto quello con Paul Guillaume, suo primo acquirente. Quello della produzione negli anni della Grande Guerra, delle tele “metafisiche” in cui André Breton - scrittore francese e noto come teorico del surrealismo - vide le tracce di un demiurgo della “mitologia moderna”, segreto iniziatore del surrealismo. Alcune di quelle opere si ritrovano nella “Fabbrica dei sogni”: composizioni architetturali, enigmatiche piazze italiane, torri e treni in cammino che sembrano invece inchiodati a un’immobilità senza ritorno. Manichini senza volto (“Il doppio sogno di primavera”, 1915), frutti inattesi (“L’incertezza del poeta”, 1913), interni metafisici dipinti a Ferrara durante la Grande Guerra, uova e biscotti che gli ricordano le passeggiate nel ghetto di Ferrara (“Interni metafisici con grande fabbrica”, 1916), capaci di smontare la consueta percezione fra spazio interno e esterno in tragica quotidianità.
Ma dal 1920 fino al 1935, il tempo della sofferenza cede il passo a un’altra intenzione. Il suo mondo si popola di mobili fuori scala, frutti lasciati nell’oblio di paesaggi di rovine, centurioni romani e cavalli. Lontani da altri gladiatori, quelli della corrente della romanità trionfante del Novecento, che invece De Chirico deride allontanando da sé la celebrazione fascista e annunciando invece la disintegrazione dell’antropomorfismo nella pittura. È proprio questo passaggio che incontra la chiusura di molti. A partire dallo stesso André Breton, che gli rimproverò nel 1926 una “regressione anti-modernista”. La disputa con lui giocò un ruolo centrale nella percezione dell’opera di De Chirico, al punto che alcune esposizioni per lungo tempo rifiutarono di considerare la sua opera successiva. Alcuni non gli perdonarono di non aver compiuto quel passaggio dalla pittura all’ideale politico che portò molti sostenitori del surrealismo verso il comunismo. Di essere rimasto, insomma, nell’arte invece di sciogliersi anche nell’impegno politico: è solo la metà degli anni Trenta, dalla morte lo separano cinquant’anni in cui De Chirico non smette mai, a partire dalle ripetizioni in serie negli anni Quaranta di opere precedenti come “Le Muse inquietanti”, di interrogarsi sulla sua arte. E di rimettere in discussione e ridisegnare il percorso fatto. I remi che escono dalla barca inserita in una stanza, nel “Ritorno di Ulisse” (1968), consegnano allo sguardo i contorni di un mondo post-naturale, metafisico. È una delle ultime espressioni di un artista che ha forse annunciato il declino occidentale, ma di certo, come disse Breton, ha contribuito a cambiare “la rappresentazione visiva dell’uomo”.


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