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IL PIU' GRANDE ATTORE DEL XXI SECOLO 4/02/09

Secondo Ascanio Celestini è Gaetano Ventriglia che da domani sarà sul palco del Piccolo Jovinelli di Roma con il suo "Otello alzati e cammina". Breve ritratto di un poeta della scena e del suo percorso da Pasolini a Shakespeare, passando per Dostoevskij.

Attilio Scarpellini

Mercoledi' 4 Febbraio 2009
Gaetano Ventriglia è il più grande attore del Ventunesimo secolo. Come Eduardo De Filippo era il più grande del secolo precedente. Parola di Ascanio Celestini che, guardando il suo vecchio compagno di Cicoria (spettacolo aurorale che li vide esordire insieme nel 1998) mangiare ricotta sulla scena del suo Otello alzati e cammina, dice che Ventriglia “non recita e non gioca”. Lui sta, vive sul palco, mentre altri sono sempre altrove, intenti a inseguire il mestiere. Sarà la potenza di questa maschera immobile, che all’inizio dello spettacolo che da domani è di scena al Piccolo Jovinelli, si sporge sul pubblico, costringendolo a restare sospeso nel silenzio – uno, due, tre, quattro minuti: un tempo interminabile a teatro - prima di urlare “Buio!”. Sarà il suo viso smagrito e nervoso, la sua figura allampanata, donchisciottesca che, tragica e comica, ricorda i volti spirituali di El Greco. O il fatto che Gaetano Ventriglia, nato per caso ad Aosta nel 1962, di stanza a Livorno, adottato dal teatro indipendente romano (Otello, alzati e cammina è coprodotto dal Rialto Santambrogio) viene in realtà da Foggia, cioè dalla Puglia, la regione più teatrale di Italia. E di quel dialetto sonoro, indurito, nei suoi assoli shakespiriani si porta appresso la valigia, fatta non solo di accenti, ma di humour popolaresco e liriche strafottenze da figlio del sud. In Kitémmurt era insieme Amleto e Ofelia, adolescenti uniti da una canzone di Eros Ramazzotti, in Otello è il Moro e Jago, Rodrigo e Desdemona. Le sue scene sono dei presepi poveri e visionari pieni di poetici objets trouvés, rimasugli del quotidiano pronti a farsi trasfigurare sotto la luce fantastica del teatro. Le sue variazioni, che a qualcuno ricordano le partiture jazz di Leo De Berardinis, non hanno nulla di istrionico, sonno gamme sottili capaci di slittare in un secondo dal tragico al grottesco e dal piano al pianissimo, blues malinconici avvolti in un’ironia che invece di stemperarli li rende ancora più struggenti. Ventriglia unisce l’alto e il basso, ma senza glamour, solo perché la poesia si annida ovunque, in alto e in basso, nella vita e sulla scena. E perché l’ attore “deve tentare l’onestà”, come suona la sua frase preferita, la divisa che cerca di inculcare anche agli allievi del laboratorio che dirige all’Argot studio di Roma. Mangiare ricotta fresca ogni sera, pensare il teatro come un mondo vero che squarcia la cortina di un mondo falso. Non è un caso che, prima di Shakespeare, sul suo cammino di attore-regista ci siano il Pasolini riletto con Celestini in Cicoria e il Dostoevskji ripensato teatralmente con Silvia Garbuggino e il gruppo di Malasemenza - due antimoderni maestri di onestà.

questo articolo è uscito sull'Unità in edicola ieri. Su Otello alzati e cammina e Kitémmurt leggi le recensioni su Il sipario strappato



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