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Con Fragile show la giovane compagnia di Andrea Trapani e Francesca Macrì porta in scena il romanzo di Bernhard e chiude il suo ciclo teatrale sull'inettitudine con una riflessione in forma di cabaret sui rapporti tra il genio e la mediocrità

Attilio Scarpellini

Lunedi' 2 Febbraio 2009
E’ un Wertheimer molto dostoevskiano quello a cui Andrea Trapani, solo e quasi fasciato da un frac che più che un concertista ricorda un prestigiatore, dà vita sul palco del Rialto Santambrogio – nel senso letterale del termine, animandolo da dentro come una marionetta, squassandolo a forza di farlo ballare come un orso sulle note ripide delle Variazioni Goldberg o di rovesciarlo sul pubblico con la potenza di una lingua che avanza e arretra sul margine dell’esplosione. E’ un Bernhard molto dostoevskiano quello che Francesca Macrì ha cucito sul corpo e persino sulla lingua (cosa c’è di più corporeo?) toscana di Trapani, travasando senza resti il soffocante conformismo delle compagne austriache in quello delle campagne fiorentine. E non solo perché La spallata, lo spettacolo che precede Fragile Show (Primo studio) nella Trilogia “Nei dintorni dell’Inettitudine” di Bianco Fango, è ispirato a un episodio dei Ricordi dal Sottosuolo. Ma perché il circolo mimetico in cui si barrica il protagonista del Sottosuolo è esattamente lo stesso in cui si agita, scomposto ed immobile, questo cabaret della fragilità umana dove anche la crudeltà verso gli altri è solo una figura dell’odio per se stessi e dove ogni voce, tra quelle che Trapani imita in una sua personale variazione goldberg della volgarità sentimentale, ricade penosamente nella solitudine di chi la intona, fantasma musicale che rimbomba in una stanza vuota. Con la sua panchina sempre in scena, la Trilogia, in fondo, articola la solitudine e l’incapacità di accedere all’altro – alla sua misura reale e non al suo mito – non come tema, ma come irriducibile condizionamento fisico, concisa traduzione teatrale di una patologia letteraria (e di un “teatro dell’invidia” per citare Girard) ancora più vasta di quella che Bianco Fango convoca in scena. Il risultato è una sorta di teatro sintomatico che trasale nel corpo fino al punto di rendere presente quello che non c’è: l’ossessione persecutoria dell’altro. Quando Trapani urla “non toccatemi!”, divincolandosi con ripugnanza dalla morsa di una mano invisibile, lo spettatore sente la verità e insieme l’isterismo di quel raptus, vede l’effetto e nel contempo il carattere fantomatico della causa tatuarsi su un corpo senza pori, incapace di respirare la vicinanza di un mondo da cui si sente continuamente schiacciato. E’ Wertheimer, il Soccombente, il “mastino” che suonava il piano con furioso impegno ma non all’altezza inumana dell’Eletto – eletto nell’arte e nell’istinto dell’arte, come il Mozart di Puskin – il geniale Glenn Gould, suo compagno di studi a Salisburgo, che, citazione ironica e celeste, elude e pervade con la sua assenza la scena troppo umana di Fragile Show. E’ Wertheimer, l’inetto, colto sulla soglia del suo uscire dal mondo come un pagliaccio che suona a una festa – Bach: Gould – su un pianoforte scordato. Eppure, strana inversione, il noli me tangere, la separazione dagli altri, il tocco freddo del Grande Nord, quella solitudine stellare che Don DeLillo ha evocato di recente in una splendida manciata di pagine (Contrtrappunto)dedicate proprio a Gould (e a Thelonius Monk, e a Bernhard stesso) a cui non è estraneo il pensiero di un’ottusità dell’arte, sono tutte caratteristiche del Genio e del suo mito. Il Soccombente non può che precipitare rovinosamente sulla stessa scala – poiché è di musica, la più ottusa e stellare di tutte le arti, che si sta parlando – che conduce l’Eletto a dissolversi nella gloria. E allora…Povero Salieri! come esclamava Eisenstein: eterno soccombente destinato a inseguire verso il basso la stessa grazia che rapisce in alto il Mozart di turno, a pagare un prezzo per ciò che non lo ha per afferrare il riflesso dell’immagine alienata di se stesso – l’ombra, mai la preda - e rovesciare il suo servile lavorio nel godimento del Protagonista, dell’altro. Eppure (ancora eppure) soltanto nel sottosuolo del teatro i Wertheimer e i Salieri, uomini ridicoli, riemergono a una gloria paradossale (e dialettica) che è quella del desiderio dell’arte e della conoscenza dell’altro. “Io solo io – esplode Trapani a un certo punto della sua progressione delirante – posso parlare di Glenn Gould…” Wertheimer conosce Gould che sovranamente ignora se stesso, Salieri conosce Mozart che, dice Puskin, “non è degno di se stesso”. Solo il teatro, arte soccombente e precaria come la panca di legno da cui l’antieroe di Fragile Showtenta un ultimo tuffo, può cogliere l’imperturbabile assoluto dell’arte mentre, struggente e comico, vacilla e cade nell’umano.

Contrappunto. Tre film, un libro e una vecchia fotografia di Don DeLillo, è edito da Einaudi

questa recensione è uscita sull'ultimo numero della rivista on-line La differenza (www.differenza.org)



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