Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


UNA DISPERATA VITALITA'.IL PASOLINI DI FABIO MORGAN 2/2/12

SE L'AUTORE DETTA LEGGE 8/12/11

DOLLIRIO, UNA STORIA QUASI VERA 13/11/11

VALLE OCCUPATO: UNA CASA CHE NARRA SE STESSA (MA NON E'IL GRANDE FRATELLO) 30/10/11

L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

CLAUDIO MORGANTI ALLA PORTA DELL'INFERNO 22/07/11

UNA DISCESA NEL MAELSTROM IL TEATRO AURATICO DI MASSIMILIANO CIVICA 4/7/11

L'ARTE E L'ACCATTONAGGIO. GLI ESERCIZI DI ANDREA COSENTINO 9/2/11

L'OLTRANZA DELLE IMMAGINI IL PROMETEO DI ALBERTO DI STASIO 2/2/11

LE VOCI DI FUORI DI DARIO AGGIOLI 7/05/10

ALESSANDRA CRISTIANI, IL CORPO E IL SEGNO 13/04/10

LA METAFORA VIOLENTA DEL TEATRO DI NASCOSTO 2/3/10

RAVENHILL 1/ LAGGIU' QUALCUNO NON CI AMA 20/02/10

RAVENHILL 2/ LA GUERRA E' PACE, OVVERO COME SI COSTRUISCE UNA NAZIONE NELL'ERA DELL'IMPERO DEL BENE 20/02/10

MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

DUBROVKA! 2/02/09

Con il suo Boris Godunov la Fura dels Baus torna sulla tragedia del teatro occupato a Mosca nel 2002, riscoprendo l'utilità della rappresentazione (e anche quella della metafora) quando la spettacolarità della storia fa impallidire quella dello spettacolo (nella foto un'immagine della messinscena del gruppo catalano)

Attilio Scarpellini

Lunedi' 2 Febbraio 2009
Dolente e senza ironia, Vladimir Putin
è apparso in televisione
nei panni del principe Amleto
per spiegare al mondo
prima ancora che ai russi (i russi
lo hanno sempre saputo)
che doveva essere crudele
per poter essere buono


A. Rudin, Dubrovka


L’uomo che parla sporgendosi da un palchetto, gli abiti dimessi – da contadino e da rivoluzionario – di un Novecento ormai andato, non è destinato a parlare a lungo, il suo discorso verrà presto interrotto dagli spari e dall’irruzione degli individui coperti dai passamontagna pronti a trascinarlo, con tutto il pubblico che lo segue, in un’era che è e non è più la sua. Tra il palco e la sala, con il soprassalto di un immaginario perverso ma sempre in agguato, i terroristi tracimano: urlano, sparano in aria con i kalashnikov, stendono rotoli di cavi e di inneschi lungo tutto la sala, prendono ostaggi. Uno di essi, prigioniero in un cono di luce, verrà giustiziato in ginocchio: cade a terra di lato, come nei film, ed è la stessa immagine di sempre – la stessa immagine nazista: perché mai uccidendo un uomo inerme si dice che lo si giustizia? Immaginando che l’attacco al teatro Na Dubrovka dell’ottobre del 2002 interrompesse non Nord Ost, una commedia musicale di effimero successo sulle scene della nuova Russia, ma una rappresentazione (riattualizzata in panni staliniani) del Boris Godunov, la Fura dels Baus ha alzato oltremisura la posta in gioco simbolica di quell’evento. Teatro nel teatro, lo era a suo modo già il Dubrovka dove la messa in scena di una realtà – la guerra in Cecenia – interrompeva e rimodulava il senso convenzionale dello spettacolo, convocando idealmente sulle poltrone rosso fuoco dell’ex casa del Popolo di Mosca, consacrata al teatro leggero, l’intera società russa colpevole di non avere occhi per la tragedia del Caucaso. Moltiplicato nel riflesso dei media, il suo teatro (“ciò dentro cui si guarda con stupore”) veniva immediatamente esteso dal locale al globale, proprio come era accaduto un anno prima, l’11 settembre del 2001 con l’attacco alle Twin Towers. Azione spettacolare, performance a tutti gli effetti: irruzione di una realtà ideologicamente intrattabile (rischiosa, mortale) nel ventre molle dello spettacolare. Ma il raptus iperrealista della Fura, che sulla scena dispiega tutta la geometrica potenza dell’illusione teatrale per replicare quel gesto ( e in qualche modo rimetterlo all’ordine del giorno della rappresentazione), fa di più: col Boris Godunov puskiniano chiama a raccolta un’intera tradizione del potere e dell’abuso di potere, della legittimazione e del difetto di legittimazione (Boris è un usurpatore, uno degli innumerevoli pseudo che popolano la storia russa), costringendo evento e rappresentazione a rileggersi l’un l’altra. A quel punto è chiaro come gli specchi sono sistemati, in quella che i francesi chiamano mise en abime: è il disordine che riscrive l’ordine, rivelandone la letale fragilità, è la pseudo-democrazia (la democraturacome la definisce Predrag Matvejevic) di Vladimir Putin che si rispecchia nell’usurpazione di Boris ma anche l’universum democratico nel suo complesso che nella macchia scura del Dubrovka – episodio chiave, vale la pena di ricordarlo, della “lotta mondiale contro il terrorismo” - vede riesplodere i suoi mai risolti problemi con la violenza che afferma di combattere. Un piccolo teorema (non euclideo) risale dalle icastiche considerazioni di Walter Benjamin sulla violenza: ogni diritto (recht) affonda le sue radici nel sopruso (vorrecht), ogni legge continua a fondarsi e a mantenersi attraverso la violenza, agitando il fantasma dello stato d’eccezione. Ma sul versante opposto, ed è quanto viene perfettamente illustrato da quella circuitazione del potere – gratta il terrorista e troverai il capetto, gratta il leader e scoprirai il terrorista sotto il doppiopetto - che alimenta il congegno catartico del Boris Godunov allestito dal gruppo catalano, l’antagonismo terrorista è soltanto un potere camuffato che con l’Istituzione condivide l’inconfessabile e l’essenziale di una libido violenta.

Il Dubrovka che era (ed è tornato ad essere) un palcoscenico – fatto forzosamente regredire alle sue origini di spazio sacrificale da un letteralismo brutale – ha lasciato un segno profondo nella storia di questi anni ma, in particolare, come ha scritto Gianfranco Capitta, “nel cuore del teatro in tutto il mondo.” Questione, aggiunge il critico del Manifesto, dell’effetto moltiplicatore di “una andata in scena in cui la realtà ha superato l’invenzione teatrale e tutti i suoi artifici”. Capitta ha ragione di rimarcarlo: il Dubrovka era nell’aria del teatro, come l’11 settembre è stato immediatamente in quella del cinema. E se il gruppo catalano è stato finora l’unico ad “accogliere la sfida” – la paurosa sfida simbolica che comportava un ritorno nella rappresentazione – i segni di questa fascinazione si erano diffusi già prima del suo Boris Godunov: punteggiavano, come resti organici su una tela di Francis Bacon, l’edizione del Patalogo dell’ anno 2002, dove la stessa vedova cecena, musa addormentata dal gas del Cremlino, si ripeteva in una sequenza filmica di piccoli fotogrammi. In una poetica già più orientata al panico, comparivano in forma di grandi e flosci conigli seduti sulle poltrone accanto ai normali spettatori di un episodio, il III, della Tragedia Endogonidia della Societas Raffaello Sanzio. Quando l’orrore della storia si ripete, molto spesso si ripete in Fiaba. Ma c’è da chiedersi se l’ exploit di azionismo armato compiuto dai terroristi di sulla scena di Mosca non abbia sigillato in maniera definitiva quell’idea di transustanziare la vita nell’arte che per più di un secolo ha fomentato l’antagonismo delle avanguardie. Vedere la Fura preferire il segno, e all’occorrenza la metafora, all’azione diretta e alla provocazione fisica che hanno reso celebri le sue performances, dà comunque da pensare: si ha un bel sostenere che il suo Boris Godunov prende in ostaggio lo spettatore, lasciando libera la sua testa di spaziare attraverso l’azione, “fisicamente passivo ma mentalmente attivo”. E’ in questa distanza tra la rappresentazione e la realtà che l’arte torna a fare “come se” scoprendo che la totale determinazione del reale, come afferma Capitta, non è alla sua portata, eccede i suoi mezzi. Già negli anni ’40 un grande teorico del cinema, André Bazin, guardando alcuni montaggi di combat-film, si complimentava con se stesso per non essere diventato cineasta, perché, diceva, “la realtà sa allestire le sue messinscene meglio di chiunque e soprattutto in modo inimitabile”. A che scopo programmare delle catastrofi capaci di rivaleggiare con quelle naturali, che era più o meno il compito che Artaud assegnava al teatro, quando la storia (cioè la pistola che abbiamo ancora piantata sulla nuca) ne programma di più definitive (di più inimitabili) e, se non bastasse, di più spettacolari? Basta ricordare le parole malinconicamente ammirate e forse fraintese che un maestro del formalismo artistico novecentesco pronunciò davanti alle immagini dell’attacco contro il World Trade Center: la “più grande opera d’arte mai realizzata.” La verità è che, trasferita sul teatro globale dei media, l’azione terroristica si produce di per sé come un’utopia spettacolare che dello spettacolo non ha più bisogno: l’11 settembre o l’irruzione al Dubrovka sono performance che si compiono una sola volta e che non ammettono repliche.

Il Boris Godunov della Fura dels Baus sarà a Genova al Teatro dell'Archivolto dal 6 all'8 febbraio e succesivamente all'Arena del Sole di Bologna

questo articolo è apparso sull'ultimo numero del settimanale on-line La differenza (www.differenza.org)



Powered by Amisnet.org