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IL TEATRO DELL'EROINA 21/01/09

Mitigare (il buio fuori) il testo (e lo studio scenico) di Francesca Sangalli segnalato all'ultima edizione del premio Dante Cappelletti ripropongono il prolema delle tossicità giovanile, rivelando che l'eroina è uscita dall'immaginario delle droghe ma non dalla realtà del consumo. Anche se i tossici di oggi sono diversi da quelli di ieri la presunzione di poter controllare il consumo della brown continua a mietere vittime sociali (Nell'immagine, una delle foto della freelance americana scattata all'interno di un palazzo di Brooklin dove vive una comunità di tossicodipendenti)

Attilio Scarpellini

Mercoledi' 21 Gennaio 2009
Un manifesto con Dracula che addenta il collo della Statua della Libertà, imprimendo su di esso due vistosi buchi sanguinanti; poco più in là, una ragazza sdraiata sul letto alza le braccia, segnate da altri buchi di un rosso livido, e lancia verso l’obiettivo uno sguardo puro, quasi cristallino, ma completamente vacuo, a cui solo le labbra semiaperte conferiscono un’espressione di disperata ottusità. Sentire tutto per non sentire più niente. E’ una delle immagini – e non la più cruda – che la fotografa americana Jessica Dimmock ha scattato al nono piano di un palazzo di Brooklyn interamente occupato da tossicodipendenti. Francesca Sangalli nella presentazione del suo Mitigare (il buio fuori), progetto di spettacolo segnalato all’ultima edizione del premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti*, le definisce “intense e intime”. Ma perché ci sia intimità, segreto, deve esserci un fuori da cui ritagliare il suo spazio (e con il quale l’intimo, il privato è in costante dialettica), perché ci sia un uomo che orgogliosamente, gelosamente si rifugia e si separa in quello spazio, deve esserci da qualche parte una città che glielo permette, che ne accoglie l’intimità: il mondo documentato dalla Dimmock, invece, è una colata di nuda vita, uno spazio concentrazionario che annullando i propri confini con il mondo, annichilisce qualunque intimità: tutto è drasticamente, crudelmente esposto, nella degradazione dei suoi corpi tatuati, scarificati dalle siringhe, come in un lager.

Se c’è una differenza cruciale tra queste immagini e quella articolata dalla Sangalli nel suo testo (e negli studi scenici presentati a Roma, prima al Kollatino Underground per la semifinale – 22 e 23 novembre - poi nella finale del premio al Teatro India – 20 e 21 dicembre) è nel tentativo di Mitigare di rappresentare non tanto l’inferno, quanto la precarietà della sua soglia. Soglia anzitutto generazionale: il nine floor della Dimmock è un cimitero degli elefanti dove il buco, vecchia bestia interclassista, unisce e confonde le generazioni; le tre protagoniste della pièce della Sangalli sono delle adolescenti che intraprendono il cammino della dipendenza da eroina, per le quali lo sballo è già un mondo, ma non ancora tutto il mondo. Lo stesso filo sentimentale che le lega all’infanzia non è ancora stato completamente reciso, se per una di esse (la più borghese) la brown sugar mantiene il colore, e l’innocenza edonistica, dello sciroppo d’acero sui dolci della mamma. Mitigare, anzi, è la registrazione amplificata degli slittamenti progressivi dal piacere alla dipendenza di una droga che nella sua apparenza residuale (l’eroina non è stata soppiantata dalla coca e dagli acidi), soft (non ci si limita ad iniettarla, la si fuma o la si sniffa), nonché nella sua presunzione postmodernistica di rappresentare una pratica controllata, continua a nascondere lo stesso trucco, lo stesso “miserabile miracolo” delle droghe totalitarie degli anni ’70: l’assuefazione nel circolo vizioso che anestetizzando il dolore riduce il piacere a un intervallo sempre più sottile tra “dose e astinenza”, fin quando la vita, come scrive la Sangalli, «diventa fatta di parentesi». Si mitiga fino all’anestesia definitiva («non sente nulla quando è fatta, prova dolore solo un attimo, quando è nella parentesi prima dell’astinenza»), finché il buio di fuori non risorge dentro e dall’eccesso di presenza del mondo si trapassa nella sua schiacciante mancanza.

Il tratto sconcertante di Mitigare è di restituire una parabola chiusa, sempre la stessa in qualche modo – la tossicità, e la sua noia senza fine – ma attraverso l’imponderabilità di un’esperienza che è come un cono a cui il déjà vu delle generazioni, passando dall’incanto al disincanto, ha tolto il rocchetto: melliflua e senza tragedia, divenuta addirittura oggetto di citazioni derisorie (come quella di Trainspotting o di Noi i ragazzi dello zoo di Berlino trasformato in film di culto delle neo-drogate), banalizzata (come tutto il resto, dal razzismo a berlusconi, con la minuscola), l’eroina del piccolo sballo adolescenziale mantiene intatta la sua potenza di contagio e quella capacità di fotografare il mondo rovesciandone, senza cambiarle di una virgola, tutte le relazioni. L’eroina è un negativo del mondo cosi com’è. «Le dipendenze – dice una delle tre diciassettenni – nascono per avere qualcosa a cui pensare che non sia il senso di una vita che appassisce, il dolore, gli affetti che vengono a mancare e alla fine la morte che te lo mette in culo». Le dipendenze nascono per non pensare, sono la faccia mortifera e entropica di una società del consumo e dell’intrattenimento: il passo più lungo della gamba di un desiderio che non misura più economicamente i suoi confini, spingendosi… “al di là del principio di piacere”. Nell’era del suo nichilismo trionfante, l’eroina era considerata lo strumento estremo di un rifiuto dell’esistente: attraverso di essa un piccolo esercito di giovani verificò – prima ancora e assai più che con il terrorismo – l’orizzonte più remoto e tragico della propria hybris: quanto a “velocità di liberazione”, quella del viaggio in vena era incomparabile anche rispetto al più insofferente dei millenarismi rivoluzionari. Nell’epoca in cui il flash è uno “schizzo” frugale e quasi senza pretese, deposto dal suo prestigio creativo per diventare pratica di un consumismo routinario che inebria ma consente di restare “precisi” (“sparpagliati” come “i granelli di zucchero da scaldare”, ma non dissolti), una retorica minimalista prende il sopravvento sul mito, e di nuovo permette all’irreale di fotografare il reale a testa in giù.

Sulla scena di Mitigare a drogarsi sono sempre gli altri, i “robbosi”, e la distanza dalla derelizione dei veri tossici è segnata dalle tre protagoniste con attenzione maniacale: passo dopo passo, parola per parola, ci si accusa a vicenda di essere quel che si sta diventando («Devo smettere. Se no divento come quelle due, fanno schifo davvero») e nel frattempo si colma il divario tra chi controlla il piacere e chi ne è ormai controllato, finché non resta alcuno spazio in cui arretrare – neanche nel ricordo che continuamente squarcia il testo della Sangalli – tra sé e la roba, totalità inalterata persino dal suo disincanto, miserabile e grandiosa ad un tempo, perché, come sempre, immagine perfetta della debolezza ( e della ontologica menzogna) del mondo che circonda i suoi consumatori. Così, nel teatro dell’eroina è solo il segno del disagio a cambiare: le identità esplose di Mitigare, a differenza di quelle degli anni ’70, non sono tanto soggetti di un rifiuto radicale spinto fino all’autodistruzione, quanto oggetti di un abbandono, figlie di una crisi di sentimenti, di uno strappo della sensibilità che affonda le sue radici nell’unico Eden che sono ancora in grado di concepire, quello dell’infanzia. La casa borghese a cui Martina, la narratrice, sogna di ritornare, ma sulla cui soglia viene respinta con un rovesciamento della parabola del figliol prodigo, non è quella del Padre – eclissatosi al tempo del suo mitico assassinio e da allora introvabile, se non come feticcio animato da un ventriloquio autoritario – ma quella di una Madre formale e inospitale che scaccia la figlia, terrorizzata dal suo piercing.

«-Marti non farti vedere
– Mamma, ma è solo un piercing…
- Amore? – è la voce di mio padre da una stanza.
E mia madre senza trattenersi mi richiude la porta prima che arrivi.»

Al lato opposto di una madre senza corpo c’è il senso di inadeguatezza adolescenziale di un corpo che attraverso le ondate di calore della droga sente il tempo arrotolarsi su se stesso e rivive il sogno virginale del suo essere senza bisogni, senza organi, senza dolore. Un corpo che, straniato dal tocco gelido del disamore, programma la propria sparizione.

«Vorrei non avere più bisogno di niente. Diventare pura, vergine, senza bisogni senza fame non voglio più alcool non più pisciare, cagare, scopare.
Non voglio che nessuno possa più toccarmi.»

(Non toccate il mio corpo: le ultime parole di Antonin Artaud).


questo articolo è uscito sull'ultimo numero del La Differenza (www.differenza.org)



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