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Il sito contiene approfondimenti su temi di carattere internazionale, da quelli piu' strettamente legati alla politica ad argomenti di costume e societa', scritti dai soci e dai collaboratori dell'associazione, tutti specialisti del settore.
Archivio



CALCIO D'INIZIO

2019-06-12


PRIMA VISIONE

del documentario

CALCIO IN PARADISO
Storie di giovani, sport e religione in Pakistan

a Roma
il 17 giugno 2019
alle 21

Nella sede del Convento di san Bonaventura al Palatino

Ingresso libero

Guarda il trailer


Saranno presenti:
Monika Bulaj (regista)
don Emmanuel Parvez
Paolo Affatato (coautore)

Il film è una produzione
di: Lettera 22 Associazione indipendente di giornalisti


SEQUESTRATI A HONG KONG

2019-06-13



A Hong Kong è calata la notte su scene di guerriglia urbana. Alle dieci di sera, l’autorità ospedaliera ha comunicato di aver ricoverato 72 feriti, due dei quali in gravi condizioni. Le grandi arterie di Central e Admiralty, che erano già state occupate nelle lunghe settimane del Movimento degli Ombrelli del 2014, sono ora di nuovo inagibili – ma questa volta sull’asfalto ci sono i candelotti spenti dei lacrimogeni, e per la prima volta a Hong Kong, anche i bossoli...

Un'analisi di Ilaria Maria Sala Il Foglio


ORBAN / SUU KYI. LA NOBEL E IL SOVRANISTA XENOFOBO

2019-06-07


Un sovranista xenofobo e autoritario a colloquio con una Nobel per la pace molto contestata dopo la cacciata dal Myanmar dei Rohingya. E il punto in comune è - oltre agli affari - soprattutto il pericolo islam. Un pericolo che in questi due Paesi non esiste. Succede a Budapest...

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LETTERA22 NON STA CON STEVE BANNON

2019-03-19 L’Associazione Lettera 22 con presidente Paolo Corsini che ha organizzato giovedì 21 marzo l’incontro a Roma con Steve Bannon non è la nostra.

Stesso nome ma storia, obiettivi ed orientamenti molto diversi.

La nostra Lettera22 diretta da Giuliano Battiston, associazione di giornalisti indipendenti nata nel’93 e specializzata in esteri, diritti e cultura, non ha nulla a che fare con l’iniziativa di giovedì 21 marzo né con nessuna delle altre organizzate in questi anni dall’omonima associazione.

Sin da quando l’omonima associazione nacque sottolineammo subito il rischio di possibili confusioni. E abbiamo sempre cercato di evitare ogni sovrapposizione dettata dall’omonimia.

Confidiamo nel fatto che i nostri lettori, conoscendo il nostro lavoro, anche in questa occasione faranno altrettanto.


IL GRANDE TABÙ ITALIANO SULL'ACQUA

2014-02-19 Crescono i movimenti di protesta in Europa (e non solo) per chiedere politiche di tutela del clima e in Italia si prepara la manifestazione studentesca del 15 marzo per il climate strike nel giorno del primo sciopero mondiale per l'ambiente.
Intanto però il nostro Paese non ha ancora un piano di adattamento ai cambiamenti climatici.
Roma avrebbe dovuto approvarlo entro il 2018, il governo Gentiloni aveva lasciato in eredità a quello di Lega e Cinque Stelle una bozza del piano che dovrebbe indicare come, con quali fondi e quali strategie nei prossimi anni abbiamo intenzione di affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici nel nostro Paese.
Che semplificato significa come intendiamo far fronte alle ondate di siccità, alla diminuzione delle risorse idriche, alle conseguenze sull’agricoltura dell’aumento progressivo di temperature che sta coinvolgendo l’intera area del Mediterraneo.
Ma dopo un anno di governo siamo ancora fermi e il tema non appare neanche in agenda. Semplicemente è assente dal dibattito.
Intanto l’Italia è al centro di una crisi idrica più che importante e per niente emergenziale come non fu un'emergenza la crisi idrica a causa della quale, nel luglio 2017, a Roma 2 milioni di persone rischiarono di rimanere senz’acqua in una delle estati più calde degli ultimi secoli.
Al di là della cronaca quello che è accaduto a Roma nel 2017 cosa ci dice sulla salute del sistema acqua italiano, sulla nostra capacità di far fronte alle sfide che abbiamo davanti e sul mondo che ci aspetta nei prossimi anni?

Se ne parla nella quarta puntata del podcast H2O realizzato dai giornalisti di Next New Media e dedicato all’acqua di domani.





IL TEMPIO DELLA DISCORDIA/ Reportage

2019-02-05
Dall'inviato Emanuele Giordana  

Preah Vihear (Cambogia) - Raggiungere il tempio khmer di Prasat Preah Vihear non è facile. Il grande complesso, composto di lunghi corridoi, cinture murarie ed enormi mura di pietra, è un gioiello dell’arte khmer della prima metà dell’XI secolo, quando il buddismo ancora non era diventato religione di Stato. Dedicato a Shiva, discretamente conservato e solo in parte ricostruito, si trova sulla linea di confine tra Cambogia e Thailandia ed è uno dei tanti nodi che segnano i non facili rapporti tra i due Paesi che, otto anni fa, si presero a cannonate proprio nella zona del tempio. Sul motivo del contendere, la sovranità sui territori che circondano i resti sacri, non c’è ancora intesa ma solo una pace fredda e dunque una tensione sopita. Pronta a riaccendersi in una ventata nazionalista. Ma questo antico tempio, che in parte ricorda il maestoso complesso dell’Angkor Wat in pianura e che è tutelato dall’Unesco, è sempre stato un oggetto del contendere e ha visto più segni di guerra che non di pace.


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I ROHINGYA A MONTECITORIO

2018-12-11
Il lavoro di raccolta di informazioni, testimonianze, prove che ha portato nel settembre del 2017 il Tribunale Permanente dei Popoli (Tpp) a emettere una sentenza di genocidio e crimini di Stato perpetrati a danno di Rohingya, Kachin e altre minoranze birmane, finirà nei faldoni della Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi). Un’organizzazione della società civile che per mesi ha raccolto le prove dei crimini birmani intende adesso passare alla Cpi tutti i materiali che furono presentati alla sessione internazionale di Kuala Lumpur nell’autunno dell’anno scorso: materiali che potrebbero integrare il lavoro dei magistrati che, da qualche mese, stanno valutando la possibile incriminazione di chi organizzò e mise in opera una “deportazione” di massa in Bangladesh che, in soli due mesi nel 2017, ha fatto fuggire dal Myanmar oltre 700mila persone. La decisione è stata resa nota ieri a Roma durante una Conferenza organizzata dal Tpp e dalla Fondazione Basso dedicata ai Rohingya nel 70mo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Una carta che il Myanmar, allora Birmania, fu tra i primi Stati membri dell’Onu a firmare... LEGGI TUTTO


LA RESISTENZA DEL BAOBAB Una riflessione della scrittrice Carola Susani

2018-11-14


Non so se ho tenuto bene il conto. Il Baobab ha subito a mia memoria 22 sgomberi. Perché allora esiste ancora? Perché dopo il primo sgombero - quello della struttura di via Cupa - è diventato un'altra cosa, una organizzazione agile e leggera che dà aiuto, l'aiuto base, minimo, una tenda, sacco a pelo, coperte, abiti, cibo, relazione, a chi non ha dove andare, gente che arriva, perché la gente arriva ancora, gente ricacciata indietro dai paesi europei, gente che non ha più la tutela umanitaria e così via. Volontari, sostenuti nel tempo dalla solidarietà diffusa, dalle persone comuni, dalle pizzerie, ai supermercati, sono riusciti in questi anni a dare pasti ogni giorno, a proporre visite guidate, corsi, aiuto a stendere curriculum, ma sono riusciti anche a giocare a calcio, a correre maratone, ad ascoltare musica insieme. Moltissimi passati dal Baobab hanno trovato la loro strada, in Italia o all'estero, è un posto dove si sta per un tempo limitato, un posto di transito. Chi ci passa dirà magari: ma è spaventoso, gente senza un tetto, nelle tende, esposta alle piogge torrenziali, e poi al freddo.

È vero, non è un posto dove desidereresti vivere. Ma le istituzioni che dovrebbero trovare posti migliori, tetti e possibilità, non lo fanno, non l'hanno fatto finora e sempre meno vogliono farlo. Il Baobab permette di trovare una socialità, non lascia le persone preda inerme dei pericoli della città, vittima dei delinquenti, senza speranza, con l'unica strada possibile per sfangare la giornata la delinquenza; permette persino di fare piani, visto che almeno non devi pensare ogni giorno a dove andrai a dormire. Avere la possibilità di fare piani, è la condizione per uscire dalla povertà, senza non puoi. Il Baobab è stato sgomberato. Come sempre le tende e gli oggetti del campo sono stati distrutti. Ma allora perché ne parlo al presente? Perché il Baobab è inevitabile, finché ci sarà gente che ha bisogno, ci sarà grazie a Dio gente che aiuta chi ha bisogno. Nessuno riuscirà a farci smettere; ormai abbiamo esperienza. Il Baobab aiuta a contenere il disagio, evita la violenza, rende più sicura la città. Se il Baobab non ci fosse, il dolore e la violenza sarebbero maggiori. Ce n'è già tanto, non si combatte rendendolo più atroce, ma risolvendo i problemi delle persone: il tetto, la socialità, il lavoro, la cultura, la possibilità di fare piani, la speranza. Chi sgombera il Baobab vuole evidentemente più dolore e più violenza in questa città.



in collaborazione con l'agenzia radio AMISnet


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"L'unica linea che un giornalista e' tenuto a rispettare e' quella ferroviaria..."
Albert Londres

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