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IL NODO PACHISTANO 30/11/08

L'Azad Kashmir e soprattutto le Federally Administered Tribal Areas: il terreno di coltura dell'islam radicale. Anime disomogenee e interessi non sempre convergenti all'interno dei quali potrebbe essere stato progettato l'assalto a Mumbai. Un tentativo di analisi

La mappa: in verde i confini della Nwfp; in blu i territori tribali (Fata); in giallo il distretto di Swat

Emanuele Giordana

Domenica 30 Novembre 2008


La pista delle indagini che porta verso il Pakistan rischia di perdersi nel vasto reticolo di convivenze, convenienze, travasi di guerriglieri e di ideologie che animano le due regioni bollenti del Paese dei puri: l'Azad Kashmir, occupato dall'esercito pachistano sino alla Linea di controllo che lo divide da quello indiano; e le aree tribali al confine con l'Afghanistan (Federally Administered Tribal Areas o Fata), le terre dei pathan (come i pashtun si chiamano oltre frontiera), territorio arcigno e montagnoso dove il governo di Islamabad ha solo un potere assai debole, per lo più sulla carta.
Il Kashmir è stato per anni il vivaio di allevamento proprio di gruppi come il Lashkar-e Toiba, l'organizzazione nel mirino per i fatti di Mumbai e che fu l'autrice del clamoroso assalto al parlamento indiano nel dicembre del 2001. Un precedente che fu sul punto di scatenare l'ennesimo conflitto tra le due sorelle del subcontinente.
Le Fata, da luogo di rifugio, sono diventate luoghi di combattimento, dal Waziristan alla valle di Swat (che si trova in realtà a ridosso dell'area tribale ma sempre all'interno della riottosa provincia del NordOvest), e già erano state la batteria di allevamento dei talebani afgani da parte deill'Isi - i servizi pachistani - negli anni Noventa. E' nelle Fata che il verbo di Osama bin Laden avrebbe attecchito più che altrove anche se la formula è riduttiva. Certo la suggestione del califfato transnazionale gioca il suo ruolo, specie su quella pletora di “migranti” islamisti che, dalla Cecenia o dall'Asia centrale, dalla Turchia alle regioni musulmane della Cina, si è spostata in queste terre dopo la cacciata dei talebani da Kabul. Gente sensibile al messaggio globale che adesso ha, in molti casi, messo su famiglia e radici nei santuari pachistani del Waziristan, che offrono rifugio sicuro ai ricercati. Ma in quelle aree è successo ben altro.
Dopo la fine della cosiddetta “guerra del Kargil” in Kashmir (maggio-luglio 1999) e con l'arrivo al potere di Musharraf (nell'ottobre), la questione kashmira viene affrontata dalle leadership dei due paesi con un certo pragmatismo e il contenzioso si raffredda. Musharraf mette fuori legge gruppi come Laskkar-e-Toiba o Jaish-e-Mohammad, entrambe attive in Kashmir con l'appoggio della cosiddetta “cellula India”, guidata dall'onnipotente intelligence pachistana adesso sotto cura dimagrante dopo che Islamabad ha deciso di ridimensionarla dimissionando il suo ufficio politico. La situazione obbliga molti combattenti a migrare dal 2003 verso Ovest e a raggiungere le aree calde delle Fata dove l'infiltrazione talebano-afgana ha intanto fatto crescere un nuovo fenomeno: i talebani pachistani.
Le milizie di personaggi come maulana Kashmiri, a capo dell 'Harakat ul-Jihad-e-Islami , o di altri gruppi attivi nel Kashmir come il Lashkar-e-Toiba, si incontra con gli “stranieri” - gli “arabi” transfughi dall'Afghanistan talebano - e con i miliziani radicali del Tehrik-e-Taliban di Baitullah Meshud, uno dei capi appunto dei talebani pachistani. Ma anche coi talebani afgani, più o meno di ispirazione qaedsita, come quel Sirrajudin Haqqani, figlio del vecchio mujaheddin Jalaluddin Haqqani e ritenuto tra gli ispiratori dell'attacco all'hotel Serena di Kabul nel gennaio 2008. Ma ci sono anche ex militari pachistani o agenti dei servizi che si sono sentiti traditi dalla politica di Musharraf, troppo tenero con Delhi e Washington. C'è dunque soprattutto una componente fortemente nazionalista in questo disomogeneo mondo di islamisti radicali dove comunque è forte anche il dibattito intellettuale: sorgono circoli che tengono incontri con religiosi e dotti e dove si apre il confronto ideologico sulle tesi qaediste, deobandi o wahabite e sulla sfida contro i governi corrotti e i loro alleati occidentali. Inoltre la spinta militare è fortissima, alimentata com'è dai kashmiri, gente che sa cosa significa addestrare: combattenti con esperienza di terreno che sanno condurre raffinati operatavi di guerriglia.
Più che la sfida del jihad globale, in quelle montagne impervie e inospitali per chi non vi è invitato, si saldano i diversi interessi locali o nazionali delle differenti anime di un movimento sfaccettato: ex uomini dei servizi che vorrebbero liberarsi di Musharraf prima e di Zardari poi. Talebani delle aree tribali, riedizione moderna dell'antico secessionismo pathan. Talebani afgani per i quali le Fata sono il santuario sicuro per organizzare la liberazione delle terre pashtun. Giovani occidentali di origine pachistana attratti dal mito jihadista. Qaedisti senza più patria, infine, che non possono tornare in Uzbeksitan o in Arabia saudita e per i quali la guerra senza frontiere è ormai l'unica carta d'identità.
A tutto ciò si deve poi aggiungere la mafia indiana di Dawood Ibrahim, il malavitoso islamista - trasferitosi a Karachi da Mumbay - che ha già giocato un ruolo in attentati precedenti e verso cui parte delle indagini sono orientate. C'è un legame tra questa grande e violenta città del Sud e le aree del NordOvest e del NordEst?
Certo, se la pista pachistana si perde anche in quelle montagne, la matassa sarà molto difficile da dipanare.



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