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PROCESSO POLITIKOVSKAJA: SI RICHIUDONO LE PORTE 20/11/08

C’erano tutti, con una folla di giornalisti, nella piccola aula quando il giudice del Tribunale MIlitare di Mosca Evgeni Zubov ha annunciato la retromarcia: porte di nuovo chiuse al processo Politkovskaja, per richiesta stavolta, pare, dei giurati. Scatenando l’indignazione generale.

Lucia Sgueglia

Giovedi' 20 Novembre 2008
MOSCA - Rabbia, delusione, frustrazione. Erano stati scelti martedi tra 50 candidati da una rosa di 2mila, tra diverse generazioni ed etnie della Federazione Russa, i 12 membri della “giuria popolare” che ieri, col loro rifiuto a sorpresa, hanno richiuso le porte del processo Politkovskaja. Per paura, dicono: paura delle telecamere, di ritorsioni e minacce. Quelle porte che lunedi scorso Evgeni Zubov, giudice del Tribunale Militare di Mosca, aveva deciso, pure a sopresa, di spalancare al pubblico. Accendendo la speranza, per un istante, in chi da mesi chiedeva trasparenza sulla morte della giornalista, freddata nell’androne di casa il 7 ottobre 2006. Familiari, legali dell’accusa, colleghi della reporter, persino alcuni avvocati della difesa. C’erano tutti, con una folla di giornalisti, nella piccola aula quando Zubov ha annunciato la retromarcia. Scatenando l’indignazione generale. “Una vergogna” per Dmitri Muratov, direttore del bisettimanale Novaya Gazeta dove Politkovskaja lavorava; che non crede si tratti di una decisione dei giurati bensì presa "dall'alto", o un'idea di Zubov (che nega) e ora promette di riportare ogni virgola del dibattimento sul giornale. Scandalizzata Karina Moskalenko, avvocato nel team dei familiari, anche perché la decisione non può essere appellata: “La paura, senza minacce concrete, non è sufficiente per giustificarla”; e i 12 han prestato giuramento dopo l’annuncio delle porte aperte, sapendo a cosa andavano incontro. La notizia rimbalza in testa ai tiggì russi. A mettersi nei panni dei giurati, in verità, qualche motivo di paura ci sarebbe. Una indagine avvolta da pesanti ombre fin dall’inizio, tra fughe di notizie, depistaggi, cambi al vertice degli inquirenti. E un processo che inizia monco, senza movente né nome del mandante. Rustam Makhumudov, ceceno, sospettato di aver premuto il grilletto, è fuggito in Europa. Dei 10 arrestati nell’agosto 2007, alla sbarra son finiti solo in 3: Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, fratelli di Rustam forse autisti-pedinatori, il poliziotto Sergej Kadzhikurbanov. Infine un quarto uomo, Pavel Rjaguzov, agente dei servizi segreti imputato non in relazione all’omicidio ma per aver fornito ai killer l’indirizzo della reporter: per la sua presenza tra gli imputati il processo passò in corte militare. Ieri, a cancelli ormai chiusi, i 4 si sono dichiarati innocenti. Per il loro avvocato "L'accusa al 98% consiste di illazioni e supposizioni”. Intanto, sempre più per sciogliere il groviglio si guarda a sud: alla Cecenia di Ramzan Kadyrov, il presidente ex ribelle che Politkovskaja criticava nei suoi articoli, insieme ai militari del Cremlino, per gli abusi commessi sui civili ceceni in guerra e dopo. L’accusa lo vuole sul banco dei testimony, suggerendo una trama ben più complessa di chi assegna tutta la colpa al Cremlino. Oggi in aula i primi testimoni: 48 all’accusa, 7 alla difesa.

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