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Con un gesto inatteso, ieri il presidente del Sudan Omar al-Beshir ha annunciato un “immediato e incondizionato cessate-il-fuoco tra le forze armate e le fazioni in guerra” in Darfur, la regione più occidentale del paese, teatro dal 2003 di una guerra civile

Irene Panozzo

Giovedi' 13 Novembre 2008

Qualcosa si muove sotto il sole di Khartoum. Con un gesto inatteso, ieri il presidente del Sudan Omar al-Beshir ha annunciato un “immediato e incondizionato cessate-il-fuoco tra le forze armate e le fazioni in guerra” in Darfur, la regione più occidentale del paese, teatro dal 2003 di una guerra civile per la quale finora è stato impossibile trovare una soluzione.
L’annuncio di Beshir non è arrivato a caso. Il presidente ha preso la parola nella sessione conclusiva del «Forum popolare sudanese per il Darfur», una conferenza voluta dallo stesso Beshir e dal suo partito, il Partito del congresso nazionale (Ncp), per discutere delle possibili soluzioni al conflitto. Inaugurata a Khartoum a metà ottobre, la creazione della conferenza era stata in realtà annunciata il 13 luglio, anticipando di un giorno la presentazione da parte del procuratore generale del Tribunale penale internazionale (Tpi) dell’Aja, Moreno Ocampo, della richiesta di incriminazione ai danni di Beshir per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Non una pura coincidenza temporale: la mossa di Moreno Ocampo era nell’aria ed era stata anticipata qualche giorno prima dal Washington Post. Da subito il governo sudanese – non solo il Ncp, quindi, ma anche gli ex ribelli meridionali del Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm), dall’estate 2005 partner nel governo di unità nazionale – ha iniziato un’intensa campagna diplomatica alla ricerca di solidarietà e aiuto nell’ottenere il rinvio di un anno della decisione dei giudici per le indagini preliminari del Tpi. Che è prevista dall’art. 16 del trattato di Roma con cui il Tpi è stato creato, ma che deve essere richiesta dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Dove però Usa, Francia e Gran Bretagna sono intenzionate a usare, se necessario, il loro diritto di veto. A meno che – è stato il non detto di questi mesi – il Sudan non si dimostri seriamente impegnato a cercare una soluzione definitiva alla guerra in Darfur e a migliorare le condizioni di vita della popolazione della regione.
Una sfida che Khartoum sembra aver accettato, nonostante le prese di posizione molto dure assunte in questi mesi da vari esponenti del governo – a partire dallo stesso Beshir che solo martedì scorso ha definito “sfumature” simili a “un ronzio di zanzare” le accuse di Moreno Ocampo – e le resistenze di chi, all’interno del partito, crede che una vittoria in Darfur sia ancora possibile. Seppur con un imprinting governativo indiscutibile, il Forum popolare per il Darfur si è dimostrato essere qualcosa di un po’ più serio di una sola operazione di facciata del Ncp, come poteva apparire sulla carta. Accanto al partito di Beshir, fin dall’inizio sono stati tirati a bordo dell’iniziativa anche lo Splm e il Partito dell’Umma, il principale partito settentrionale guidato dall’ex primo ministro Sadiq al-Mahdi, all’opposizione dal colpo di stato del 1989 con cui Beshir è arrivato al potere. I gruppi ribelli del Darfur e alcuni altri partiti politici hanno boicottato i lavori, mentre vi hanno partecipato un gran numero di amministratori locali darfuriani e il Movimento per la liberazione del Sudan (Slm) di Minni Minnawi, l’unica fazione ribelle ad aver firmato il fallito trattato di pace per il Darfur del maggio 2006.
Anche così, il Forum è rimasto un’iniziativa voluta dall’alto. “Che non è necessariamente una cosa cattiva”, ha scritto sul suo blog Alex De Waal, forse lo studioso più serio e acuto per ciò che riguarda le cose del Darfur. “È importante che il governo di unità nazionale e il più ampio establishment politico settentrionale superi il suo negazionismo sull’estensione della crisi del Darfur, rifletta apertamente sugli errori che il governo ha fatto e offra delle serie concessioni politiche”. È, sembra, quello che è accaduto. L’annuncio di Beshir è stato la pronta risposta alle raccomandazioni finali del Forum, rese note martedì. Che sono andate oltre la linea solitamente adottata dal governo, accogliendo anche alcune delle richieste più volte avanzate dai ribelli al tavolo negoziale. Ad esempio, la creazione di un’unica regione del Darfur al posto dei tre stati attualmente esistenti, un’ipotesi che il capo del team negoziale di Khartoum, Nafi Ali Nafi, qualche settimana fa aveva liquidato come impossibile. Oppure l’adozione di misure di compensazione individuale per le vittime della guerra, a partire dagli sfollati interni e dai rifugiati, da aggiungere a quelle collettive, per gruppo familiare. O ancora, un posto da vice-presidente della repubblica per un rappresentante del Darfur, ricalcando così il riconoscimento politico che il trattato di pace tra Nord e Sud Sudan del 2005 ha dato alla regione meridionale e al suo gruppo ribelle principale, lo Splm.
È certamente presto per esultare, perché le parole di Beshir dovranno superare il test del terreno. E finora tutte le tregue negoziate e proclamate nella lunga teoria di accordi e pseudo tali che hanno caratterizzato questi cinque anni e mezzo di guerra sono state puntualmente disattese. In più, nonostante la tregua sia stata presentata come “incondizionata”, un vincolo è già stata posto: la presenza di un efficace meccanismo di monitoraggio del cessate-il-fuoco che coinvolga tutte le parti. Ma che per il momento non esiste e difficilmente potrà vedere la luce se i vari gruppi ribelli che operano in Darfur rimarranno fermi nella loro opposizione alla misura annunciata da Beshir, definita ieri un “esercizio di pubbliche relazioni” dal portavoce dei ribelli del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem).

L'articolo è oggi anche su il manifesto



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