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Dopo lo spoglio delle schede dei militari, i dati definitivi. Mentre si fa strada la possibilità di un incarico a Netanyahu

Paola Caridi

Giovedi' 12 Febbraio 2009


Gerusalemme – I più entusiasti, per i risultati delle elezioni israeliane, sono loro, i coloni. Non solo per l’affermazione di Avigdor Lieberman, il leader populista di Yisrael Beitenu. Ma perché la maggioranza degli israeliani ha votato a destra. “Inequivocabile”, per l’uomo che guida il popolo degli insediamenti, Danni Dayan, la decisione presa dagli elettori: nessuna colonia verrà più smantellata. E’finita l’epoca dei disimpegni unilaterali, come quello realizzato da Ariel Sharon nel 2005 a Gaza. Dayan, però, è andato oltre. “Per anni abbiamo sentito dire che l’opinione pubblica israeliana appoggiava la soluzione dei due stati, e la necessità dell’istituzione di uno stato palestinese”, ha detto alle pagine online più importante giornale del paese, Yediot Ahronot. “Le recenti elezioni hanno provato che questa non è che una storiella”, ha detto, sostenuto in questo dal leader storico del movimento dei coloni, Pinchas Wallerstein. “La gente ha detto molto chiaramente – per Wallerstein - che tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo c’è lo stato di Israele”. Niente di più.
I coloni alzano la voce, insomma, dopo la netta affermazione della destra. Che, sulla carta, avrebbe 65 seggi, la maggioranza alla Knesset necessaria per formare un esecutivo sotto la guida di Benyamin Netanyahu. Numeri che Tzipi Livni non ha in mano, nonostante anche le ultime schede scrutinate, quelle riguardanti militari, marinai, malati e diplomatici, abbiano confermato ieri sera che il suo partito, il Kadima, ha un seggio in più rispetto ai 27 ottenuti dal Likud di Netanyahu.
Nella ridda delle indiscrezioni e degli scenari sul nuovo governo israeliano, si fa dunque sempre più largo l’idea che, mercoledì prossimo, il presidente Shimon Peres possa affidare proprio a Bibi Netanyahu l’incarico esplorativo per formare il nuovo esecutivo. Ma non è per nulla certo che Netanyahu voglia, alla fine, cedere all’idea di un governo tutto spostato verso l’estrema destra, sotto il ricatto dei partiti religiosi e di Yisrael Beitenu.
L’araba fenice rimane ancora, per tutti, il governo di unità nazionale. O meglio la coabitazione tra Likud e Kadima. Ma i toni tra i due principali partiti, nelle ultime ore, si stanno alzando, diminuendo le possibilità di un’intesa, sulla quale, invece, c’erano già state indiscrezioni. Le voci dicevano che Netanyahu volesse offrire i ministeri che contano, a Kadima. Gli esteri ancora a Tzipi Livni. E la difesa a Shaul Mofaz, che già aveva ricoperto l’incarico sotto Sharon.
Mentre Israele è impegnata col toto-ministri, al Cairo i colloqui per una tregua di un anno e mezzo tra Tel Aviv e Hamas hanno raggiunto una fase interessante. È infatti arrivata in Egitto una delegazione di Hamas ad alto livello, segnale che fa pensare a un accordo vicino. Assieme a uno dei senior di Gaza, Mahmoud A-Zahhar, è arrivato da Damasco il numero due dell’ufficio politico, Moussa Abu Marzouq, considerato il ministro degli esteri del movimento islamista. Entro tre giorni, si può annunciare la tregua, ha dichiarato Tareq Nunu, il portavoce del premier di Gaza, Ismail Haniyeh. Una corsa contro il tempo, per un’intesa da stipulare ancora con il governo Olmert. Prima che, magari, arrivi Bibi.



La cronaca da Gerusalemme è stata pubblicata dai quotidiani locali del gruppo Espresso-Repubblica



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