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UNA CROCE ROSSA SOTTO CONTROLLO DI STATO (Il manifesto) 25/10/08

Tratto da il manifesto del 25/10/08

Marina Forti

Sabato 25 Ottobre 2008


Una Croce rossa sotto controllo di stato


L'istituzione umanitaria si fonda sui principi di indipendenza e neutralità. Ma in Italia è un ente pubblico subordinato alle autorità. Le proteste di Ginevra Una bozza di revisione dello statuto della Cri accende la «rivolta» degli operatori e le proteste internazionali


Marina Forti



Una sorta di rivolta è in corso tra gli operatori e i volontari della Croce rossa italiana. Lo si capisce leggendo gli interventi di un forum interno, pubblicato sul sito web della Cri per raccogliere commenti a una bozza di riforma dello statuto.
In gioco è la natura stessa della Cri e la sua indipendenza. Oggi il suo statuto giuridico è quello di un ente pubblico, dunque sotto il controllo dello stato. Ma questo contravviene ai principi di indipendenza e di neutralità, due dei fondamenti del Movimento internazionale della Croce rossa e Mezzaluna rossa (istituzione umanitaria articolata in Società nazionali, raccolte dal 1919 in una Federazione internazionale con sede a Ginevra).
«La Croce rossa di stato è un'invenzione italiana, assolutamente irregolare», scrive «Lupo» il 20 settembre sul forum interno alla Cri (che garantisce l'anonimato). In effetti la Croce rossa italiana è l'unico caso, almeno in Europa, di una società nazionale di croce rossa sotto il controllo dello stato. Su questo punto i dirigenti del Movimento internazionale, a Ginevra, hanno più volte «richiamato» Roma.
Hanno suscitato malumore i ripetuti commissariamenti: la Croce rossa italiana è stata affidata a un Commissario speciale nominato dal governo dal 1980 al '98. Nel 2003 il governo Berlusconi ha nominato un nuovo Commissario speciale, Maurizio Scelli. E' sotto la sua gestione che la Cri è intervenuta in Iraq al seguito dell'esercito italiano, con buona pace della «neutralità»: l'emblema della Croce rossa accanto alle divise militari ha suscitato dure proteste del Movimento internazionale a Ginevra.
Anche il malumore degli operatori e volontari della Croce rossa italiana è esploso allora. E' così che nel 2005, scaduto il mandato del Commissario Scelli, il consiglio dei ministri ha emenato un nuovo statuto e la Cri ha eletto un presidente nazionale, Massimo Barra, tutt'ora in carica. Indipendenza restaurata? No, perché accanto al presidente c'è un direttore generale (funzionario pubblico, di nomina governativa), nella persona di Andrea Desdorides: ha il controllo di fatto dell'ente pubblico. Così ancora nel 2007 i presidenti della Federazione internazionale e del Comitato internazionale della Croce rossa hanno scritto a Romano Prodi, allora presidente del consiglio, chiedendo di garantire l'indipendenza della Croce rossa italiana.
Le pressioni di Ginevra hanno avuto un effetto: lo Statuto della Cri è di nuovo in discussione. L'aspettativa era alta, tra gli operatori italiani e a Ginevra. «Questo processo di revisione va condotto a buon fine, poiché lo statuto attuale della Croce rossa italiana non corrisponde alle esigenze minime del movimento», scriveva lo scorso febbraio Stephen Devey, presidente della commissione congiunta Cicr-Federazione internazionale, al presidente della Cri, Barra (vedi in questa pagina).
La «bozza di riforma» pubblicata infine sul sito della Cri ha deluso le aspetattive, perché resta sottoposta al controllo di dirigenti e revisori pubblici. Tanto più che corre voce di un nuovo commissariamento.
La «rivolta» interna dunque si è riaccesa. Ecco ancora «Lupo»: «il principio di indipendenza, riportato nella prima pagina \, è stato modificato per farlo combaciare a un modello di croce rossa di stato», scrive citando i testi originali della Federazione internazionale. In effetti l'originale dice che «le società nazionali, benché ausiliarie dei servizi umanitari dei rispettivi governi e soggette alle leggi del paese, devono sempre mantenere la loro autonomia» (il corsivo è nostro), ma il testo italiano è edulcorato.
E' sul quel Forum che circola una proposta estrema: lo scisma. Da un lato, leggiamo, c'è l'attuale Cri, un ente pubblico con trecentomila volontari e 5.000 dipendenti (il 90% del contributo statale alla Cri serve a coprire i loro stipendi): «Bisogna cambiargli nome, rimuovere l'emblema della croce rossa, ribattezzarla ad esempio ente di stato per l'aiuto umanitario», sostiene «Lupo». «Potrà così essere fondata in Italia una vera società della croce rossa, indipendente, adatta a rispondere a tutti i 7 principi fondamentali».
E' solo una proposta, il lavoro della commissione della Cri sullo statuto è ancora in corso. Ma si capisce che la legittimità della Croce rossa italiana è in gioco.

Una Croce rossa sotto controllo di stato
L'istituzione umanitaria si fonda sui principi di indipendenza e neutralità. Ma in Italia è un ente pubblico subordinato alle autorità. Le proteste di Ginevra Una bozza di revisione dello statuto della Cri accende la «rivolta» degli operatori e le proteste internazionali
Marina Forti


Una sorta di rivolta è in corso tra gli operatori e i volontari della Croce rossa italiana. Lo si capisce leggendo gli interventi di un forum interno, pubblicato sul sito web della Cri per raccogliere commenti a una bozza di riforma dello statuto.
In gioco è la natura stessa della Cri e la sua indipendenza. Oggi il suo statuto giuridico è quello di un ente pubblico, dunque sotto il controllo dello stato. Ma questo contravviene ai principi di indipendenza e di neutralità, due dei fondamenti del Movimento internazionale della Croce rossa e Mezzaluna rossa (istituzione umanitaria articolata in Società nazionali, raccolte dal 1919 in una Federazione internazionale con sede a Ginevra).
«La Croce rossa di stato è un'invenzione italiana, assolutamente irregolare», scrive «Lupo» il 20 settembre sul forum interno alla Cri (che garantisce l'anonimato). In effetti la Croce rossa italiana è l'unico caso, almeno in Europa, di una società nazionale di croce rossa sotto il controllo dello stato. Su questo punto i dirigenti del Movimento internazionale, a Ginevra, hanno più volte «richiamato» Roma.
Hanno suscitato malumore i ripetuti commissariamenti: la Croce rossa italiana è stata affidata a un Commissario speciale nominato dal governo dal 1980 al '98. Nel 2003 il governo Berlusconi ha nominato un nuovo Commissario speciale, Maurizio Scelli. E' sotto la sua gestione che la Cri è intervenuta in Iraq al seguito dell'esercito italiano, con buona pace della «neutralità»: l'emblema della Croce rossa accanto alle divise militari ha suscitato dure proteste del Movimento internazionale a Ginevra (vedi qui accanto Emanuele Giordana).
Anche il malumore degli operatori e volontari della Croce rossa italiana è esploso allora. E' così che nel 2005, scaduto il mandato del Commissario Scelli, il consiglio dei ministri ha emenato un nuovo statuto e la Cri ha eletto un presidente nazionale, Massimo Barra, tutt'ora in carica. Indipendenza restaurata? No, perché accanto al presidente c'è un direttore generale (funzionario pubblico, di nomina governativa), nella persona di Andrea Desdorides: ha il controllo di fatto dell'ente pubblico. Così ancora nel 2007 i presidenti della Federazione internazionale e del Comitato internazionale della Croce rossa hanno scritto a Romano Prodi, allora presidente del consiglio, chiedendo di garantire l'indipendenza della Croce rossa italiana.
Le pressioni di Ginevra hanno avuto un effetto: lo Statuto della Cri è di nuovo in discussione. L'aspettativa era alta, tra gli operatori italiani e a Ginevra. «Questo processo di revisione va condotto a buon fine, poiché lo statuto attuale della Croce rossa italiana non corrisponde alle esigenze minime del movimento», scriveva lo scorso febbraio Stephen Devey, presidente della commissione congiunta Cicr-Federazione internazionale, al presidente della Cri, Barra. La «bozza di riforma» pubblicata infine sul sito della Cri ha deluso le aspetattive, perché resta sottoposta al controllo di dirigenti e revisori pubblici. Tanto più che corre voce di un nuovo commissariamento.
La «rivolta» interna dunque si è riaccesa. Ecco ancora «Lupo»: «il principio di indipendenza, riportato nella prima pagina \, è stato modificato per farlo combaciare a un modello di croce rossa di stato», scrive citando i testi originali della Federazione internazionale. In effetti l'originale dice che «le società nazionali, benché ausiliarie dei servizi umanitari dei rispettivi governi e soggette alle leggi del paese, devono sempre mantenere la loro autonomia» (il corsivo è nostro), ma il testo italiano è edulcorato.
E' sul quel Forum che circola una proposta estrema: lo scisma. Da un lato, leggiamo, c'è l'attuale Cri, un ente pubblico con trecentomila volontari e 5.000 dipendenti (il 90% del contributo statale alla Cri serve a coprire i loro stipendi): «Bisogna cambiargli nome, rimuovere l'emblema della croce rossa, ribattezzarla ad esempio ente di stato per l'aiuto umanitario», sostiene «Lupo». «Potrà così essere fondata in Italia una vera società della croce rossa, indipendente, adatta a rispondere a tutti i 7 principi fondamentali».
E' solo una proposta, il lavoro della commissione della Cri sullo statuto è ancora in corso. Ma si capisce che la legittimità della Croce rossa italiana è in gioco.



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