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LA MORTE ANNUNCIATA DELL'UNIVERSITA' 23/10/08

I nefasti effetti di un decreto che smantella l'istruzione pubblica in Italia

Paolo Affatato

Giovedi' 23 Ottobre 2008

Che la pubblica istruzione in Italia attraversi una crisi sistemica è fatto noto, condiviso da studiosi ed esperti di ogni estrazione. Le classifiche degli osservatori internazionali che ci vedono agli ultimi posti, la fuga dei cervelli e dei migliori ricercatori, il corpo docente demotivato, malpagato e non aggiornato; e ancora la dispersione scolastica, il parcheggio dei giovani negli studi universitari, lo scarso aggiornamento didattico, la poca congruenza con il mondo del lavoro, le difficoltà delle classi multiculturali: le tante questioni aperte generano il bisogno di una risposta globale, di ampio respiro, che affronti la crisi alla radice, che sviluppi un progetto di riforma di lungo periodo. L’esatto contrario di provvedimenti sommari e affrettati, con il solo scopo del taglio di spesa.
In tale cornice il governo Berlusconi sembra aver decretato con sconcertante leggerezza la “morte annunciata” dell’Università italiana. Di fronte a problemi che vengono da lontano e avrebbero bisogno di un’analisi seria e approfondita, per congegnare soluzioni adeguate, il disegno di legge n. 112 del 25 giugno 2008, da poco convertito in legge, infligge un colpo mortale all’università pubblica.
Il portafoglio a disposizione degli atenei italiani si ridurrà di 36 miliardi di euro in tre anni. Cosa significa è presto detto e a spiegarlo sono gli stessi rettori, presidi di facoltà e docenti universitari, che tracciano un panorama a tinte fosche.
In un ateneo, ad esempio, per assumere due persone devono esserne uscite dieci. Non si imbarca nemmeno un ricercatore per un ordinario che va in pensione. Prima conseguenza: si penalizza ulteriormente una generazione di ricercatori (anche molto validi) che saranno costretti a espatriare. Seconda conseguenza: i due posti disponibili (una volta congedati i dieci professori), saranno per forza di cose appannaggio di associati o ricercatori interni, con buona pace di giovani esterni pur meritevoli (prevalgono stringenti logiche di campanile).
Ma, oltre a questo già assurdo scenario, c’è di più. La legge prevede la progressiva riduzione del Fondo di finanziamento ordinario alle università: dell’1% nel 2009 fino al 7% nel 2013. Completato da una bella sforbiciata dei contributi che vengono con le tasse universitarie. Secondo gli esperti, è ragionevole prevedere che, nei prossimi cinque anni, il sistema universitario nazionale perderà il 40% delle risorse oggi disponibili. Un autentico strangolamento che porterà gli atenei al collasso.
Quale è allora il rimedio proposto dal legislatore, che sembra consapevole di tali nefasti effetti? Che le università si trasformino in Fondazioni. Ovvero: lo stato non ha più i soldi per mantenervi; fateveli dare dai privati e dalla società civile.
Ma non funzionerebbe, per svariati motivi, osserva Sandro Rogari, Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze. Notando prima di tutto che un cambiamento di tale portata (l’università dal sostegno pubblico al privato) non può essere liquidato in un comma di un decreto finanziario. E che, prima di un eventuale passaggio, il sistema andrebbe risanato con risorse pubbliche, lasciando ai privati un “paziente in buona salute”.
Inoltre nella cultura diffusa e nella società civile italiana non c’è, allo stato dei fatti, la mentalità che l’intero sistema-università debba reggersi sulle spalle dei privati. "Banche e imprese potranno finanziare specifici progetti di ricerca, soprattutto se avranno un tornaconto, ma non hanno alcun interesse a cofinanziare i costi del sistema. Non sarebbe nemmeno possibile per loro statuto", nota Rogari. Nè si può trasferire d’emblée nel Bel paese il modello americano, dove la tradizione e la mentalità sono del tutto diverse, solo inserendo nel decreto che i contributi saranno detassati. Neanche fosse l’istruzione pubblica “un’opera di carità”, visto che il meccanismo funziona con le donazioni alle onlus e alle Ong.
Infine: formazione e ricerca devono necessariamente essere “generaliste”, spaziare fin dove spingono volere e creatività, in un modello di università per ciò stesso generalista, che abbracci la ricerca scientifica, biomedica, tecnologica come quella delle scienze sociali. Questo “interesse generale” per definizione può essere recepito e sostenuto solo dallo stato, non da un singolo, banca o azienda che risponde a interessi particolari o di settore, se non semplicemente a quelli dei detentori del capitale sociale.
Perchè dietro ogni funzione o competenza tecnica c’è la persona. E per educare le persone occorre un cammino di vita fatto di attività ed esperienze relazionali e conoscitive, un itinerario che sia nel contempo psicologico, etico, civile, scientifico, artistico, spirituale. Bisogna credere nella scuola e nell’università, perchè contribuiscano a garantire questo percorso, non smantellarle. Occorre guardare alle nuove generazioni come un dono prezioso, non come fossero strumenti del mercato o “bamboccioni”. E questo significa investire, non tagliare i fondi.



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