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ZAMBONI'S LIST 24/9/08

La storia del console italiano a Salonicco nel 1943, protagonista del salvataggio di centinaia di ebrei, proposta in scena a Tel Aviv

Paola Caridi

Mercoledi' 24 Settembre 2008

Guelfo Zamboni la sua lista l'aveva stilata. Fatta di ebrei italiani in piena regola dal punto di vista burocratico e di uomini, di religione ebraica, a cui il nostro console italiano a Salonicco aveva cominciato a rilasciare un certificato di cittadinanza "provvisoria". Un escamotage per salvarli dalla deportazione. E' la primavera del 1943, i tedeschi hanno occupato parte della Grecia, Salonicco compresa, e dalla cosiddetta "Gerusalemme dei Balcani" stanno facendo partire treni carichi di ebrei deportati. Destinazione finale: la Polonia, Auschwitz.

Zamboni è un console del regime fascista, un funzionario dello Stato, un suddito del Regno d'Italia. Soprattutto, è un uomo con una coscienza che non ha gettato all'ammasso assieme all'umanità, alla pietà, alla dignità. Funzionario dello Stato, sì, diplomatico, sì, ma di fronte all'ingiustizia e alla barbarie, si può fare qualcosa. Anche tra le maglie del regime fascista. Guelfo Zamboni, ma assieme a lui il console che gli succedette, Giuseppe Castruccio, i diplomatici del consolato a Salonicco (addetto militare in testa), l'ambasciatore ad Atene Pellegrino Ghigi, si insinuarono nelle maglie della burocrazia, forzarono i termini, piegarono la forma alla necessità di salvare le vittime. E riuscirono a portare ad Atene, e poi di lì in Italia, quasi trecento persone della comunità ebraica di Salonicco, che all'epoca ne contava più di 55mila, di cui solo una piccola parte italiani, e che sarebbe stata decimata, quasi annullata dalla deportazione nazista.

Piccolo numero, quello dei 281 arrivati ad Atene col train de vie di Zamboni e Castruccio, rispetto all'immane tragedia della comunità ebraica di Salonicco. Pur sempre, però, la dimostrazione che "si può fare". Come disse Zamboni, scomparso nel 1994, in una vecchia intervista: "lei, al posto mio, cosa avrebbe fatto?"

Il volto furbetto di Zamboni, che descrive i suoi gesti di uomo saldo, è stato ieri sera la migliore introduzione al lavoro teatrale messo in scena all'Auditorium dell'università di Tel Aviv, con un convincente Massimo Wertmuller nella parte del console italiano a Salonicco, nel suo grigio aplomb di burocrate che piega la legge all'uomo. Con una passione raccontata da un testimone oculare, Dario Sevi, sopravvissuto ad Auschwitz, classe 1927, che viveva proprio di fronte al consolato italiano a Salonicco, riproposto nel lavoro teatrale (che sarà riproposto alla Biennale di Venezia, sezione teatro) con una semplice scrivania, una lampada, e quei fogli e quella penna che furono lo strumento del coraggio di Zamboni.

La pièce, in cui Evelina Meghnagi ha commosso l'audience con canti in ladino, prendeva spunto da un lavoro condotto sulla figura di Guelfo Zamboni, da cui è stato tratto un volume pubblicato dall'ambasciata italiana ad Atene. A curarlo, la docente di storia greca all'università di Padova, Alessandra Coppola, il giornalista greco Jannis Chrisafis, e il nostro Antonio Ferrari del Corriere della Sera, da anni ad Atene.

Il libro mette insieme i documenti, i telegrammi, i telespressi, le comunicazioni tra consolato, ambasciata, ministero degli esteri. Scritti in un burocratese elegante ma fermo, tracciano un modo di far diplomazia che è a tutti gli effetti un modo di far politica. Di assumersi la responsabilità individuale e morale, dovere dei diplomatici (italiani e non) di quei tempi oscuri. Così come dei nostri tempi. Zamboni, insomma, non è solo un modello per i Giusti che salvarono gli ebrei dalla Shoah. E' un modello di come dovrebbe comportarsi un diplomatico, in ogni tempo e in ogni dove, di fronte a vittime di qualsiasi colore.

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