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I raid con "droni", aerei senza pilota, sono in aumento nelle aree tribali pachistane e, per gli americani, benché non ufficialmente, ottengono buoni risultati nel colpire Al Qaeda. Ma la rabbia aumenta nel Paese dei puri. E anche a Washington si registra qualche malumore, persino negli alti comandi militari. Che consigliano un cambio di strategia


Emanuele Giordana

Giovedi' 11 Settembre 2008


Mentre emergono nuove indiscrezioni sull'attacco missilistico che, lunedì nell'area tribale pachistana, avrebbe colpito il quartier generale del capo talebano Jalaluddin Haqqani e in cui sarebbe morto addirittura il nuovo leader di Al Qaeda in Pakistan, il Washington Post ha fatto i conti in tasca alla nuova offensiva missilistica in territorio pachistano. Offensiva che, a parte l'oscuro episodio che settimana scorsa ha visto scendere nella tribal belt anche soldati americani in carne ed ossa, si serve soprattutto di Predator, gli aerei senza pilota che, solo nell'ultimo mese, hanno lanciato i loro missili Hellfire contro quattro obiettivi: da gennaio la politica del "drone" avrebbe portato a casa la morte di almeno due esponenti di spicco di Al Qaeda ma a prezzo di un'escalation delle violazioni della sovranità nazionale pachistana. Quest'anno, secondo fonti pachistane citate dal quotidiano, i raid sono stati 11, rispetto ai 3 del 2007. Elementi che, persino nelle dichiarazioni di importanti esponenti dell'establishment militare (ieri al Congresso l'ammiraglio Michael Mullen) o negli avvertimenti di alcuni think tank (come il National Intelligence Council) pesano sulle relazioni con un alleato sotto fortissima pressione – il Pakistan – nel quale monta una forte reazione nazionalista e antiamericana che finisce probabilmente per alimentare la strategia degli islamisti radicali.
La notizia della morte di Abu Haris (e di altri tre "stranieri" qaedisti: i sauditi Abdullah e Abu Hamza e l'egiziano Zain Ul Abu Qasim) è un piccolo giallo. L'annuncio non è stato dato in pompa magna dalla Casa Bianca o dal Pentagono, come ci si aspetterebbe se Abu Haris fosse veramente, come riportava ieri la Cnn, il "capo di Al Qaeda" in Pakistan. Si potrà obiettare che, trattandosi di un'operazione "coperta" e in violazione, se non dei rapporti ufficiosi con Islamabad, della sovranità ufficiale di un paese, non convenga sbandierare i risultati pubblicamente. Ma è singolare che la rivendicazione di un'azione con così buoni risultati (pur con la tara che le vittime del raid di lunedì sarebbero almeno 25 e non tutte islamiste...) venga affidata a un'emittente televisiva attraverso le dichiarazioni di un anonimo agente della sicurezza, citato appunto dalla Cnn.
Molte cose non tornano nell'ingarbugliata vicenda della guerra nelle aree tribali. C'è un problema interno di gestione pachistana (proprio ieri tra l'altro il premier Gilani ha accettato le dimissioni dei ministri della Lega musulmana Pml-N, che a maggio avevano lasciato il governo), un problema di rapporti tra Islamabad e le aree tribali (tradizionalmente neglette dal governo centrale e al momento con un alto tasso di sfollati che scappano dalla guerra nella tribal belt) e tra Islamabad e Washington. Infine forse anche un problema di "visione strategica" nella stessa Washington.
Secondo l'ammiraglio Michael Mullen, che ieri ha parlato al Congresso Usa, gli Stati Uniti sono in una sorta di corsa contro il tempo che, per vincere la guerra in Afghanistan (e in Pakistan), non potrà basarsi solo sulla soluzione "più truppe". Il fatto è che Mister Adm. Mullen è il capo del Joint Chiefs of Staff, vale a dire un soldato con il numero uno sul cappello. La sua messa in guardia al Congresso arriva appena dopo l'annuncio che Bush ridurrà la truppa in Iraq anche per portare altri 4.500 uomini in Afghanistan. Ma sia Mullen che, per certi versi persino il segretario alla Difesa Robert Gates, non sembrano troppo convinti che questa sia la soluzione. Mullen ha aggiunto che la guerra si potrà vincere ma solo a patto che vi sia un maggior impegno nella ricostruzione del paese e in una nuova iniziativa per quel che riguarda la regioni tribale del Pakistan. In un certo senso, ed è bizzarro che sia stato un generale a farlo, Mullen ha fatto capire che la politica con la P maiuscola dovrebbe avere un primato sulla politica dei numeri militari tout court. "E' necessario – ha concluso – lavoro di squadra e cooperazione".
L'uscita di Mullen fa sospettare uno scontro sotto traccia che è in realtà stato oscurato dalla corsa elettorale e da un vuoto propositivo piuttosto rilevante dei due candidati sul futuro della politica estera in Afghanistan. Quanto a Bush, è rimasto fedele ai suoi principi, che sono poi gli stessi di Dick Cheney o della vecchia scuola di Donald Rumsfeld: soldati, soldati, soldati. E forse droni, droni, droni.
Ma proprio la politica dei raid oltre confine lascia perplesse in America molte teste d'uovo che si occupano di sicurezza e strategia militare. Il mese scorso il National Intelligence Council aveva messo in guardia l'Amministrazione sul fatto che utilizzare i raid in Pakistan avrebbe potuto portare a lungo termine a sempre maggiori rischi di destabilizzazione nel Paese dei puri. Con qualche ragione.



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