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Drammatica la situazione nell'isola di Mindanao, dove i raid del Moro islamic liberation front e l'offesiva dell'esercito di Manila hanno già colpito mezzo milione di civili, tra cui più di centomila sfollati

Junko Terao

Giovedi' 11 Settembre 2008
La crisi umanitaria nell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine, è alle porte e le agenzie di soccorso si preparano al peggio. La ripresa del conflitto tra l’esercito di Manila e i separatisti islamici del Moro Islamic Liberation Front – con l’escalation di violenze iniziata un mese fa in seguito alla bocciatura da parte della Corte suprema della bozza di accordo sull’estensione della regione autonoma islamica – si sta ripercuotendo drammaticamente sulla popolazione costretta a lasciare in fretta e furia le proprie abitazioni. Ad oggi si calcola che almeno mezzo milione di abitanti dell’isola siano stati colpiti dalla nuova crisi e che più di centomila siano gli sfollati. “Il peggior conflitto nell’area dal 2003 ad oggi”, secondo il vice direttore delle operazioni della Croce rossa internazionale, Dominik Stillhart, che nei giorni scorsi ha visitato le zone in cui si combatte. Non mancano, ovviamente, le vittime civili, il cui numero sale di giorno in giorno. L’ultimo episodio ammesso da Manila è l’uccisione di una famiglia di sei persone, tra cui quattro bambini tra i due e i dieci anni e una donna incinta, in un bombardamento aereo da parte dell’esercito. Il fatto risale all’8 settembre ed è ora al centro di diverse inchieste – una militare, una governativa e una della commissione per i diritti umani – che dovranno stabilire la dinamica dell’accaduto. Il Generale Cardozo Luna, portavoce dell’esercito, ha ammesso che si è trattato di «un incidente molto spiacevole» provocato però dai separatisti. L’esercito, che assicura che l’attacco era diretto esclusivamente contro i ribelli, accusa gli uomini del Milf di aver portato di proposito con sé dei civili ritirandosi dopo uno scontro a terra con le truppe governative. Ma la questione da investigare è come mai l’esercito sia ricorso al bombardamento, ammesso solo in «casi di estrema necessità», secondo le regole di combattimento stabilite dal governo. Per di più tra civili e militari vigeva l’accordo informale di non usare bombe e artiglieria durante il periodo del Ramadan. Il comandante del distaccamento militare per Mindanao est ha smentito che siano state utilizzate bombe, ma solo «mitragliatrici montate su aerei», assicurando che il fuoco è stato aperto solo in risposta a raffiche sparate dai ribelli contro un velivolo a bassa quota. Come siano andate effettivamente le cose lo stabiliranno, forse, i risultati delle inchieste in corso. Quel che è certo, per ora, è che le vittime civili degli scontri a fuoco, in trent’anni di conflitto a più riprese, sono almeno 120mila e che a queste rischiano di aggiungersene molte di più a causa della condizione di emergenza in si trova cui gran parte della popolazione. Nella parte meridionale dell’isola di Mindanao molte città e villaggi sono irraggiungibili dagli operatori delle agenzie umanitarie a causa del recente dispiegamento aggiuntivo delle truppe governative e dell’intensificarsi dei combattimenti. Dominik Stillhart, secondo cui «le conseguenze umanitarie del conflitto in corso potrebbero durare per anni», spiega che la Cri ha deciso di rafforzare la risposta alla crisi in vista di quello che deve ancora venire. «Un peggioramento della situazione era previsto da quando la presidente Gloria Arroyo, all’inizio di settembre, ha chiuso definitivamente i colloqui di pace con il Milf e ha dato l’ok all’offensiva militare per colpire i separatisti che da circa un mese imperversano nell’isola con attacchi mortali che hanno fatto più di 50 vittime civili», racconta, «ma la sensazione è che bisogna essere pronti ad affrontare una situazione ben più grave di quella attuale». Ai 7 milioni di dollari già stanziati per quest’anno se ne aggiungeranno probabilmente altri 5 per far fronte ai lavori di soccorso dei prossimi mesi. Preoccupati anche gli opearatori del World food program, l’agenzia delle Nazioni unite che lavora nell’isola per fornire cibo e assistenza alla popolazione, per l’inaccessibilità di alcune aree dove si combatte. Le agenzie di soccorso hanno fatto appello alle due parti affinché permettano agli operatori di entrare nei villaggi dove “le vittime civili potrebbero essere molte di più di quanto è stato reso noto”. La crisi è in corso dalla fine degli anni sessanta, ma la situazione è precipitata quando lo scorso 4 agosto la Corte suprema di Manila ha rifiutato la bozza di accordo stilata, dopo undici anni di difficili trattative alternate a episodi di violenza, dal governo di Gloria Arroyo e il Milf, che nel panorama frastagliato dei gruppi separatisti della minoranza musulmana filippina è il più importante. La questione sul tavolo delle trattative era l’allargamento della regione autonoma musulmana, creata nel 1992 nel sud dell’arcipelago. Non solo. In ballo c’erano anche una maggior autonomia dell’entità amministrativa locale- dato che, di fatto, il suo potere è piuttosto limitato – e perfino l’ipotesi di introdurre la sharia. Due, quindi, i principali nodi da risolvere: è vero che nella regione autonoma la popolazione musulmana – il 6% di quella totale del paese - rappresenta la maggiornaza, ma lì abitano anche cristiani e lumad, gruppo tribale. Che ne sarebbe di loro in caso di introduzione della sharia? Inoltre, la messa in atto del memorandum prevederebbe una modifica della costituzione, e su questo la Corte suprema ha detto no bloccando l’accordo. Di lì a pochi giorni il Milf ha ripreso l’offensiva e il governo ha risposto pesantemente mandando l’esercito. Una vecchia storia che negli anni ha acuito il risentimento della popolazione di Mindanao nei confronti di Manila, contribuendo alla radicalizzazione delle posizioni della minoranza musulmana. Minoranza che, oltre al gruppo del Milf, è divisa in vari sottogruppi, tra cui alcune frange fuori controllo. Primo fra tutti Abu Sayyaf, il più piccolo e più radicale di tutti, nato nel ’91 da una costola del Moro national liberation front, il gruppo che nel ’96 ha siglato l’accordo col governo che ha portato alla creazione della regione autonoma. Abu Sayyaf vanta un posto nella lista dei gruppi terroristici del dipartimento di stato americano ed è nel mirino della lotta al terrorismo ingaggiata da Manila col supporto dell’alleato statunitense dopo l’11 settembre. Dal 2002, infatti, la presenza dei soldati americani a Mindanao è suggellata dall’operazione Balikatan (letteralmente “fianco a fianco”), che permette la presenza di un contingente a stelle e strisce nella regione ufficialmente “per dare supporto alle truppe filippine”. Anche negli scontri degli ultimi giorni, però, le illazioni sulla partecipazione di aerei e soldati americani all’offensiva anti-islamica e quelle sulla costruzione di basi Usa permanenti si sono fatte insistenti. Tanto da costringere il ministro della Difesa, Gilberto Teodoro Jr., a smentirle pubblicamente. «I soldati statunitensi sono qui per prendere parte alle esercitazioni annuali», ha fatto sapere, «e le strutture da loro usate sono facilmente smantellabili». Ma testimoni oculari giurano di aver visto marines in assetto da guerra “fianco a fianco” ai soldati filippini nelle foreste delle Sulu, arcipelago roccaforte di Abu Sayyaf.

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