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La matematica parlamentare dice che il prossimo presidente pachistano sarà Asif Ali Zardari (nell'immagine), leader del Partito del popolo pachistano e vedovo dell'ex premier Benazir Bhutto, uccisa in un attentato a Rawalpindi il 27 dicembre scorso. Il quadro in cui dovrà muoversi è a tinte fosche: l'economia vede un periodo buio e già c'è chi rimpiange Musharraf; nelle aree tribali la guerra coi pak-taleban, gli estremisti talebani della marca pashtun pachistana, ha visto saltare tregua e negoziato; infine, ma non certo l'ultimo dei problemi, i rapporti con gli Usa

Emanuele Giordana

Sabato 6 Settembre 2008

Le elezioni presidenziali del Pakistan che si tengono oggi non riserveranno sorprese. Poiché non si tratta di un'elezione diretta ma di un voto parlamentare (cui si aggiunge quello nelle assemblee proviciali) la metematica elettorale ha già decretato, sin dalle ultime legislative, il futuro capo di stato. Così dunque Asif Ali Zardari, leader del Partito del popolo pachistano (Ppp) e vedovo dell'ex premier Benazir Bhutto, uccisa in un attentato a Rawalpindi il 27 dicembre scorso, ha già la presidenza in tasca anche se l'umore che si registra nel paese non è certo quello che può fargli pensare che conquistare la potrona più importante del Pakistan equivalga ad ottenere nel medesimo tempo altrettanto consenso popolare.
Da diverso tempo i sondaggi danno infatti in irrestitibile ascesa il leader della Lega musulmana, quel Nawaz Sharif che non a caso non è tra i candidati alla presidenza. Ben conscio che l'aritmetica delle legislative lo aveva già fatto fuori, Nawaz Sharif, ex premier rovesciato da Pervez Musharraf (l'ormai ex presidente minacciato di impeachment le cui dimissioni recenti hanno riaperto la corsa alla presidenza), ha giocato una candidatura di bandiera. Quale sia la sua strategia non è chiaro ma è evidente che l'uomo è ben conscio che tutte le attuali difficoltà del Pakistan, a cominciare dall'economia per finire con la guerra nelle aree tribali e con i sempre più tesi rapporti con Washington, sono altrettanti nodi che finiranno nel pettine di Zardari, un uomo con cui Nawaz Sharif si è alleato contro Musharraf ma che ha poi lasciato solo, abbandonando la coalizione di governo nelle acque difficili di una transizione ogni giorno più complessa. Inoltre Zardari rischia di inciampare sulla magistratura: il suo partito ha fatto ufficialmente sapere che non tornerà al suo incarico Iftikhar Muhammad Chaudhry, il capo della corte suprema rimosso da Musharraf l'anno scorso con altri giudici. I suoi colleghi potranno essere reintegrati ma Chaudhry "sarà destinato ad altro incarico". Una mossa che al popolino, agli intellettuali, alla società civile pachistana insomma (che ha dimostrato di esistere e saper contare) non piace affatto anche perché tutti sanno che proprio Chaudhry l'integerrimo avrebbe potuto riprendere in mano qualche file messo da parte proprio da Musharraf e che riguarda i tarscorsi poco onorevoli della famiglia Bhutto, Zardari in prima linea. Un uomo che, prima che alla politica, aveva consacrato la sua vita agli affari. A qualunque costo.
Inoltre Islamabad ha un governo debole, a guida Ppp, e avrà così anche un presidente debole marcato Ppp. Zardari non è mai stato amato e usufruisce solo di riflesso della popolarità che godeva la famiglia Bhutto tra i pachistani. Non solo per Benazir, morta da martire, ma anche per via del padre di lei, Zulfikar, un progressista modernista di ispirazione laica e socialista che ha pagato la fede nei suoi principi con l'impiccagione. Zardari è di tutt'altra pasta.
Il quadro in cui dovrà muoversi è a tinte fosche. L'economia vede un periodo buio e già c'è chi rimpiange Musharraf; nelle aree tribali la guerra coi pak-taleban, gli estremisti talebani della marca pashtun pachistana, ha visto saltare tregua e negoziato; infine, ma non certo l'ultimo dei problemi, i rapporti con gli Usa, amato-odiato alleato che sborsa molti soldi ma la cui strategia nelle aree tribali mette sempre più in difficoltà Islamabad.
Tanto per cominciare ieri mattina un drone americano ha ucciso diversi civili. Civili e non militanti islamici sarebbero infatti le sette vittime dell'attacco registrato nelle aree tribali ai confini con l'Afghanistan. E sarebbero solo bambini e donne. Ma ciò che è peggio è che l'ennesima violazione dello spazio aereo nazionale arriva dopo il controverso attacco di un paio di giorni fa con una ventina di vittime e, soprattutto, attraverso la prima operazione americana fatta in territorio pachistano con truppe di terra scese da elicotteri della coalizione a guida Usa attiva nel vicino Afghanistan. Dopo le reazioni del governatore della provincia occidentale e del governo (che ha fatto convocare l'ambasciatore Usa) ieri anche l'esercito pachistano ha condannato gli attacchi oltre confine nelle aree tribali e ha riaffermato il diritto a reagire in modo opportuno. Quanto agli Stati Uniti "rispettano la sovranità del Pakistan" e sempre hanno espresso il proprio dolore ogni volta che "hanno perso la vita civili innocenti". Lo ha detto la portavoce della Casa Bianca Dana Perino, che non ha però commentato in alcun modo la notizia del raid americano.
«Noi rispettiamo la loro sovranità - ha sottolineato la Perino - e sosteniamo il loro nuovo governo civile» ma poi la portavoce ha aggiunto di "non avere alcun commento sulle notizie dal Pakistan". Un atteggiamento che indispettisce il governo ma soprattutto i pachistani e apre la strada alla propaganda anti americana degli islamisti radicali e, ormai, alle reazioni piccate anche dei moderati.Del resto gli americani sono preoccupati e tengono il paese sotto strettissimo controllo. Al Qaeda si è tra l'altro appena rifatta viva con un video su Internet, una sorta di documentario, con tanto di ricostruzioni grafiche, con cui i fedeli di Osama hanno rivendicato l'attentato all'ambasciata danese di Islamabad dello scorso 2 giugno, che provocò otto morti e numerosi feriti. Nel filmato (che si può vedere sul sito web dell'Ansa), la voce narrante è quella di Mustafa Abu al-Yazid, leader dell'organizzazione terroristica dato per morto lo scorso mese. Intitolato 'The Word is the Word of the Swords' (La Parola è la Parola della Spada), il girato si apre con il testamento dell'attentatore, Abu Gharib al-Makki. Seguono fotogrammi che ritraggono mani intente a confezionare esplosivo, lo stesso con cui sarà imbottita l'auto-bomba, una Toyota, con cui il kamikaze si è scagliato contro l'ambasciata.


Questo articolo è uscito anche su il riformista

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