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Attentato terrorista contro la vettura del premier di Islamabad (che però non c'era) mentre nelle aree tribali per la prima volta gli americani compiono un raid usando truppe di terra. Diversi morti tra i civili. Dura reazione pachistana (nella foto, tribali pashtun)

Emanuele Giordana

Giovedi' 4 Settembre 2008

Il premier pachistano Yousuf Gilani è sfuggito ieri a un attentato rivendicato in serata dai talebani-pachistani, attivi nelle aree tribali e in particolare nella valle dello Swat dove, sempre ieri, sono continuati i combattimenti tra l'esercito di Islamabad e la guerriglia con un bilancio di diverse decine di morti. Ma non è l'unico episodio che ha fatto salire ieri la tensione nelle aree al confine con l'Afghanistan: per la prima volta soldati americani avrebbero condotto un operativo di terreno, sbarcando da elicotteri provenienti da oltre confine e colpendo nel Waziristan, uccidendo diverse persone. L'atmosfera politica, già estremamente tesa, si è subito riscaldata e il governatore della Provincia della frontiera (Nwfp), Owais Ahmed Ghani, nominato dal governo centrale, non ha usato mezze misure: “È un'aggressione diretta contro la sovranità del Pakistan – ha dichiarato in un durissimo comunicato - e il popolo ha il diritto di aspettarsi che le forze armate pachistane difendano la sovranità del loro Paese e prendano misure appropriate per rispondere a tali attacchi”. Sia gli americani che la Nato-Isaf hanno detto di non essere a conoscenza del fatto.
La notizia del raid, che segnerebbe un salto di qualità nella tattica americana di tallonamento dei qaedisti rifugiati in Pakistan che sino ad ora – e sempre in mezzo alle polemiche- si era limitata a raid aerei condotti con velivoli senza pilota, si è così accompagnata a quella dell'attentato fallito contro il premier della fragile coalizione di governo, parafulmine politico della guerra nello Swat e nel Waziristan, le due aree più turbolente della tribal belt, le sette agenzie pashtun dove è in corso un vero e proprio conflitto tra centro e periferia e in cui i raid americani aggiungono benzina sul fuoco.
Un portavoce delle milizie talebane attive nella valle di Swat ha rivendicato l'attacco, alle porte della capitale, al convoglio in cui doveva viaggiare Gilani, sfuggito per miracolo all'attentato semplicemente perché il premier non era a bordo della limousine blindata, colpita da colpi d'arma da fuoco. “Lo abbiamo fatto per vendicarci dell'operazione militare tuttora in corso nella valle di Swat e nella regione tribale”, ha dichiarato il portavoce guerrigliero Muslim Khan in una telefonata all'agenzia tedesca Dpa: “Qualsiasi politica di coloro che attualmente guidano il Pakistan è contraria all'Islam e al Paese. Queste persone vogliono compiacere gli americani con lo spargimento di sangue dei nostri figli. Vogliamo che sappiano – ha concluso il portavoce - che se i nostri figli non sono al sicuro nelle loro case, allora anch'essi non potranno sentirsi mai al sicuro”.
Se l'attentato non può essere messo in relazione diretta con la vicenda del raid, certo è che l'operativo di ieri non fa che spingere l'escalation della tensione. Nell'attacco, condotto all'alba, sarebbero morte, a seconda delle fonti, tra undici e venti persone, fra cui diversi civili. Sulle circostanze e il luogo dell'attacco ci sono versioni diverse: per l'agenzia Reuters il raid ha avuto come obiettivo il villaggio di Angor Adda, sul confine. Testimoni hanno raccontato che è stato compiuto con elicotteri da combattimento americani mentre altri hanno parlato anche di truppe di terra. “I soldati sono arrivati con gli elicotteri e hanno compiuto l'azione in tre case, verso le tre di notte”, ha detto Gul Nawaz, un commerciante del villaggio, citato da Reuters. Secondo Mowaz Khan, un responsabile dell'amministrazione del Sud Waziristan citato invece dalla France Presse, l'attacco sarebbe avvenuto nel villaggio di Jalal Khel (a 60 chilometri da Angor Adda) con quattro elicotteri d'assalto “della Nato” giunti dall'Afghanistan che avrebbero anche sbarcato truppe.
La notizia arriva nel giorno in cui il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer si dice “molto preoccupato” per il numero delle vittime civili in Afghanistan e ritiene necessario aumentare il “coordinamento” tra le forze internazionali impegnate sul terreno. Ma anche questa ennesima vicenda e lo stato di confusione su chi ha fatto cosa e dove, denuncia inesorabilmente come il “coordinamento” appaia solo una tardiva foglia di fico che al momento impedisce di chiarire solo le responsabilità dirette.
Intanto, dopo che persino il presidente Bush ha sentito il dovere si scusarsi con Karzai per le ultime stragi di civili, il governo di Kabul ha accettato di partecipare ad un'inchiesta congiunta con l'Onu e i vertici militari della coalizione a guida americana, proposta dagli Usa, per chiarire cosa avvenne nel bombardamento avvenuto tra il 21 e il 22 agosto nel distretto di Shindand (Herat). Kabul accusa i militari di aver provocato una strage, mentre i militari sostengono che le vittime civili sono la minima parte nell'operazione in cui avrebbero ucciso una trentina di talebani. Una prima inchiesta della missione Onu (Unama) ha accertato almeno 90 vittime civili di cui 60 bambini e 30 adulti, la metà donne, oltre a una quindicina di feriti

Questo articolo è stato pubblicato anche su il manifesto
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