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L'ULTIMO DEI GEORGIANI 29/08/08

Con quel cognome palesemente georgiano, Nikolai Dimitrevich Mindiashvili giura di non aver paura, a restare in una terra che ha fatto la guerra coi “suoi” (foto: Tskhinvali, D. Monteleone/Contrasto)
dall'inviata in Ossezia del Sud

Lucia Sgueglia

Venerdi' 29 Agosto 2008
Tskhinvali – Oggi Nikolai Dimitrevich Mindiashvili è un po’ nervoso. Il dottore gli ha dato qualche pillola, ma “problemi di nervi” li ha dal 1992, fine della prima guerra tra Sud Ossezia e Tbilisi. Con quel cognome palesemente georgiano, davanti alla sua dacha nei vicoli tranquilli dal profumo di campagna di Tskhinvali, dove sta con la moglie e il figlio, giura però di non aver paura, a restare in una terra che ha fatto la guerra coi “suoi”. “Qui sono nato e qui ho sempre vissuto, non me ne vado. In città non sono il solo. Con gli osseti non ci sono mai stati problemi, sono i nostri vicini”. A portarci da lui è stata proprio la vicina osseta, Galina Pistaeva. Il 7 agosto quando i tank georgiani sono entrati in città, insieme si sono rifugiati in cantina. Terrorizzati, senza capire cosa succedeva, per giorni. Che pensa di Saakashvili? “Non abbiamo bisogno del suo pane né di quello della Russia. Stavamo tanto bene tra noi…”. Per Galina il presidente georgiano “è un matto”: lei ha una nonna georgiana, sangue misto come tanti qui e in Georgia, matrimoni incrociati, oltre al russo lingua franca tutti parlano sia osseto che georgiano, guardano tv e film multilingue. Nikolai ha parenti sia a Mosca che a Tbilisi. Che succede con l’indipendenza? “Non è un problema per noi, basta che non ricomincino a sparare”.
I Mindiashvili sono fortunati. Col conflitto, i villaggi tra campagne e montagne dove abitavano soprattutto georgiani sono stati dati alle fiamme. Per star sicuri che nessuno torni. Le case però erano vuote, i padroni fuggiti da un pezzo dice Nikolai, “ai primi colpi han capito che era meglio darsela a gambe”. “Quello è stato dopo, - vuol precisare Galina - dopo che i georgiani hanno devastato i nostri villaggi a sud”.
Come Hetogurovo, a uno sputo dalla “frontiera” da cui sono entrate le truppe di Tbilisi facendo subito fuori 12 peacekeepers russi che vivevano nella vicina base. Il municipio è trivellato, oggi vi sventola una bandiera russa con quella osseta, all’appello mancano 6 civili fatti prigionieri quella notte: non se ne sa nulla. “Ora è il problema più grosso – spiega David Pierre Parquet nell’ufficio della Croce Rossa a Tskhinvali. Unica organizzazione umanitaria internazionale ad aver ottenuto il permesso di operare qui, si occupa di proteggere i civili più bisognosi. “I prigionieri di guerra sono già stati tutti scambiati. Restano 89 civili georgiani arrestati dalle milizie sudossete, altri si sono consegnati spontaneamente per paura di ritorsioni, altri ancora erano qui a lavorare da stagionali e son rimasti bloccati”. Li tengono al sicuro in luoghi diversi, non può dire dove, “ma presto dovranno essere evacuati”. La verità però non è bianca o nera dice Parquet: molti sono stati protetti e aiutati, ancora, dai loro vicini. Donne e bambini già mandati in Georgia, ogni giorno ci sono scambi di prigionieri civili sulla frontiera, 5 contro 5.
Già, la frontiera: dov’è? In una guerra fatta di incertezze, il concetto più labile è proprio il confine, mentre la comunità internazionale si lambicca per decidere cosa fare del non-stato sudosseto, che nessuno vuol riconoscere. Certo è che in questi giorni nessuno attraversa quella linea invisibile. Scendiamo da Hetogurovo verso sud, dopo vari posti di blocco della milizia locale incappiamo nei russi, militari: con un paio di blindato stanno a guardia di Zemi Nikot - il nome in georgiano e in caratteri latini (niente russo) su un cartello blu nuovo di pacca – villaggio fantasma affumicato dai piromani. Ci fanno passare. Più oltre un gruppo di case intatte, il villaggio osseto di Mugut, infine ecco il “check point”. Una ventina di giovani osseti, pure loro con un blindato, truppe speciali al comando di Mosca dicono: “Oltre non si va, di là è Georgia”. Una vecchia si affaccia dall’uscio di casa a cavallo della linea: parla solo georgiano, un milite la saluta nella sua lingua. Dopo molte chiacchiere e sorrisi il miracolo: possiamo fare qualche passo in là, a vedere cosa c’è. A piedi. Non hanno neppure visto i documenti.
Un gruppo di uomini corre dietro a un maiale, lo spingono dentro una porta e quello riesce dalla finestra. Nel giardino della sua casa distrutta, un uomo nella calura del primo pomeriggio dorme nel suo letto. Si chiama Georgi, il cognome non lo dice perché ha paura. È un insegnante di storia, la famiglia è scappata a Tbilisi, nel villaggio che si chiama Duani fino a ieri c’erano solo uomini. Tra 33 case bruciate e bombardate su 180, compresa la scuola: “sono stati gli osseti, i russi non li temiamo. Ma è stata la Russia a volere questa guerra”. Di qui han visto passare di tutto, divise e armi russe ossete georgiane, su e giù per giorni. Georgi che ha una nonna osseta è nato di là, a Tskhinvali. Dopo la guerra degli anni 90 è scappato di qua, non si sentiva sicuro: “E ora guarda, son venuti di nuovo”. Saakashvili? “La sua non è stata una buona idea. Ma come presidente è meglio di Shevardnadze, che non ci dava nulla”. Per lui che ha una nonna osseta, la Georgia è un solo paese. I peacekeepers russi, che Mosca vorrebbe disporre qui in una zona-cuscinetto di “alcuni chilometri”? “Sono occupanti, e quello dietro di voi non è un confine”. Ma dove stanno? “Lassù, - indica - su quella collina. Che ne sarà di noi, in mezzo alla terra di nessuno?”.

L'articolo è oggi anche su La Stampa



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