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OSSEZIA DEL SUD, SCENE E VOCI DI UN RITIRO 26/08/08

Dal tunnel di Roki sono passati l'8 agosto i 150 carriarmati russi diretti a Tskhinvali e oltre, per «difendere i peacekeepers dall'attacco georgiano». Di qui sono tornati indietro, in molti, da due giorni (foto D.Monteleone/Contrasto: il tunnel di Roki)

dall'inviata in Ossezia del Sud

Lucia Sgueglia

Martedi' 26 Agosto 2008
Roki Tunnel (Ossezia del Sud) - Grazie Russia - una grande scritta dipinta a vernice sulla roccia - è la prima immagine che l'occhio cattura appena si vien sputati fuori dal tunnel di Roki. Quattro chilometri in lieve salita, 3mila metri di altezza sui monti aspri del Caucaso, lunghi minuti di semioscurità polvere e respiro difficile per uno stretto valico. Alle spalle l’Ossezia del nord, Russia, davanti a noi valli di un verde mozzafiato e monti dove abitano i “fratelli” ossetini del sud, che furono Georgia e adesso? Di qui sono passati l’8 agosto i 150 carriarmati russi diretti a Tskhinvali e oltre, per “difendere i peacekeepers dall’attacco georgiano”. Di qui li abbiamo visti tornare indietro, in molti, da due giorni: eccolo il ritiro, almeno visto da qui, dopo giorni di altalena, sfilano a decine in colonna, contando tutti i mezzi militari sono circa 200 dice il collega di France Presse che ci si è messo d’impegno, risalgono le curve della montagna con la flemma dei vincitori. Sembra lascino qui ancora i mezzi leggeri e parecchie truppe, mescolate al corpo di pace e ai ‘soldati osseti’, quelli che Tbilisi chiama “milizie” e ritiene illegali. Rimbombano nella valle i cingoli, stazza grossa e d’antan ma robusta, sulle torrette stanno sdraiate e sonencchiose sotto il sole rovente leve giovanissime, volti asiatici o caucasici, c’e’ che viene dalla Siberia e chi dal Daghestan, la nuova Armata russa, la prima volta in guerra, sorridono e salutano, contenti di tornare a casa. “Quale verita’ siete venuti a raccontare?", fa un giovane in attesa. "Tutti i corrispondenti stranieri stavano dall’altra parte, in Georgia, mentre qui si moriva. Le nostre vittime, le nostre rovine, perché nessuno viene a vederle?”. Monta nell’auto con targa rossagiallobianca, i colori bandiera della “repubblica sudosseta” in questi giorni ostentati ovunque, fin sulle borsette delle donne: “questa è già Russia”, ci dice. Scendendo decine di tank aspettano in fila di passare; tra i soldati c’è chi fa il bucato tra le radure, chi sosta svestito sotto gli alberi. Di qui sono passati i primi giornalisti entrati a Tskhinvali, russi, embedded con le truppe, a raccontare la versione russa del conflitto bombardando di immagini i telespettatori della Federazione; tra loro i primi due reporter caduti sul campo.
Qui tutti la chiamano “aggressione georgiana” come Putin e Medvedev. “Reazione eccessiva? Se non fosse stato per i russi oggi l’Ossezia del Sud non esisterebbe più, ci hanno messo fin troppo ad arrivare” e’ convinto Tamas, tassista nordosseto che fa la spola da Vladikavkaz. “Quando abbiamo sentito che i georgiani attaccavano, siamo scesi anche noi armati alla bell’e meglio, in tanti, volevamo dare una mano; ma quando ci si è messa l’artiglieria pesante, i carri e gli aerei di qua e di là siam tornati indietro impauriti”.
Il tunnel è da sempre l’unico legame della regione con la Russia, esile cordone ombelicale tra chi si sente piccolo figlio separato da una grande madrepatria: di qui passavano dagli anni 90 dopo L’Urss aiuti, denari e, denuncia Saakashvili, “armi per i ribelli”. Oggi passano anche decine di enormi camion con gli “aiuti umanitari” inviati da Mosca; il ministero dell’emergenza (protezione civile russa) è sbarcato qui con volontari, pacchi, materiali da costruzione; cibo. “Vicini a Tskhinvali” si leggeva sugli striscioni per le vie di Mosca.
Altre organizzazioni umanitarie non ci sono. Perché impedite dai russi, denunciano Croce Rossa e Medici senza Frontiere; “perché non gli interessiamo”, crede una donna che aspetta di passare rassegnata: il 9 è scappata dai parenti a Vladikavkaz, ora torna a vedere cosa ne è stato della sua casa. Ma i più sembrano fare da sé. Cominciano a tornare i profughi, dal 7 agosto in poi pare siano fuggiti a migliaia verso nord, a cercare protezione dalla ‘madre’ che ha allestito per loro tendopoli. Qualcuno si è fatto tutto il tunnel a piedi, ci dicono. In fuga dai razzi georgiani che salivano da sud. hanno puntato anche l’imbocco del tunnel, fallendo: in caso contrario, non ci sarebbe stata nessuna “operazione di costrizione alla pace” da parte russa.
All’incrocio per Java c’è confusione, altri civili aspettano di tornare a Tskhinvali. “Da tre giorni” piange una donna con un neonato in braccio che “ha solo 10 giorni, e il fratello di due non parla più da quando ha sentito le salve georgiane”. Il villaggio osseto di Java è circondato da borghi georgiani, "là", dice un milite con una divisa senza mostrine né segni di riconoscimento, "ci sono ancora i banditi”. Georgiani, intende. Più avanti ai lati della strada i segni di quella che qualcuno chiama “contropulizia etnica”, risposta, dicono, a ciò che è accaduto a sud a rovescio, georgiani contro osseti: decine di case e interi villaggi bruciati, un paio ardono davanti ai nostri occhi, in lontananza si leva fumo: in caratteri georgiani il cartello col nome del villaggio tradotto sotto in russo (Tamarasheni), come l’insegna di un salone di bellezza. "Bank of Georgia" si legge in inglese su un piccolo edificio nuovissimo ma deserto, surreale nella sua integrità. Succede da giorni, ci dice chi è passato di qui piu volte: “Giusto” ci fa un uomo sui 50; “Tristissimo", dice una donna seduta sotto un pero, in testa il fazzoletto nero, "perché qui vivevamo bene coi georgiani come vicini e amici senza nessun problema, quel pazzo di Saakashvili ci si è messo in mezzo e ora? Non ho nulla contro di loro, nessuno dei civili voleva questa assurda guerra. Ma e' difficile dimenticare quei giorni di terrore. Inutile”. In un giardinetto tra le case spunta ritto un busto di Josip Stalin.

La “capitale” sudosseta Tskhinvali non è che un grosso borgo nato dall’unione di vari villaggi. A lungo città fantasma simbolo della “guerra dei 5 giorni”, inafferrabile e impenetrabile ai giornalisti fino al cessate il fuoco ufficiale, corpo esausto da una guerra delle parole intorno alla sua sorte: rasa al suolo o no? Di certo malmessa. Si ricomincia a vivere anche se manca l’acqua, l’elettricità sta tornando, venerdi per sollevare gli animi c’e stato un concerto-requiem nella piazza principale organizzato da Mosca, che ci ha portato apposta i giornalisti; sabato una partita di calcio, ossetini del sud contro settentrionali. Ma di normale c’è ben poco. Polvere e macerie son padrone, Ossezia is not for sale si legge sopra il portone sbarrato di una dacha: da un lato i colori osseti dall’altro la bandiera russa. Interamente in frantumi e’ la città vecchia, piccola Kabul, nemmeno una casa in piedi: il governo osseto ci porta tutti i giornalisti e domenica e’ sbarcato Thomas Hammarberg Commissario Ue per i diritti umani. Qualcuno è rimasto nonostante tutto, rifugiandosi nell’ex stalla come Ruslan ed Ezra, sui 60, con le loro galline. Ora che succederà, volete l’indipendenza o l’annessione alla Russia? “Certo, prima l’indipendenza. Poi si vedrà”. Saakashvili è un terrorista dice lei, anche di là son morti tanti semplici cittadini … grazie ai russi ora ricostruiremo la nostra città, poi si vedrà”.
Mosca ha detto che la ricostruzione ufficiale inizierà il primo settembre. Un giorno simbolico per la Russia: è l’anniversario della strage di Beslan, una manciata di chilometri da queste valli. In lontananza si sente un boato, da ieri sono stati tanti, uno ha mandato in pezzi i vetri non lontano da noi. Ma non era finita? Qui tutti sono convinti che i colpi vengano da Tbilisi.
In un cortile otto donne siedono intorno a un tavolo di legno sotto i meli, a pelar patate e tagliar cipolle e peperoni. “Finalmente siete qui! Voi occidentali continuate a dire che la Russia ha bombardato Tiblisi e anche Tskhinvali per dar la colpa ai georgiani, vero? - fa Uljena Kazjeva, 60 anni e il peso, dice, di quello che tutti qui chiamano”terzo genocidio” nella storia osseta (dopo gli anni 20 e la guerra del 1992). Cifre e colpe restano un optional, ma qui e in Russia tutti sanno (dalle tv che mandavano a nastro rassegne stampa internazionali) tutto di come Usa ed Europa han raccontato questa guerra, “uno scandalo” per Alina, 40anni e occhi di brace, veemente: “Condoleeza Rice dice che Sud Ossezia e Abkhazia sono Georgia? Venga qui a vedere cosa ci hanno fatto. L’America vuole insidiare i confini della Russia e piazzare una base qui contro l’Iran, ma non ce la faranno perché i russi sono forti, ci hanno aiutato, mentre la Georgia ha piu volte chiuso i canali con noi, tagliandoci persino l’acqua”.
Più a sud verso il “confine” con la Georgia c’è la base dei peacekeepers, russi e fino a due settimane fa pure qualche georgiano che poi ha preso il volo. Qui sono morti i primi 12 russi mentre dormivano a notte del primo attacco, sulla caserma sventrata e affumicata corone di fiori, un giovane in divisa ci avvicina: “Ce l’hai un amico caro? Uno con cui dividi il pane a colazione tutti i giorni. Se un giorno uccide un tuo parente cosa fai?”.
Ed eccola la “frontiera”, a pochi passi. Khetogurovo, un villaggio tra i campi, sul comune trivellato al primo piano e operativo al secondo le bandiere russa e osseta. “Da qui sono entrati i georgiani quella notte, con molti carri e mezzi. Hanno rapito 6 nostri uomini, nessuno ci dice che fine han fatto, se dobbiamo andare a Mosca lo faremo”. “Mosca, sempre Mosca… scusateci ma non è nostra competenza, son prigionieri civili e non militari” fa un ufficiale. Degli scambi di prigionieri promessi ancora si sa poco. “Passeggiavamo insieme qui coi georgiani – ci tira in disparte Volodja Mamiev seduto sotto un pero coi nipoti piegati sui talloni intorno, alla caucasica – qui vivevano 10 famiglie loro. E ora?”.
Dopo pranzo arriva l’annuncio da Mosca, la Duma e’ pronta a riconoscere l’indipendenza, la voce corre sulla piazza del Teatro in centro dove c’e’ il bollletino ufficiale: un camioncino che spara dagli altoparlanti la radio russa, unica fonte di notizie. Un gruppetto sparuto di giovani arriva con caroselli e bandiere locali, si stappa spumante a uso e consumo dei giornalisti: le bandiere gliele ha date "il governo osseto", ammettono senza problemi.


Una versione ridotta dell'articolo è oggi anche su La Stampa



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