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Scoppia la polemica per la bozza della legge sulla donazione degli organi, tra perplessità religiose, lotta al traffico degli organi, e polemiche copto-musulmane

Paola Caridi

Mercoledi' 20 Agosto 2008
L’Egitto potrebbe proibire i trapianti tra persone di religione o di nazionalità diversa. Il condizionale è d’obbligo, visto che la legge sulla donazione degli organi, che da anni divide la politica egiziana nonché le autorità religiose musulmane, non è stata ancora approvata. La polemica, invece, è già scoppiata. E attraverso la polemica è già stata innescata l’ennesima crisi nelle relazioni tra musulmani e copti al Cairo. Che è come un fiammifero acceso su di un bel mucchio di paglia, visto che già da mesi i rapporti isono di nuovo tesi per gli scontri sui terreni del monastero di Abu Fara nell’Egitto centrale, a Minya.
Il caso è scoppiato negli ultimi giorni, quando si è diffusa la notizia che nella bozza di legge sarebbe stato inserito anche il divieto di donare gli organi tra persone di religione diversa. Immediata la reazione di alcuni circoli copti, con la querela depositata dal capo dell’Unione Egiziana per i Diritti Umani, Naguib Gabriel, contro il capo dell’Unione nazionale dei medici, Hamdi al Sayyed, che guida anche la commissione parlamentare per la sanità. L’accusa, in sostanza, è non solo di razzismo, ma anche di voler peggiorare le relazioni tra le due comunità. Hamdi al Sayyed, dal canto suo, smentisce che la sua potente organizzazione, che come molti ordini professionali è controllata dai Fratelli Musulmani, abbia emesso una decisione di questo tipo. Non si può donare tra persone di religione diversa, ha detto Sayyed, semplicemente perché si può donare solo tra consanguinei.
La questione, però, è aperta. L’ordine dei medici ha pubblicato un rapporto sui trapianti di rene da cui si evince che molti copti hanno ricevuto un organo da musulmani, dieci volte di più dei reni donati da copti a musulmani. Senza dubbio una buccia di banana, il rapporto, che mette a rischio rapporti interreligiosi già molto delicati. E fa passare in second’ordine il vero problema: il commercio di organi che ha fatto definire, pochi anni fa, l’Egitto come il Brasile d’Africa, il paese dov’è molto facile reperire a poco prezzo un donatore (povero) e un rene.
La legge sui trapianti di cui lo stesso Sayyed è promotore e che è in discussione da poco meno di dieci anni, dovrebbe porre un freno a un commercio che, secondo le numerose inchieste giornalistiche, è inarrestabile. Sono soprattutto i ricchi arabi provenienti del Golfo a cercare in Egitto donatori egiziani e sudanesi. E non è detto che il donatore ci guadagni. Secondo le ultime inchieste, sono molti gli uomini che si son visti rubare un rene con la scusa di effettuare degli esami per ottenere un visto di lavoro all’estero.
L’ordine dei medici ha emesso un regolamento per cui è vietato donare organi tra persone che non siano consanguinei entro il quarto grado di parentela, o fra egiziani e stranieri. Per il commercio di organi si viene radiati. Si tratta, però, di un palliativo in attesa di una legge che trova anche altri ostacoli, sulla sua strada. Soprattutto la definizione della morte del paziente, nel caso di trapianti con organi prelevati da cadaveri. E qui lo scontro è tutto all’interno delle autorità religiose musulmane, nonostante le figure più importanti – dal Grand Imam di al Azhar alla massima autorità nazionale, il mufti Ali Gomaa – si siano schierate con Hamdi al Sayyed, un medico che si era già schierato, cinque anni fa, contro la mutilazione genitale femminile.

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