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La guerra dei media. Notizie impazzite dall'Ossezia senza stampa «vera».
«Arsi davanti ai miei occhi...», «quei fascisti dei georgiani», «vedo teste spaccate e pezzi di cervello...» raccontano i blog, mentre l'accesso alla capitale sud osseta è ancora off limits per tutti gli occidentali (nella foto, Tskhinvali nel 1886)

Lucia Sgueglia

Mercoledi' 13 Agosto 2008

Forse con il cessate il fuoco anche la stampa internazionale arriverà a Tskhinvali. Fino a ieri quello che sapevamo era affidato ai fotografi (i primi arrivano l'11), brevissimi blitz della tv russa embedded con l'Armata federale, e ai blog. Così per tutti la capitale sudosseta, cuore e causa scatenante del conflitto, «città fantasma» lo era soprattutto nella copertura mediatica. Assente. Tra le prime immagini le foto AP firmate Metzel: campo stretto su edifici distrutti e arsi, ma anche gente in strada (tra case integre), i primi probabilmente a uscire dai bunker in cui si diceva la popolazione si fosse rinchiusa nell'infuriare della battaglia. Dunque non deserta la città e popolata solo di truppe russe come recitavano molti media occidentali. Ma pericolosissima se i primi due reporter caduti sono proprio russi, entrati in città a cavalcioni dei tank di Mosca da nord all'inizio degli scontri. Devastati o danneggiati al 70% gli edifici cittadini, dice all'agenzia di stampa russa Novosti il sindaco di Tskhinvali Robert Guliyev: «Circa 15mila civili rimangono in città, che prima dell'attacco aveva 30mila residenti». Per il generale Nogovitsyn, vice capo del comando militare russo, tutti gli asili, scuole e l'unico ospedale cittadino sono andati in pezzi il primio giorno dell'attacco. Conferma la tv all news Vesti nel pomeriggio di ieri trasmettendo le prime immagini dalla capitale: «Solo adesso che i giornalisti sono potuti entrare a Tskhinvali, è evidente la reale entità della tragedia sudosseta. In questi pochi giorni la città è stata in pratica interamente distrutta. Nessuno ora può contare il numero delle vittime. Si dice siano piu di 1500. Ma molti sarebbero ancora bloccati sotto le case crollate. Speriamo che con l'aiuto della Russia la vita qui possa riprendere».
Scorrono per ore invece le immagini dei campi profughi allestiti in Nord Ossezia, territorio russo. Una donna intervistata parla di strade piene di cadaveri: «questa è la fine della Georgia. Non sono persone, sono fascisti. Hanno lasciato morire donne e bambini». Poi c'è il blogger, divenuto famoso con la traduzione on line dei suoi diari del 9 agosto, rupor_naroda il suo nick su Livejournal.ru: «Sono vivo! La città è completamente distrutta, come fosse Stalingrado. Finché è possibile scriverò ancora... ma il mio cellulare sta morendo». Dunque il black out non è totale. «Davanti ai miei occhi un padre con suo figlio sono stati arsi in una macchina, prima le loro teste spaccate, pezzi di cervello ovunque. Siamo pronti alla difesa. Pare che Saakashvili voglia la vendetta. Oggi i georgiani hanno ucciso la mia vicina Janika e suo padre. Lei ha due figli, 1 e 4 anni. I georgiani sono disumani. Li ho visti sparare a una macchina con un bimbo dentro. Hanno attaccato per tutto il giorno, la città brucia alle fondamenta. Finora li abbiamo fermati. Ma non è chiaro cosa succederà». Nascosto in un bunker di Tskhinvali, l'8 il reporter russo Mikhail Romanov parla di «un cannoneggiamento senza fine». Due giorni fa sono arrivati da Mosca anche i primi convogli umanitari, e investigatori per raccogliere prove dei «crimini di guerra» georgiani.

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