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Storie dalla Bosnia. Maturate anche nel film "Sarajevo BiH, storie da un dopoguerra" (a sn la locandina del film), che sarà presentato in anteprima quest'estatefestival del cinema di Sarajevo. Uno degli autori racconta

Mario Boccia

Venerdi' 18 Luglio 2008


A guerra appena finita, quasi nessuno avrebbe potuto immaginare una cosa del genere: in Bosnia-Erzegovina (a Bratunac, pochi chilometri da Srebrenica) esiste un posto dove lavorano insieme donne i cui mariti, figli, padri o fratelli sono stati uccisi da opposti nazionalismi. Eppure, non solo la cooperativa “Insieme” esiste, ma si consolida e cresce. Il mondo della realpolitik è capovolto.
Quando Rada Zarkovic, cara amica e pacifista storica jugoslava, arrivò a Bratunac per la prima volta, raccolse diffidenza ma anche curiosità e stupore. Era nel posto giusto. Nel 2003 la cooperativa aveva dieci soci e un sogno: costruire le condizioni per il ritorno di chi era stato costretto a lasciare le proprie case, serbi o musulmani che fossero. Ora ha 400 soci e il sogno, diventato realtà, si permette il lusso di progettare il futuro.
Eppure il luogo era il peggiore possibile: per la tragedia avvenuta, per la divisione del territorio su base etnica (prima realizzata dalla guerra e poi sancita dagli accordi di Dayton) e per la percezione diffusa di una giustizia di parte.
La scommessa era riattivare la produzione agricola tradizionale dell’area, la coltivazione di frutti di bosco, soprattutto lamponi. “Perché i lamponi trasformano la parola ritorno nella parola restare, perché ogni pianta darà frutti per dieci anni, costituendo un incentivo a rimanere”.
Tra i ritornati, moltissime donne vedove. Alla fine del 2004 le donne capofamiglia nel comune di Bratunac erano 1080. Oggi sono quasi raddoppiate, segno che i rientri continuano, perché si diffonde la fiducia che ricominciare è possibile. La cooperativa aiuta a vincere la paura. Le donne si sentono più forti.
La determinazione del primo gruppo e la capacità di trovare finanziamenti e gestire i partner italiani, hanno permesso alla cooperativa di fare il primo salto di qualità, acquistando un impianto di congelamento. Ma i soldi non bastano mai e il prossimo passo deve essere quello di investire ancora per avviare una linea di trasformazione dei frutti di bosco: da prodotto grezzo congelato a dolci e naturali prodotti finiti, come marmellate biologiche e cose del genere.
In cinque anni di esperienza il lavoro si è raffinato, anche grazie a contributi di esperti agronomi italiani e cileni. L’attenzione e l’amore per la natura è al primo posto. Selezionare le qualità di frutta più adatte e resistenti, ha permesso di usare sistemi di coltivazione a basso impatto ambientale.
Quando è il tempo della raccolta dei lamponi e il camion della cooperativa fa il suo giro tra i produttori, è difficile riconoscere una contadina serba da una musulmana. Aspettano il camion al lato della strada e portano le cassette sul pianale, per la pesatura, aiutate da figli e nipoti. Un gesto semplice, che diventa solenne come un’affermazione di volontà.
Anche il momento della pulizia dei frutti sul nastro trasportatore, ha qualcosa di speciale. Le donne indossano una tuta rossa pesante (si lavora a meno cinque gradi) e coprono i capelli con una cuffia. Sulla tuta c’è scritto “insieme” e le mani corrono sul nastro che trasporta rossi lamponi ballonzolanti.
Le operaie della cooperativa sono un gruppo vero, non artificiale come le “identità etniche” della guerra. Hanno gli stessi problemi pratici e la voglia di superarli. Anche di fronte al lutto, la solidarietà resiste. Rada mi racconta di quando è arrivata la notizia che i resti di un familiare di una donna sono stati identificati (un evento ripetuto più volte, nel corso di questi cinque anni di attività). Tutte le altre sono andate a farle le condoglianze, serbe o musulmane che fossero, e questa è una cosa di altissimo valore morale:
“Il dolore è un sentimento egoista. Maggiore è il dolore provato, minore è la voglia di conoscere quello degli altri. L’istinto protegge la memoria dei propri morti, evitando intrusioni. Eppure è solo facendo il contrario che si può riprovare a vivere, anche nel rispetto della memoria di chi non c’è più”.
Srebrenica è un nome che mette i brividi. Niente di simile dovrà mai più ripetersi, “in nessun luogo e per nessun popolo”. Queste le parole del Raisu-i-ulama, incise in una stele di marmo del memoriale di Potocari.
“8372…” morti. I puntini di sospensione, incisi accanto alla cifra, indicano che il conto potrebbe non essere finito. Tante persone sono scomparse senza traccia e tanti resti sono ancora senza nome.
A Srebrenica c’è stato un salto di qualità nell’orrore normale della guerra di Bosnia e Erzegovina. Un crimine pianificato ed eseguito con diligenza. Qualcosa d’incomparabile con altro. La più grande strage di civili mai eseguita dalla fine della seconda guerra mondiale. Erano tutti musulmani bosniaci.
Anche a Kravica e a Bratunac ci sono memoriali, ma pochi li hanno raccontati. Sono i memoriali dei morti serbi di quella parte di Bosnia. E’ un fatto grave. Quasi che il rispetto della memoria dei morti di Potocari fosse sminuito dal racconto della verità. Si tratta di molte centinaia di persone, non di migliaia, ma per chi ha perso qualcuno o tutta la propria famiglia, la differenza dov’è?
Fuori dalla propaganda di guerra (che continua anche in pace a difendere interessi privati) i ruoli si ridefiniscono. Carnefici e vittime tornano a essere tali, quale che sia la loro religione di appartenenza.
Ricordare è fondamentale, ma la memoria non è neutrale. Si può usare per alimentare l’odio o per combatterlo. La scelta è netta. Riconoscere il proprio dolore in quello degli altri è difficile, ma non impossibile.
Alla cooperativa “INSIEME” ce l’hanno fatta. “Questo è pacifismo in pratica”, dice Rada.

Questo articolo è uscito anche su “Nuova Ecologia” luglio-agosto 2008



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