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UN PONTE TURCO SIRIA-ISRAELE? 7/1/04

Paola Caridi

Mercoledi' 7 Gennaio 2004
Leggi l'articolo pubblicato sul Riformista del 7 gennaio 2004, a p.5

Operazione diplomatica in grande stile, quella che il giovane presidente siriano Bashar el Assad sta conducendo in queste ultime settimane. Operazione culminata, ieri, con la visita di stato in Turchia, il paese con il quale Damasco ha avuto più problemi dalla sua indipendenza in poi. Visita gestita bene dal punto di vista mediatico, compiuta con tutta la famiglia al seguito e preceduta da interviste ad hoc per gettare un fascio di luce su quei punti che Assad junior ritiene i più importanti. La questione curda, per i rapporti bilaterali con la Turchia, e le armi di distruzione di massa, come strumento di pressione verso Israele.
Che i curdi fossero già stati abbandonati da Damasco lo si sapeva certo da anni, da quando la Siria non è più stato il comodo asilo per Abdullah Ocalan, lasciato al suo destino dal padre di Bashar, Hafez el Assad. Ma la chiara presa di posizione di Bashar nell’intervista al Daily Telegraph, sulla sua opposizione alla creazione di uno stato indipendente curdo che prenda il via dal nord Iraq, la dice lunga sulle nuove, calde relazioni con la Turchia. Con la quale rimangono, a questo punto, “solo” due punti di frizione: i contenziosi territoriali e, soprattutto, la gestione delle acque da parte di Ankara attraverso il progetto delle megadighe in Anatolia, che rischiano sempre di assetare i vicini meridionali come Siria e Iraq.
La questione idrica è tanto rilevante che proprio ieri, con Bashar presente in Turchia, le autorità di Ankara si sono affrettate a dichiarare che un accordo con Israele per la vendita di acqua non è stato ancora concluso, come invece sostenuto da fonti di stampa. Un colpo al cerchio siriano, dato in contemporanea al colpo dato sempre ieri alla botte israeliana. Dovrebbero essere infatti proprio i turchi, gli unici a intrattenere ottime relazioni con Tel Aviv, a servire da tramite per l’apertura di un nuovo dialogo tra siriani e israeliani. Anzitutto con la consegna ad Assad, attraverso il premier Erdogan, di un messaggio con le richieste israeliane per la riapertura dei canali di negoziato interrottisi tre anni fa.
La notizia che i turchi siano disposti a usare i loro buoni uffici tra i due contendenti non è che l’ulteriore conferma che qualcosa si sta veramente muovendo tra Israele e Siria. Nonostante i segnali contraddittori di questi ultimi giorni, dal raddoppio dei coloni negli insediamenti israeliani nel Golan, reso pubblico dal ministro dell’agricoltura Yisrael Katz, alle durissime dichiarazioni dello stesso Bashar, che ha continuato a non condannare gli attacchi suicidi palestinesi e ha accusato Israele di essere l’unica responsabile della prosecuzione degli attentati kamikaze.
Il dialogo tra Siria e Israele, insomma, non è mai stato così possibile come adesso. Forse proprio perché la Siria è messa in un angolo dalla presenza americana in Iraq, dalla decisione libica di smantellare il suo programma relativo alle armi di distruzione di massa, e per ultimo dalle pressioni egiziane (vedi l’ultimo incontro a Sharm tra il presidente Hosni Mubarak e Bashar el Assad) perché Damasco non arrivi allo scontro totale con gli Usa.
Nelle mani di Assad c’è poco per fare pressione sul suo vicino-nemico. Solo, forse, il nodo delle armi di distruzione di massa. Ieri il giovane presidente ha detto che la Siria non vi rinuncerà perché è un paese ancora occupato da Israele (sulle alture del Golan). E che si tratta di armi facilmente reperibili sul mercato. Il messaggio chiaro è che la Siria rinuncerà alle armi di distruzione di massa solo quando tutta l’area vi rinuncerà. Israele compresa, visto che il mondo arabo è convinto che Tel Aviv le possieda.
Quanto questo possa pesare nella trattativa con Sharon è difficile sapere. Certo è che il premier israeliano è uscito dalla convention del Likud, tenutasi lunedì a Tel Aviv, con il sostegno della maggioranza del suo partito. Le critiche dell’uditorio durante il suo discorso, infatti, sono state limitate all’ala destra, quella legata al movimento dei coloni. E le critiche fuori dal Likud sono state in linea con le precedenti: la sinistra pensa che l’idea di Sharon, di una separazione unilaterale dai palestinesi, sia un’idea oltremodo pericolosa. Mentre la destra condanna tout court l’ipotesi di rimozione degli insediamenti. Nulla di nuovo, insomma. Tanto da poter lasciare spazio e tempo a Sharon perché il capitolo siriano possa veramente riaprirsi. In fretta, certo, visto che il piano di separazione unilaterale dai palestinesi potrebbe essere messo in pratica entro pochi mesi, secondo l’idea del premier israeliano.

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