Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


GIPI: I DIECI GIORNI PIU' LUNGHI DI "UN UOMO STORTO"

CAPITALISMO IN CRISI. SENNETT: UN'ALTRA VIA E' POSSIBILE 11/04/12

LEO SPITZER, DALLA CENSURA MILITARE ALLA CRITICA STILISTICA 11/7/08

LEO SPITZER, DALLA CENSURA MILITARE ALLA CRITICA STILISTICA 11/7/08

Se ne parla al XXXVI Congresso Interuniversitario del Circolo filologico-linguistico padovano che ha luogo in questi giorni a Bressanone e a Innsbruck (dal 10 al 13 luglio): Leo Spitzer, lo stile e il metodo

Lorenzo Renzi

Venerdi' 11 Luglio 2008


All’inizio del Novecento nell’ Istituto di Romanistica dell’Università di Vienna si faceva notare per la sua erudizione non meno che per la sua impertinenza un giovane studioso, brillantissimo figlio della ricca borghesia israelita. Il suo nome era Leo Spitzer, e era nato a Vienna nel 1887. Non solo conosceva, come il suo maestro Meyer-Lübke, tutte le lingue romanze, ma mentre questo ne aveva una pratica libresca, Spitzer ne parlava e scriveva più d’una. A venticinque anni aveva già pubblicato vari studi che lo imponevano all’attenzione degli specialisti. L’impertinenza consisteva, per es., nel presentarsi nell’Istituto, davanti al suo austero maestro, vestito da cavallerizzo. Veniva direttamente dal Prater, dove aveva fatto esercizi di maneggio. Meyer-Lübke, il grande maestro svizzero-tedesco che dominava allora la scena mondiale, portava pazienza, e, quando l’allievo ebbe terminato la sua tesi sulla formazione delle parole in Rabelais, l’aveva proposta subito per la pubblicazione. O gran virtù!… Bisogna sapere infatti che la tesi del giovane Spitzer aveva sì un taglio linguistico che metteva a frutto l’ardua tecnica specialistica che l’allievo aveva imparato dal maestro, ma per piegarne poi i risultati a fini letterari. E questo era del tutto al di fuori dell’ottica non solo di Meyer- Lübke, ma anche del paradigma di studi allora imperante, in cui non erano ammessi mescolanze tra linguistica e letteratura. C’è di più. Un giorno Leo Spitzer scopre nel professore di romanistica che insegna nella vicina Graz, Hugo Schuchardt, un eterodosso che contrasta le tesi dominanti, e, tradendo il suo maestro (è una cosa grave ancora oggi nel mondo accademico!) si avvicina a lui, ne pubblica addirittura un’antologia degli scritti (Hugo Schuchardt-Brevier, sottotitolo: Un vademecum di linguistica generale, 1922).
Volgendo indietro lo sguardo a quei fatti accademici di tanti anni fa vediamo, al di là delle querelles che avranno provocato, la più bella e istruttiva delle guerre: guerra di scuole, di professori, di ragioni filosofiche e filologiche.
Ma viene il 1914, e scoppia ben altra guerra, la prima Guerra Mondiale. Spitzer si imbosca a Vienna in un ufficio del Ministero della Guerra. Il suo compito è di censurare le lettere degli internati Italiani d’Austria e poi dei soldati italiani prigionieri nella Monarchia. Dagli appunti tenuti a margine del lavoro, Spitzer, a guerra finita, tirerà fuori due libri prodigiosi, le Lettere dei prigionieri di guerra italiani (1922, in ital. Boringhieri 1976) e Le circonlocuzioni per esprimere la fame (1921, non tradotto in italiano). Queste due opere, con una terza, La lingua italiana del dialogo (1922, apparsa in italiano solo recentemente, nel 2007, nell ‘eccellente traduzione di Livia Tonelli, accompagnata da ben tre ottime introduzioni, di Cesare Segre, Claudia Caffi e della ricordata Livia Tonelli1), costituiscono una straordinaria trilogia dedicata dall’elegante viennese all’italiano. Ma non alla lingua di Dante e Petrarca, ma alla lingua di ogni giorno, o addirittura ai dialetti e ai gerghi dell’Italia povera, quella che per soffrire la fame non aveva avuto bisogno di aspettare i campi di prigionia.
Nel tragico Dopoguerra austriaco, mentre il secolare Impero asburgico si dissolve, Spitzer, pacifista, scrive sui giornali, simpatizza per i socialisti, addirittura per i soviet. Ma la carriera accademica continua. Nel 1920 è chiamato come professore a Bonn, poi a Marburgo e a Colonia. Fondatore, con lo svizzero Charles Bally, della critica stilistica, spazia tra linguistica e letteratura in tutte le lingue romanze, ma anche nella sua lingua materna, il tedesco. Invade campi altrui, sempre autorevole, provocatorio, geniale. Ma i tempi non perdonano. Nel 1933, in seguito alle persecuzioni razziali, deve lasciare la cattedra e la Germania. Raggiunge Istanbul, dove è in atto un grandioso processo di modernizzazione e occidentalizzazione del paese. Gli viene offerta una cattedra, dalla quale prende ben presto il volo per gli Stati Uniti, dove gli viene offerto un posto di Filologia Romanza alla John Hopkins University di Baltimora, che occuperà fino alla morte. Gli Stati Uniti offrivano rifugio allora, durante la guerra e negli anni successivi, a centinaia di professori e intellettuali tedeschi, ebrei e non, ma anche a francesi, italiani, spagnoli, gettando le basi della loro futura egemonia accademica.
La celebrità di Spitzer, immensa, si diffonde dal rifugio americano in quella Europa da cui era dovuto partire. L’Italia è in prima fila nel tradurlo, pubblicarlo e ammirarlo. La prima iniziativa viene da Benedetto Croce, che vede ancora in lui quell’eversore del Positivismo che Spitzer era stato fin dalle sue giovanili polemiche, ma non senza poi alcune correzioni prudenziali. Con una delle sue celebri agudezas diceva di professare un Idealismo positivistico o un Positivismo Idealistico. In un clima culturale ormai rinnovato, Gianfranco Contini e Pietro Citati gli dedicano altre due splendide antologie2. Intanto i tempi cambiano, altre tendenze si impongono nel panorama mondiale sia nella linguistica, che nella stilistica e nella critica letteraria. Altri studiosi occupano la ribalta. Basti ricordare il nome di Roman Jakobson, approdato anche lui in America dopo lunghe peripezie dalla Russia sovietica attraverso la Cecoslovacchia e la Svezia. Ma il nome di Spitzer non conosce eclissi definitive. Mentre lo strutturalismo tramonta, la sua stella continua a brillare all’orizzonte. Quest’anno gli sarà dedicato un Congresso a Bressanone e a Innsbruck, del quale diamo indicazioni alla fine di questo articolo. L’anno scorso il tema del Convegno era stato Erich Auerbach, l’autore di un libro mirabile di storia stilistica e letteraria, Mimesis (1946), collega e rivale di Spitzer, come lui professore in Germania, in Turchia e poi definitivamente negli Stati Uniti. Un'altra voce che continua a parlare dopo più di mezzo secolo.
Con la fama che aveva raggiunto, la vena provocatoria non aveva abbandonato Spitzer. In un tempo di furente antisemitismo, di cui lui stesso era stato vittima, doveva proprio prediligere un autore come Céline, l’autore di Bagatelle per un massacro? E doveva proprio, in alcune deliziose pagine autobiografiche, invitare i suoi colleghi a esporre la loro storia individuale, il loro- dice- Mein Kampf? Nel commentare il più antico testo giudeo-italiano, La jenti de Sion, doveva proprio dire che questo tema ebraico nasconde una ’”italianità” profonda? Ma non si trattava solo di ebraismo. Mentre tanti accademici tedeschi emigrati oltreoceano si lamentavano del materialismo del paese che li aveva accolti, come per es. il marxista aristocratico Adorno, in tante pagine di Minima moralia, Leo Spitzer, in uno dei suoi saggi più incantevoli, esaminava per primo il testo di una pubblicità americana, quella delle arance Sunkist, definendolo una piccola opera poetica. La vita non aveva piegato il suo ottimismo. A sfogliare la sua enorme bibliografia, si resta sempre stupiti. Della letteratura italiana, così aulica, predilige la dimensione popolare, dalle lettere dei prigionieri di guerra ai Malavoglia. Della Spagna, che ha avuto un grande impero, amava soprattutto i mistici che per amare Dio rifiutano il mondo.
La capacità di stupire di Spitzer non ha limiti. Invitato in Germania nel 1958 tiene un ciclo di lezioni a Heidelberg. Come primo atto scende dalla cattedra e fa lezione agli studenti dopo essersi seduto a un tavolo al loro stesso livello. Ma gli piace soprattutto visitare l’Italia. Il mio maestro, Gianfranco Folena, allora assistente, lo aveva accompagnato in visita a Firenze. Nel 1960 la morte lo coglie improvvisamente a Forte dei Marmi, nel cuore di quel mondo romanzo che come romanista tedesco, come si definiva con precisione disciplinare, aveva tanto amato.
Questa è una storia di tanto tempo fa, che quaranta studiosi tenteranno di far rivivere nel XXXVI Congresso Interuniversitario del Circolo filologico-linguistico padovano, fondato da Gianfranco Folena, che avrà luogo a Bressanone e a Innsbruck dal 10 al 13 luglio 2008 col titolo Leo Spitzer: lo stile e il metodo/ Leo Spitzer: der Stil und die Methode



Powered by Amisnet.org