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EUROPA7:LA TV CHE(FORSE)VERRA' 16/06/08

Francesco Di Stefano, patron della tv che non c'è, ma che potrebbe finalmente cominciare a trasmettere dopo che il Consiglio di Stato, due settimane fa, ha imposto al governo di trovarele le frequenze, racconta come è arrivato a mettere in piedi un'azienda in grado di competere con Rai e Mediaset e quale televisione sogna. Visita agli studi di Tor Cervara, i più grandi d'Europa.

Junko Terao, Attilio Scarpellini

Lunedi' 16 Giugno 2008

Gli studi televisivi di Tor Cervara saranno anche i più vasti, e tra i più moderni di Europa, ma a visitarli in un giorno qualunque sembrano una grande nave abbandonata che da anni aspetta il segnale di salpare. E forse è con questo spirito che li vive anche lui, Francesco di Stefano, imprenditore televisivo, patron di Europa 7, l’uomo che è sulla bocca di tutti ma di cui nessuno parla malgrado da un bel po’ di anni sia la spina nel fianco di Silvio Berlusconi per quella storia di frequenze scippate e mai restituite che a orari fissi smuove le acque stagnanti del dibattito politico. Mentre ci accompagna lungo i pontili di ferro che sovrastano lo studio 5 -1600 km quadrati completamente vuoti - non smette di parlare il linguaggio che gli è più consono, quello dell’orgoglio industriale per una macchina perfettamente a punto a cui solo l’anomalia tutta italiana del conflitto di interessi impedisce di funzionare come potrebbe, a tutto regime. Ma di politica quest’uomo asciutto, 53 anni ben portati, con qualcosa di simile agli attori hollywoodiani della porta accanto – stile Kevin Spacey per intenderci – non parla volentieri. Anche ora che sull’emendamento salva-Rete Quattro la blindata maggioranza del Berlusconi tris è andata sotto - manco fosse quella del compianto governo Prodi - la prudenza o il disgusto (o forse entrambi) hanno la meglio su qualsiasi sentimento di fiducia. “Meglio aspettare la sentenza del Consiglio di Stato prevista entro l’estate” dice “quando, speriamo, l’Italia sarà definitivamente condannata ad applicare la sentenza della Corte di Giustizia europea e sapremo quando potremo cominciare a trasmettere”. Ma Di Stefano è anche convinto che Berlusconi è disposto a tutto per evitare di mandare Rete Quattro sul satellite, si trattasse anche di ingaggiare una guerra contro l’Ue. Perché Di Stefano non crede che l’opposizione voglia fare di Europa 7 la sua bandiera. “Non lo hanno mai fatto prima, quando potevano…” Figurarsi ora, nell’epoca della debolezza e del dialogo, della condivisione e del compromesso. Pessimista Di Stefano, come è nel suo carattere da abruzzese tenace ma realistico. Difficile dargli torto: se la legge Gasparri lo aveva sfrontatamente danneggiato, senza alcun senso del pudore oltre che della legittimità, quella firmata dall’ex ministro Paolo Gentiloni lo ha vistosamente ignorato. Tra i politici del centro-sinistra solo Antonio Di Pietro non ha mai smesso di alzare la voce perché il caso Europa 7 non fosse seppellito. “Gli altri...” aggiunge Di Stefano con un alzata di spalle “Meglio stendere un pietoso velo”. Non che Di Stefano sia rassegnato: è che a scandalizzarsi ci riesce ancora, ma non a stupirsi. Quando la battaglia contro Rete Quattro cominciò, nel lontano 1999, lui convocò un’agenzia di marketing per commissionarle uno studio sull’impatto che quella campagna avrebbe potuto avere sia sul mondo politico che sull’opinione pubblica informata. “Fecero lo studio e mi dissero che potevamo anche lasciar perdere. Nessuno ci avrebbe seguito sulla strada di uno scontro con Berlusconi sulla legittimità e sui principi. Lì per lì non percepii la situazione, ma devo dire che hanno avuto clamorosamente ragione”. Una vicenda in cui inadempienze e responsabilità si contano da entrambe le parti politiche. “La nostra vicenda tocca i nervi scoperti sia della sinistra che della destra. Non dimentichiamo che è cominciata col governo D’Alema”. Inquietante almeno quanto l’intera odissea della “tv che non c’è”, come è stata soprannominata, è il silenzio che l’ha avvolta in questi anni. Secondo il patron di Europa7 i grandi editori non sopportavano l'idea che un soggetto esterno all'establishment facesse una tv nazionale importante. “Ognuno di loro riteneva che toccasse a lui farla: il Corriere, il Messaggero, il Gruppo l’Espresso…”. Sta di fatto che solo Valentini su Repubblica, Mele sul Sole24 Ore e Travaglio sull’Unità se ne sono occupati. Wagner ne ha scritto in un libro uscito prima della Gasparri, nel 2003. “Quello che è successo dopo l’uscita del libro ha dell’incredibile”, ricorda Di Stefano scuotendo la testa. “Sembrava che ormai ce l’avessimo fatta, invece eravamo talmente lontani dal traguardo...rileggendolo si ha la sensazione che stava per succedere l’inevitabile, cioè che Ciampi non avrebbe firmato il decreto legge Berlusconi che permetteva a Rete4 di continuare a trasmettere, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale volesse Rete4 sul satellite a partire dal 31 dicembre 2003”. Invece Ciampi firmò e per Di Stefano è ancora oggi la più grande delusione. “Ci saremmo aspettati che un buon presidente della Repubblica, in quanto arbitro e difensore della costituzione, non avrebbe impedito l’attuazione della sentenza della Corte Costituzionale. Quando non c'è un arbitro supremo non si vincerà mai: se si è venduta la squadra avversaria, i giocatori in campo, anche gli arbitri e forse pure il presidente della federazione…. è la fine”. Negli anni anche il Tar del Lazio, il Consiglio di Stato e, con sentenza definitiva lo scorso 31 gennaio, la Corte di Giustizia europea hanno dato ragione a Europa7. Eppure Di Stefano le frequenze non le ha ancora viste. La Corte del Lussemburgo che, forse è bene ricordarlo, è un tribunale che emette sentenze esecutive e non un semplice organo consultivo, ha stabilito che gran parte della Gasparri
non rispetta le direttive, quindi va disapplicata. Peccato che l’allora ministro Gentiloni, invece che eseguire la sentenza, ha preso tempo chiedendo il parere del Consiglio di Stato sul da farsi. Parere arrivato il 31 maggio, che obbliga il governo a trovare delle frequenze per Di Stefano alternative a quelle di Rete4, che può continuare a trasmettere. Rimandata invece a dicembre la questione del risarcimento. La famosa “tassa Berlusconi” che toglierà alle casse dello Stato dagli 800mila euro interessi esclusi, nel caso le frequenze venissero finalmente assegnate a Di Stefano, agli oltre 3 miliardi di euro nel caso peggiore in cui l’azienda, tenuta in piedi a fatica in questi nove anni, dovesse chiudere. Un prezzo salatissimo di cui nessuno si è mai preoccupato. “C’è una legge non scritta: se non ti chiami Berlusconi non hai diritto a fare un tv importante. La scrivessero, perché non è possibile che questo meccanismo sia così subdolo”. Ma che tv sogna Francesco Di Stefano? Qual è la sua idea di terzo polo? “In questo momento storico la parola chiave è ‘informazione’, il valore aggiunto di un editore puro. Avere la libertà di presentare i fatti senza i lacci della politica paga moltissimo in termini di ascolto, fino al 30% in più rispetto a una tv che non lo fa”. Di Stefano ha già in mente la sua squadra ideale ed è certo che la campagna acquisti non sarà difficile: Santoro, Gabbanelli, Luttazzi, Travaglio, Beha, Massimo Fini, i fratelli Guzzanti, Crozza, Paolo Rossi…sono alcuni dei nomi che vorrebbe veder targati Europa 7. Tutti “rivoluzionari” che, secondo lui, adesso sono talenti sprecati: “con maggior libertà di azione Santoro e Gabbanelli potrebbero fare e rendere molto di più”, assicura da bravo imprenditore. Nessun abruzzese nella lista…Vespa, per esempio. “Io sono di Avezzano e tra marsicani e aquilani, si sa, non corre buon sangue. E poi, parlando di nuova tv, con tutto il rispetto…”. Niente Fede, niente Vespa ma tanta informazione, arricchita in seconda serata di una buona dose di satira, “una parte importante dell’informazione che in Italia è praticamente scomparsa – continua Di Stefano . “Ci sono veri e propri geni in Italia che non fanno nulla da anni, Corrado Guzzanti per primo. Mettere insieme questi personaggi e fare una striscia di mezz’ora cinque volte a settimana, seguita da programmi di approfondimento darebbe una caratterizzazione molto importante a questa tv nonché ascolti altrettanto importanti”. Ma trattandosi pur sempre di una tv generalista, non si potrà certo trascurare l’intrattenimento, senza contare che la programmazione, in una prima fase, dovrà tenere in considerazione il tipo di pubblico abituato alle frequenze su cui Europa 7 probabilmente trasmetterà, quindi il pubblico di Rete4. “A me Rete4 piace molto perché è due tv insieme. Fino alle 22.30 è rivolta a un certo pubblico, che in seconda serata cambia completamente”. Alla domanda su quale trasmissione satirica metterebbe al posto del tg di Fede, Di Stefano dà una risposta ovvia: “un vero tg”. L’imprenditore abruzzese promette novità riguardo all’ottavo tg nazionale, fiore all’occhiello della sua tv: “il progetto l’abbiamo secretato, quindi mi spiace ma non ve lo racconto. Quello che posso dirvi è che ci rendiamo conto che a distanza di nove anni l’idea è ancora più attuale di allora. Naturalmente non avrebbe senso fare un tg simile a quelli che ci sono già, dunque pensiamo a una cosa un po’ diversa”. La società di Di Stefano, nella gara del ’99, non si è aggiudicata solo le frequenze ma anche il punteggio più alto per la qualità della programmazione”. Di Stefano sa il fatto suo. Sono trentun anni che fa l’imprenditore radio-televisivo, da quando - giovane pioniere di Antrosano, paese a 1 km da Avezzano, con una breve esperienza nella Dc di Donat Cattin – aprì una piccola radio locale. Dalla radio è passato alla tv e, trasferitosi a Roma per studiare medicina, ha impegnato i guadagni della prima avventura imprenditoriale per comprare a un prezzo stracciato Tvr Voxson e Radio Voxson. L’università non l’ha finita – in realtà rivela di non aver seguito nemmeno una lezione perché preferiva correre con le macchine, la sua passione: “a quei tempi i ventenni erano più maturi di oggi ma, insomma, le cazzate le facevamo anche allora”, ammette sincero. Intanto, però, da una piccola tv locale ha messo in piedi un’azienda che, grazie a strutture e tecnologie d’avanguardia, oggi produce programmi per la Rai. Ma c’è una domanda, in particolare, che tutti si fanno: come ha fatto in questi anni a sopravvivere? Quello che stupisce non è soltanto che un perfetto sconosciuto abbia messo in piedi una struttura costata una fortuna per poter fare una tv nazionale, ma che sia riuscito a tenerla in piedi senza mai trasmettere, quindi senza gli introiti previsti. Probabilmente nessuno credeva che Di Stefano avesse le risorse per resistere così a lungo. “Oltre a investire terreni dell’azienda agricola di famiglia e a realizzare programmi per la Rai e altre emittenti, ho ripreso a produrre apparecchi televisivi del marchio Voxson. In realtà le facciamo fare in Cina e le commercializziamo in tutto il mondo. Vendiamo soprattutto in Cina, dove i prodotti italiani vanno di moda”. Magico cortocircuito frutto della delocalizzazione.





Uscito anche sull'ultimo numero di Diario



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