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Parlano gli operatori umanitari. Dove è giusto fare cooperazione e quali rischi correre

Theo Guzman

Giovedi' 22 Maggio 2008


A Intersos, una delle Ong presenti in Somalia, hanno un diavolo per capello. Nella sede di Via Nizza è arrivata la notizia che la convenzione che la Cooperazione italiana doveva firmare con loro per sostenere l'ospedale di Johwar è saltata. Sospesa appena si è saputo del sequestro dei tre cooperanti. Un accordo preparato da due anni e adesso bloccato sine die. Niente fondi. Problemi di sicurezza. Nel rapporto di amore-odio che lega l'associazionismo italiano al ministero degli Esteri e alla sua borsa, indispensabile per mantenere progetti di emergenza o di sviluppo in molti paesi del globo, si insinua quella dannata ossessione che, dalle Torri gemelle ai campi Rom delle periferie italiane, è ormai un leit motiv: la sicurezza. Questa volta degli operatori umanitari.
Un problema reale in un mondo diventato sempre più pericoloso e con sempre meno regole certe, ma un'ossessione appunto che ha come minimo l'effetto di rallentare le cose se non di bloccarle del tutto. Taglia corto il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica se gli si chiede se effettivamente i richiami usciti dalla Farnesina, sul fatto che in certi luoghi non bisognerebbe proprio esserci, siano l'anticamera di una polemica: “non mi pare proprio il momento di affrontare questo problema. Prima portiamoli a casa, poi si vedrà”. Eppure anche lui, nell'audizione alla Camera di ieri pomeriggio, ricorda che “il ministero degli Esteri sconsiglia da tempo la presenza di connazionali in Somalia”, un paese che presenta in questo momento “altissimi rischi”.
Sulla sicurezza, sull'esserci o non esserci, sugli allerta che le ambasciate sparano ormai con solerzia quotidiana sui cellulari dei connazionali all'estero nelle aree calde, le polemiche, o il tentativo di evitarle, datano ben prima del sequestro di ieri o dell'insediamento del centro destra al governo. Correva ancora l'era D'Alema quando le Ong e l'Unità di crisi del ministero decisero che bisognava sedersi a un tavolo e affrontare l'argomento. Il tavolo si è aperto ma, come è chiaro (lo stesso vale spesso per i giornalisti), il ministero non può esimersi dal mettere in guardia. E le Ong (così come i giornalisti) non possono non reiterare che, nelle aree di crisi bisogna esserci. L'emergenza o la cooperazione nelle Bahamas o a Montecarlo non ha molto senso. Così come per i cronisti sono le cattive notizie quelle di cui corre obbligo occuparsi. Possibilmente sul posto.
Kostas Moschochoritis, direttore di MsfItalia, spiega perché bisogna esserci: “in contesti così complessi la presenza internazionale è fondamentale non solo per l'azione umanitaria in sé ma anche per garantire indipendenza a questa azione aiutando lo stesso staff locale a difendersi dalle pressioni fortissime che vengono esercitate. Senza contare che molti medici e professionisti somali se ne sono andati dal paese. Ma c'è anche un altro fatto: pur se i rischi vanno soppesati esiste un dovere di testimonianza e non si può chiedere ai somali di svolgere questo compito da soli, abbandonati a se stessi”.
Eppure non tutti sono di questa idea. Giulio Albanese, fondatore della Misna e profondo conoscitore dell'Africa, sostiene che “gli operatori umanitari spesso o sono eroi o sono incoscienti. In Somalia il rischio è altissimo e inoltre le attività di emergenza, perché di questo si tratta, non arrivano che a toccare una percentuale minima della popolazione”. Non è d'accordo Nino Sergi di Intersos anche se conviene sul fatto che l'equilibrio tra le necessità della popolazione locale, cui l'intervento umanitario deve rispondere, e le garanzie di sicurezza, responsabilità primaria verso gli operatori, è difficile “e può rompersi com'è successo ieri in Somalia. Ma è anche vero che la nostra opera è necessaria lì dove ci sono sette milioni di abitanti abbandonati in un buco nero senza servizi, scuole, ospedali. Quel poco che funziona, o è privato, e quindi per pochissimi, o si deve all'intervento umanitario che qualche minimo servizio riesce a dare. Inoltre – aggiunge - noi e molte altre Ong lavoriamo con i somali. Se per noi il terreno diventa un problema possiamo anche andare e lo abbiamo appena fatto in maggio quando l'Onu ha chiuso l'ultimo volo. Ma in Somalia ci sono i somali che lavorano con noi. E loro devono andare avanti e devono essere nella condizione di poterlo fare”.

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