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CATASTROFI/ PECHINO E IL DRAMMA DELLA MODERNITA' 13/5/08

Per la prima volta la Cina racconta in diretta la sua tragedia. Senza apparenti reticenze. Un'analisi pubblicata anche su il mattino

Emanuele Giordana

Martedi' 13 Maggio 2008

Dal 12 maggio, purtroppo, la fama del Sichuan, la provincia dei “quattro fiumi”, sarà legata al terremoto che ieri pomeriggio ha sconvolto buona parte di questo paese nel paese che è grande una volta e mezza l'Italia. Sino a lunedi era nota per due peculiarità: i natali di Deng Xiaoping, il grande timoniere della svolta capitalista, ed uno degli habitat naturali del panda gigante. Ma il Sichuan, noto per la sua fiorente agricoltura e per i suoi pregiati bachi da seta, è anche sede di industrie metallurgiche, elettroniche, chimiche e farmaceutiche.
Forse va cercata qui la causa degli effetti del sisma che, nella giornata di ieri, ha continuato ad aggiornare al rialzo il bilancio delle. Quando il terremoto colpisce - l'unica grande catastrofe naturale che non si può prevedere - la morte arriva di solito, paradossalmente, anche grazie alla modernità. Quella edilizia soprattutto: che avanza a colpi di putrelle in cemento armato e lastroni manufatti che crollano piatti senza lasciare la minima intercapedine. I frutti avvelenati della corsa all'oro che ha travolto proprio la Cina di Deng e il suo sviluppo a due cifre, il suo inurbamento feroce, i suoi grattacieli che sorgono anche a Chengdu, la capitale dell'Hi-tech che ha attratto nella sua Zona di sviluppo industriale grandi capitali esteri e firme importanti come Intel, Ibm, Nokia, Alcatel, Motorola, Microsoft. Seconda solo a Shangai, mentre si prepara a ospitare nel 2009 il finale dei World Cyber Games, il festival dei computer e dei video giochi, deve adesso piangere un numero di vittime che, nello spazio di una giornata, è arrivato da un centinaio a diverse migliaia.
Le cronache dicono che sono crollate fabbriche, scuole e anche abitazioni civili. Che in certe aree il sisma ha abbattuto l'80% degli edifici. Che in alcune città sono collassati gli edifici scolastici seppellendo gli studenti e che le fabbriche chimiche hanno disperso tonnellate di materiali inquinanti nel terreno. Quel che colpisce semmai, di questa strage, è che, forse per la prima volta, riusciamo a seguirla in diretta grazie alla stampa locale e alle dichiarazioni, che non appaiono reticenti, delle autorità cinesi. Sarà perché la Cina si sente l'attenzione del mondo addosso, sarà perché c'è il precedente birmano che ha fatto gridare allo scandalo per gli aiuti fermi alla frontiere, sarà perché, da qualche anno, si è risvegliato un barlume di coscienza ambientale, la tragedia è sotto ai nostri occhi: nei filmati televisivi, nei dispacci dell'agenzia Nuova Cina, nelle dichiarazioni delle autorità, dello stesso presidente, del suo primo ministro.
La Cina del resto non è più la grande patria della ciotola di riso e dei contadini curvi. E' andata rapidamente oltre e, come ben sappiamo, ignorando molto spesso i diritti dei suoi stessi cittadini, fruitori e schiavi allo stesso tempo del Grande Sviluppo iniziato qualche decennio fa. La doppia anima di questo sviluppo viene adesso allo scoperto come accadrebbe in un qualsiasi paese “normale”. E il disastro sembra rivelare che a volte alcuni grossi cambiamenti sociologici seguono una strada che nemmeno un regime riesce a incanalare. Possiamo facilmente immaginare le telefonate dai cellulari tra Chengdu, Pechino, Shangai per avvertire amici e parenti. Il mondo della rete come mezzo per scambiarsi informazioni sui propri parenti. La tv come media insostituibile per avere notizie sui propri cari. E il dramma appare subito nudo.
Da qualche anno la Cina non è più un paese sottosviluppato. Non lo dice soltanto il Pil e le cifre dell'interscambio commerciale o il fatto che i cinesi posseggono 1400 miliardi di dollari di titoli del debito federale americano. Lo dice il fatto che è stata cancellata dal novero dei paesi beneficiari dell'aiuto internazionale. E' anzi diventata un paese donatore, che fa cooperazione dall'Afghanistan al Congo e che offre truppe all'Onu per il peacekeeping. Deve dunque fare tutto da sola e, in parte, qualcosa ha fatto. I sismologi dicono che Pechino fa progressi nel monitoraggio degli eventi sismici, nella prevenzione e nella risposta alle catastrofi. Probabilmente ancora poco. E se è vero che mettere a norma il patrimonio immobiliare è un'impresa abnorme (lo sa bene l'Italia) sta forse qui il vero punto dolente. Il terremoto spazza le case di paglia ma i danni veri li fa con i manufatti di cemento che, a loro volta, hanno spesso cancellato la memoria antisismica dell'edilizia tradizionale. Su questa maledizione della modernità, da cui passano tutti i paesi “sviluppati”, passa oggi anche il dramma della provincia di Sichuan



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