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La rubrica di
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Claudio Landi
Venerdi' 2 Maggio 2008
1.IL DRAGONE E IL CRISANTEMO. GRANDI MANOVRE IN ASIA ORIENTALE
L'Asia orientale non solo è la regione economicamente più dinamica del nostro pianeta; essa è sempre di più al centro di grandi manovre geopolitiche e diplomatiche, di incontri e vertici. L'incontro che più di tutti caratterizzerà il 'grande cambio' geopolitico della regione ovviamente è l'ormai imminente visita del presidente cinese, Hu Jintao, a Tokio.
HU JINTAO IN ARRIVO A TOKIO
Il presidente cinese arriverà nella capitale giapponese la prossima settimana. La missione è prevista, infatti, dal 6 al 10 maggio prossimi: il Capo dello Stato cinese incontrerà non solo il primo ministro giapponese, Y. Fukuda, ma anche, e il fatto ha un indubbio forte significato simbolico, l'imperatore Akihito. A riprova del tentativo (forte) di miglioramento delle relazioni sinogiapponesi.
D'altra parte ormai da qualche settimane Tokio e Pechino sono sedi di incontri, summit, forum, conferenze di dialogo, di cooperazione e di preparazione del supervertice sinonipponico. L'ex primo ministro giapponese Nakasone, a suo tempo una potenza politica a Tokio, prima è intervenuto al Forum trilaterale Cina-Giappone-Corea del sud, poi è stato ricevuto personalmente dallo stesso Hu Jintao. A riprova dell'importanza della missione giapponese del presidente cinese. Una importanza da non sottovalutare anche se la portavoce del ministero degli esteri di Pechino ha confermato, nel felpato linguaggio diplomatico, che nel corso della visita di Hu non ci dovrebbe essere un accordo definitivo per le isole contese nel Mar cinese orientale.
NON SOLO TOKIO, LIEN A PECHINO
Ma Hu Jintao, e la diplomazia cinese, in questi giorni è in forte movimento non solo sul fronte nipponico: è in forte movimento, e questa è l'altra parte della faccenda, anche sul fronte taiwanese. Proprio nelle ore scorse, il presidente cinese ha ricevuto il presidente onorario del Partito nazionalista, Lien Chan. Segno anche questo, indiscutibile, del nuovo clima, positivo, che sta nascendo in Asia orientale.
Il fatto veramente interessante è che nella regione, dopo l'avvento al potere a Tokio di Y. Fukuda, e dopo l'elezione a Taipei, del nuovo presidente nazionalista, è cambiato davvero qualcosa: prima, con Koizumi imperante a Tokio, e con i Democratici progressisti dominanti a Taipei, le relazioni della Cina con il Giappone e con i massimi vertici di Taiwan erano semplicemente pessimi. Cinesi e nipponici con Koizumi neppure si incontravano, cinesi e taiwanesi con Chen presidente di Taiwan, neppure si guardavano. Ora le cose sono cambiate. Quanto siano cambiate e quanto ciò significherà davvero per la pace e lo sviluppo dell'Asia orientale, ovviamente, dovrà essere verificato, ad iniziare proprio da questa missione di Hu Jintao in Giappone.
LA (NOSTRA) MODESTA MORALE PROVVISORIA
A questo punto ci sia consentita una osservazione personale. Noi occidentali dovremmo sempre tenere bene a mente una cosa: la stabilità e la prosperità in Asia orientale condizionano pesantemente la pace e la crescita di tutto il mondo. Con la crisi finanziaria ed economica dell'America bushiana questa ovvietà sta diventando ancora più ovvia. Dunque non solo gli asiatici, non solo la Cina, il Giappone e Taiwan, ma anche noi occidentali abbiamo un (forte) interesse a una maggiore stabilità e ad una più intensa cooperazione politica, strategica ed economica in Asia orientale.
2.LA FINESTRA SU TEHERAN. LE GRANDI MANOVRE IN ASIA MERIDIONALE
India e Iran sono 'ottimisti' per l'IPI, il 'gasdotto della pace Iran-Pakistan-India'. 'L'accordo definitivo verrà chiuso nel prossimo futuro', dicono le fonti ufficiali dei due governi. Non solo: la compagnia petrolifera di stato indiana, ONGC, Oil and Natural Gas Corporation, parteciperà allo sfruttamento del gigantesco campo iraniano di gas di South Pars.
La morale è evidente: la visita del presidente iraniano nella capitale indiana, una visita di appena un giorno, ha avuto successo. I colloqui di tre ore del capo della Repubblica Islamica con il primo ministro indiano Manmohan Singh, colloqui terminati con una conferenza stampa, dimostrano che i legami, politici e storici, fra le due nazioni, sono ottimi. Delhi ha deciso di non aderire, questa è la ovvia morale, alle pressioni antiiraniane dell'amministrazione Bush.
Solamente poche ore prima dell'arrivo a Delhi del presidente iraniano, il portavoce del Dipartimento di stato americano aveva avvertito Delhi sui contatti con Teheran. La diplomazia indiana ha immediatamente rinviato al mittente l'avvertimento dell'amministrazione Repubblicana, 'Iran e India – hanno detto le fonti indiane – sono perfettamente in grado di maneggiare le loro relazioni in tutti i loro aspetti, Iran e India hanno antichi rapporti essendo entrambe antiche civilizzazioni'. Un rinvio a tutto tondo, si potrebbe affermare.
Delhi, prima con quella risposta alla diplomazia americana dell'era Bush, ora con i colloqui fra il presidente iraniano e il primo ministro indiano, intende confermare, in pieno, la sua 'grande strategia' di 'engagement plurale' verso tutti, verso gli Stati Uniti e verso l'Iran. Negli stessi giorni, l'India ha siglato gli accordi per il gasdotto turkmeno e poi ha fatto fare un passo avanti probabilmente decisivo agli accordi per il gasdotto iraniano. Le fonti ufficiali del governo indiano, poi, hanno ancora una volta ribadito la necessità di 'engagement' verso l'Iran, anche circa il delicatissimo argomento del dossier nucleare iraniano, 'Isolare l'Iran – ha detto ad esempio il segretario di stato agli esteri, il vicecapo della diplomazia indiana – non è l'approccio giusto secondo noi'.
Questo approccio geopolitico da parte indiana ha molteplici ragioni: in primo luogo, come abbiamo detto e ripetuto, c'è la opzione strategica di fondo della poliica internazionale globale di Delhi, l'engagement verso tutti per dirla all'anglosassone, il 'doppio forno' per dirla all'italiana. In secondo luogo, per quello che concerne l'Iran, ci sono le ragioni energetiche: l'India, con la sua potente economia in dinamico sviluppo, ha una forte necessità del gas e del petrolio iraniano; da qui la necessità di accordi e di intese anche con gli ayatollah iraniani, al di là degli ukase dell'amministrazione di George W. Bush. In terzo luogo ci sono i problemi e gli equilibri della politica interna indiana; dove l'elettorato musulmano conta e conterà ancora più nel prossimo futuro e questi sono mesi di elezioni in molti stati indiani prima e a livello nazionale poi.
Conclusione: l'India non vuole, e non può, accettare diktat per la sua politica internazionale e per la sua politica iraniana in particolare. La visita del presidente della Repubblica Islamica è stata una occasione d'oro per Delhi per confermare la sua indipendenza in politica internazionale. Ecco allora spiegata la missione del leader di Teheran. Ed ecco allora spiegato l'ennesimo, l'ulteriore insuccesso internazionale dell'amministrazione di George W. Bush. Ma quello che i repubblicani 'ideologici' di George W. Bush non sembrano aver compreso, lo hanno compreso al CFR, che ha intitolato il pezzo sull'iraniano a Delhi, 'Il pragmatismo di Nuova Delhi'. Già, il pragmatismo, grande scuola politica americana.
3.CRONACHE DA DELHI. SONDAGGIO IN KARNATAKA
Dunque in Karnataka si vota a maggio, tra il 10 e il 22 maggio, per il rinnovo dell'Assemblea legislativa statale. Il Karnataka è uno degli stati più importanti dell'India; è uno stato dell'emergente Sud del subcontinente; è lo stato che ha come capitale Bangalore, la città dell'IT indiano.
I cittadini del Karnataka devono scegliere sostanzialmente fra tre partiti politici: il Bjp, il partito della destra nazionalista indù che non era mai stato al potere in uno stato del Sud fino a due anni or sono, quando riuscì ad arrivare al governo statale del Karnataka con un ribaltone parlamentare organizzato e guidato dal secondo partito chiave di queste elezioni, lo Janata Secular Dal. Janata (S) è un partito 'locale', feudo politico-elettorale della famiglia Gowda. Il terzo attore politico importante di questa competizione elettorale, ovviamente, è il partito di Sonia, il partito del Congresso, Indian National Congress, INC.
Come abbiamo scritto, i cittadini del Karnataka andranno a votare ormai a giorni, in questo mese di maggio: intanto però gli istituti di ricerca e i giornali fanno sondaggi e rilevazioni, un po' come in tutte le democrazie pluraliste del mondo. In uno di questi sondaggi, effettuato per Deccan Herald, giornale del Sud dell'India, il primo partito che sarebbe votato risulta essere il Congresso, che conquisterebbe il 39 per cento dei suffragi. Il Bjp, la destra nazionalista, arriverebbe secondo, con un 28 per cento dei voti. Lo Janata (S), ovvero il partito della famiglia Gowda, arriverebbe solamente terzo, con il 20 per cento delle intenzioni di voto. Sia lo Janata United Dal, stretto alleato del Bjp, sia il BSP, 'Partito della maggioranza sociale', il partito della Mayawati, conquisterebbero pochissimi voti. Nella precedente Assemblea legislativa, ricordiamo che il Bjp aveva 79 seggi, partito di maggioranza relativa, il Congresso 65 seggi, lo Janata (S) 58 seggi, le altre formazioni e gli indipendenti complessivamente avevano 22 seggi. Totale, 224 seggi.
Ma ritorniamo un momento al sondaggio e alla rilevazione: molti sono ancora gli indecisi. Un fatto interessante: apparentemente la competizione elettorale sarebbe, dunque, a tre. In realtà spiegano gli esperti della rilevazione, la competizione nello specifico dei distretti e delle regioni dello stato del Karnataka, è bipolare. È molto interessante anche la suddivisione del voto per ceti e caste: secondo il sondaggio, infatti, le caste superiori intendono sostenere il Bjp, mentre le caste basse, i musulmani, i Dalit intenderebbero sostenere il partito del Congresso. Infine gli elettori vedono con 'simpatia' i problemi del Bjp nella sua difficile alleanza con lo Janata (S) ma non intenderebbero tradurre questa 'simpatia' in un voto politico. Ricordiamo infatti che il governo dello stato, fino alla crisi politica che ha condotto a queste consultazioni anticipate, era stato retto da una coalizione parlamentare fra Bjp e Janata (S), una coalizione parlamentare messa in piedi dallo stesso Janata (S), dopo che questa formazione aveva deciso di 'ribaltare' la precedente coalizione e il precedente governo statale che lo vedeva a fianco del partito del Congresso in nome della comune ascendenza 'secolare'. Ma due anni or sono, in nome degli interessi politici della famiglia Gowda, lo Janata (S) aveva appunto 'ribaltato' quella coalizione 'secolare' e aveva aperto le stanze del potere statale, per la prima volta in uno stato del Sud del paese, alla destra nazionalista indù. Poi nell'autunno scorso, la coalizione parlamentare Bjp-Janata (S) era andata a rotoli. Da qui le elezioni statali anticipate. Queste elezioni del Karnataka, lo ricordiamo di passaggio, sono le prima di una lunga serie di consultazione che termineranno, salvo sorprese, con le elezioni nazionali. Per questo motivo, esse sono molto interessanti. Si potrebbe iniziare infatti a capire la reale salute politica del partito di Sonia.
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