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IL "PROBLEMA TIBETANO" 19/3/08

IL TIBET SI INFIAMMA/MORTI A LHASA 14/3/08

LA FINANZIARIA INDIANA: AIUTO AI POVERI O POPULISMO? 4/3/08

COOPERAZIONE MEZZA RIFORMA (Nigrizia) 29/2/08

IL TIBET SI INFIAMMA/MORTI A LHASA 14/3/08

Tratto dal sito di Nello Del Gatto una serie di articoli sulla situazione in Tibet scritti negli ultimi giorni

Nell'immagine la bandiera dei tibetani in esilio

Nello Del Gatto

Venerdi' 14 Marzo 2008

14 Marzo, 2008
Morti a Lhasa negli scontri
Numerose persone sono morte oggi negli scontri a Lhasa. Lo ha reso noto il centro per le emergenze mediche della capitale del Tibet.


14 Marzo, 2008
Colpi di fuoco a Lhasa, feriti
Ci sono stati spari della polizia contro i manifestanti a Lhasa. Lo riferiscono fonti diplomatiche a Pechino. Ci sarebbero dei feriti. La polizia cinese pattuglia in massa le strade per vietare le proteste.

14 Marzo, 2008
Tibet, Lhasa in fiamme per le proteste
Manifestazioni di protesta anticinesi sono sfociate in violenze a Lhasa, in Tibet, secondo testimoni che parlano anche di un mercato che sta andando a fuoco nel centro della città. Voci non confermate parlano della proclamazione dello stato d’ emergenza nella principale città del Tibet, dove nei giorni scorsi migliaia di monaci buddhisti e laici tibetani hanno dato vita a proteste contro “l’ occupazione” cinese. Radio Free Asia, l’ emittente del governo degli Usa, ha citato testimoni secondo i quali la polizia ha impedito oggi con la forza ai monaci del monastero di Ramoche di tenere una manifestazione. Un residente citato dal sito web Times Online ha affermato che la situazione “é molto pericolosa” e che “nelle strade tibetani combattono contro cinesi”. Altri testimoni hanno detto che il mercato di Tromisikhang, sta andando a fuoco nel centro di Lhasa. Nei giorni scorsi manifestazioni contro la Cina e a favore del Dalai Lama, il leader tibetano che dal 1959 vive in esilio in India, si sono verificate in molte zone a popolazione tibetana nelle province del Qinghai e del Gansu.

Intanto, sono stati condannati a 14 giorni di detenzione I 100 attivisti e I due organizzatori della Marcia di ritorno al Tibet, la manifestazione di protesta contro l’occupazione cinese in Tibet, organizzata a Dharamsala, nel nord dell’India, e che in tre mesi avrebbe dovuto portare I cento a raggiungere Lhasa. I manifestanti, arrestati ieri dalla polizia indiana, si sono rifiutati di firmare un documento con il quale si impegnavano a non partecipare piu’ a manifestazioni di protesta anti cinese nel territorio indiano per i prossimoi 6 mesi. I 100 sono stati rinchiusi nelle stanze dello Yatri Niwas, una giuest house governativa nella citta’ di Jwalamukhi, nella zona di Dehra, dove si trovavano ieri, a 53 km da Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio. La polizia indiana ha organizzato dei posti di blocco in tutta l’area, controllando anche tutti gli autobus che parlano da Dharamsala. Ad alcuni di questi autobus e’ stato ordinato di tornare indietro. ‘’Condanniamo questa decisione presa dalle autorita’ indiane di trattare i manifestanti tibetani come criminali – ha detto Chime Youngdrung, presidente del National Democratic Party of India e membro del comitato organizzatore del Movimento per la rivolta del Popolo Tibetano. ‘’La marcia del popolo tibetano e’ una iniziativa non violenta che intende aiutare la fine delle sofferenze che il popolo tibetano patisce sotto la brutale occupazione cinese. Tutti i partecipanti alla marcia restano saldi nella loro intenzione di continuare. Chiediamo l’immediato e incondizionato rilascio di tutti i detenuti e che le autorita’ indiane garantiscano il loro passaggio attraverso il territorio indiano’’. Intanto a Lhasa in Tibet, secondo fonti tibetane indiane, continuano le proteste. La polizia cinese ha chiuso e circonda tre dei piu’ importanti monasteri buddisti della capitale tibetana, Drepung, Sera e Ganden. Due monaci del monastero di Depung sarebbero in condizioni gravissime dopo aver tentato il suicidio, mentre i monaci del monastero di Sera sono in sciopero della fame. Si parla di centinaia di arresti e di torture da parte della polizia e la tensione a Lhasa e’ molto alta. Le autorita’ cinesi hanno incolpato dlele proteste sfociate lunedi’, il Dalai Lama. Secondo quanto riferiscono i media della diaspora tibetana, il portavoce del ministero degli esteri cinese, Qin Gang, avrebbe definito le protetse ‘’un deliberato complotto politico del gruppo del Dalai Lama per causare malcontento sociale, separare il Tibet dalla Cina e rompere la stabilita’, l’armonia e la vita normale del popolo tibetano’’.



13 Marzo, 2008
Per paura di proteste tibetane, la Cina vieta le spedizioni sull’Everest
Di seguito il mio articolo apparso stamattina su Il Mattino.

L’Everest chiude alle spedizioni fino alle prossime olimpiadi di Pechino. Questa la notizia circolata ieri per alcune ore ma poco dopo smentita dalle autorità cinesi. E’ stata la International Campaign for Tibet a denunciare la chiusura, riprendendo una notizia diffusa dalla China Tibet Mountaineering Association, secondo la quale la vetta sarebbe stata interdetta alle spedizioni fino al prossimo passaggio della fiaccola olimpica. Immediata la smentita. Un dirigente dell’ Associazione Alpinistica del Tibet ha dichiarato che si tratta di “voci”, che potrebbero essere nate da “equivoci” provocati da disposizioni di sicurezza, che sono state rinnovate quest’anno. Secondo sempre la stessa fonte, ci sarebbero state pressioni anche sul governo nepalese per chiudere anche il versante nepalese della montagna più alta del mondo, ma da Kathmandu hanno fatto orecchie da mercante, pur negando alcune spedizioni “per il troppo numero di richieste”. Da qualche mese, le autorizzazioni erano più difficili da ottenere. Ma dietro tutto questo sembra nascondersi la paura di Pechino che l’Everest possa diventare un palcoscenico ideale per le proteste tibetane in chiave anticinese e soprattutto che tali proteste possano trovare una eco ampliata dall’evento sportivo. La notizia (apparentemente falsa) della chiusura della vetta più alta del mondo è arrivata il giorno dopo della polemica scaturita dal rapporto del dipartimento di stato americano sui diritti umani, che riguarda anche la Cina. Gli Stati Uniti avevano annunciato in un primo momento di aver rimosso la Cina dalla lista dei paesi “peggiori violatori” dei diritti umani (nella quale Pechino compariva insieme a Birmania, Cuba, Corea del Nord, Sudan, Siria, Eritrea, Bielorussia e Uzbekistan), ma poi da Washington si sono affrettati a specificare che il rapporto considera ancora la situazione dei diritti umani negativa nel Paese, a causa della mancanza di libertà in Tibet e nel Xinjiang (la regione con una forte presenza musulmana nel nordovest del paese). Ma Pechino non ci sta. Il ministro degli esteri cinese Yang Jiechi ha dichiarato che le affermazioni americane “rivelano una mentalità da guerra fredda, fanno distinzioni basate sull’ideologia e rappresentano un’interferenza negli affari interni della Cina con la scusa dei diritti umani”.

E ieri i monaci hanno di nuovo sfidato la polizia a Lhasa. Dopo le manifestazioni di lunedì, per il secondo giorno consecutivo, migliaia di monaci hanno sfilato ieri nella capitale tibetana. Circa duecento agenti di polizia sono intervenuti con i bastoni e con i gas lacrimogeni per disperdere la folla.

Nuove proteste anche in India. Una quarantina di donne tibetane hanno preso parte a Delhi ad una dimostrazione in occasione del quarantanovesimo anniversario della sommossa femminile tibetana e sono state arrestate dalla polizia. Le donne si sono recate dinanzi all’ambasciata cinese e con il volto dipinto con i colori della bandiera tibetana hanno gridato slogan anti cinesi e hanno scritto sulle mura dell’ambasciata “free Tibet”. Trattenute dalla polizia indiana, hanno deciso di continuare la loro protesta facendo lo sciopero della fame e rifiutando di essere rilasciate su cauzione fin quando non verranno liberate senza alcuna accusa a loro carico, affermando che protestare per la libertà del proprio paese non può essere considerato un reato. Il 12 marzo 1959 migliaia di donne tibetane si riunirono in piazza e sfidando le autorità cinesi protestarono contro l’occupazione cantando slogan a favore dell’indipendenza tibetana. Molte di loro persero la vita.


12 Marzo, 2008
Ancora proteste anticinesi, questa volta protagoniste le donne
Un gruppo di 36 donne rappresentanti tibetane hanno preso parte a Delhi ad una dimostrazione pro Tibet in occasione del quarantanovesimo anniversario della sommossa femminile tibetana e sono state arrestate dalla polizia. Le donne, che provengono da sei diversi distretti regionali del Congresso giovanile tibetano dell’India del nord comprendente Dharamshala, Poanta, Herbertput, Tsering Dhondenling, Rajpur e Manali, si sono recate dinanzi all’ambasciata cinese, nel quartiere di Chanakiapury, e con il volto dipinto con i colori della bandiera tibetana hanno gridato slogan anti cinesi e hanno scritto sulle mura dell’ambasciata ”free Tibet”. Dopo circa 40 minuti di proteste e’ intervenuta la polizia indiana che ha cercato di contenere le manifestanti, allontanandole dal compound dell’ambasciata. Diverse le richieste dei membri del Congresso giovanile tibetano, come quella di non consentire le Olimpiadi in Cina fin quando il Tibet non sara’ libero, stop alla sterilizzazione forzata delle donne tibetane, stop alla violazione dei diritti umani in Tibet, rilascio immediato dei prigionieri tibetani arrestati anche recentemente a Lhasa. La manifestante piu’ anziana, una sessantenne, ha dichiarato che le sofferenze patite dalle donne tibetane all’interno del Tibet sono inimmaginabili in quanto sono torturate fisicamente e mentalmente. ”Non conosco esattamente la situazione delle donne in Tibet - ha invece dichiarato la piu’ giovane delle manifestanti, una suora di soli 16 anni - ma so che la Cina cerca sempre di sminuire le donne tibetane distruggendo la nostra religione e questo non e’ piu’ tollerabile”. Tutte e trentasei le donne sono state trattenute dalla polizia di Chanakiapuri dove hanno deciso di continuare la loro protesta facendo lo sciopero della fame e rifiutando di essere rilasciate su cauzione fin quando non verranno rilasciate senza alcuna accusa a loro carico, affermando che protestare per la liberta’ del proprio paese non puo’ essere considerato un reato. Il 12 marzo 1959 migliaia di donne tibetane si riunirono in piazza e sfidando le autorita’ cinesi protestarono contro l’occupazione cantando slogan a favore dell’indipendenza tibetana. Molte di loro persero la vita.

Intanto, centinaia di monaci tibetani hanno organizzato una manifestazione anticinese ieri a Lhasa, per il secondo giorno consecutivo, secondo Radio Free Asia. Testimoni citati dall’emittente hanno raccontato che circa duemila agenti di polizia sono intervenuti con bastoni e gas lacrimogeni per disperdere i monaci. Le manifestazioni svoltesi ieri e lunedì nella capitale del Tibet sono le più grandi dal 1989, quando fu imposta la legge marziale e avvengono mentre si avvicinano le Olimpiadi di agosto ed è sono ancora vive nell’opinione pubblica mondiale le immagini delle proteste dei monaci buddhisti birmani, represse nel sangue dalla giunta militare lo scorso settembre. Secondo testimoni alla manifestazione di ieri hanno partecipato circa trecento lama del monastero di Drepung e di Sera. Decine di monaci sono stati fermati. Responsabili cinesi hanno ammesso che ci sono state manifestazioni di protesta, non hanno tuttavia confermato gli arresti. La manifestazione di ieri si è svolta nel centro della città, nei pressi del tempio di Jokhang. Un turista ha affermato che molti laici che si trovavano sulla piazza antistante il tempio hanno formato “un grande, silenzioso cerchio intorno ad un gruppo di poliziotti” che era sul punto di arrestare alcuni monaci. Altri testimoni hanno raccontato che “decine” di agenti con telecamere riprendevano i presenti, probabilmente nel tentativo di intimidirli. La protesta è proseguita fino a quando non sono arrivati rinforzi e gli agenti hanno potuto disperdere i manifestanti. La prima protesta, lunedì, era avvenuta nei pressi del monastero di Drepug, pochi chilometri fuori dalla capitale. La manifestazione era stata indetta in occasione dell’ anniversario della rivolta anticinese di Lhasa del 1959 e per chiedere la liberazione dei monaci arrestati lo scorso ottobre mentre festeggiavano la concessione della medaglia d’oro del Congresso degli Stati Uniti al Dalai Lama, il leader tibetano che vive in esilio in India.



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